AGOSTINO, vescovo di CANTERBURY, santo. - All'infuori di una vaga notizia di Leone III (PL 102, 1032) che lo dice compagno (syncellus) di S. Gregorio Magno, la sua vita anteriore all'anno 596 è completamente sconosciuta. Nel detto anno, quando il Papa lo prescelse per l'evangelizzazione degli anglo-sassoni, ancora pagani, A. era priore del monastero benedettino di S. Andrea ad elivum Scauri in Roma. Una graziosa leggenda che Beda ha inserito nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum (II, 1), dice che s. Gregorio avrebbe pensato alla conversione degli anglo-sassoni quando era ancor giovane monaco. È certo che da papa, nel 595, Gregorio ordinò al prete Candido di acquistare nelle Gallie dei giovani schiavi di quella gente, perché fossero educati in uno dei monasteri romani (Registrum, VI, 10), con l'intenzione, crediamo, di farne i futuri apostoli. Alla determinazione del 596 di mandare subito missionari a quel popolo per tentare l'impresa, devono aver contribuito due avvenimenti: che il re Eletberto di Kent, già da 20 anni sposo della principessa cattolica Berta, nel 593 aveva conseguito una certa supremazia sull'eparchia anglosassone col titolo di brettacala, e più ancora le mutate condizioni politiche del regno dei Franchi che avevano condotto alla reggenza di Bruxell, favorevole ad attuare il piano del Papa. Nella primavera A. e i suoi compagni partirono da Roma. Ad Aix le notizie ricevute sul popolo che avrebbero dovuto evangelizzare il gettaro in un vero scoraggamento, e lo stesso A. tornò a Roma per essere esonerato dal compito affidatogli; ma la fermezza di S. Gregorio vinse ogni titubanza. Rimandò A. ai suoi compagni col titolo di abate e munito di lettere commendatrici che rendevano loro più facile l'impresa.
L'anno seguente approdarono nell'isola di Thanet accompagnati da alcuni interpreti franchi. A. mandò subito ad annunziare il loro arrivo al re Eletberto, significandogli che venivano da Roma per portare a quel popolo la buona novella. Il re che aveva permesso alla moglie il libero esercizio della sua religione e di condurre seco un vescovo che officiasse la chiesa bretone di S. Martino, accolse i missionari con benevolo tolleranza. Nella sua semplicità è vivissimo il racconto di Beda sull'arrivo dei missionari e sull'inizio della loro opera (Hist. eccl., I, 25) coronata ben presto da grandi successi. Già nella Pentecoste del 597 il re ricevette il battesimo e nel Natale seguirono il suo esempio ben dieci mila anglo-sassoni. Intanto, secondo le istruzioni ricevute dal Papa, A. si era recato ad Arles per essere consacrato vescovo da Virgilio, vicario pontificio delle Gallie. La notizia di i letti successi fu portata a Roma da due dei missionari mandati da A. anche per trattare col Papa alcune questioni che ormai s'imponevano sul campo del loro apostolato. S. Gregorio ne ebbe tanta gioia che non poté trattenersi dal manifestarla anche nelle lettere a Berta (Registrum, XI, 35) e al patriarca Eulogio di Alessandria (Registrum, VIII, 29). Nel giugno del 601 gli inviati di A., a cui il Papa aveva unito una nuova schiera di missionari, ripresero la via dell'Inghilterra, muniti di lettere del Papa per il re, per la regina e per A. cui recavano anche il pallio arcivescovile. In una delle lettere ad A., s. Gregorio tracciava le linee generali della gerarchia ecclesiastica da stabilire nella nuova terra di conquista (Registrum, XI, 39), consistente in due sedi metropolitane, una a Londra e l'altra a York, con dodici suffragane ciascuna. Come si vede il piano è basato sulla divisione romana dell'impero e non sulla situazione politica dell'Inghilterra di allora. Londra non aveva più l'importanza di una volta, perciò A. pensò bene fissare definitivamente la sua sede in Canterbury e dei dodici suffragani non ne consacrò che due, Mellito per Londra e Giusto per Rochester. Lavorò molto per l'unione del vecchio elemento bretone con quello recentemente convertito degli anglo-sassoni, ma non vi riuscì: i bretoni erano troppo attaccati ai loro usi religiosi, quantunque le divergenze fossero in cose di secondaria importanza, come sul rito del battesimo, sulla celebrazione della Pasqua, sulla forma della tonsura ecc. Morì a Canterbury il 26 maggio del 604. Gli storici anglicani non hanno sempre giustamente giudicato la sua persona e la sua opera, lo hanno accusato di imparità al compito affidatogli, di orgoglio e spesso di troppa sottomissione ai voleri di Roma. Non v'ha dubbio che posta a confronto con la grande figura di Gregorio Magno quella di A. rimane nell'ombra: a Gregorio infatti è attribuito il titolo ufficiale di Apostolo dell'Inghilterra; nondimeno nessuno potrà negare che ad A. appartenga di fatto. La sua festa si celebra il 28 maggio.