TRAIANO (M. ULPIUS TRAIANUS), IMPERATORE ROMANO

TRAIANO (M. Ulpius Traianus), IMPERATORE ROMANO. - N. a Italica, moderna Santiponce presso Siviglia, nella provincia Baetica. Fu il primo imperatore non nato in Italia, e la vivacità con cui Cassio

Dione rileva il fatto, dimostra come esso dovette esser salutato con soddisfatto orgoglio dai cittadini romani delle province. La Spagna era del resto tra le regioni più intensamente permeate dalla civiltà latina.

Ad uffici onorifici e lucrosi T. preferì il duro servizio nei campi militari, e per dieci anni fu tribuno in diverse frontiere dell'Impero. Iniziata poi la carriera civile, fu pretore sotto Domiziano, ebbe comando di legioni e poi il governo della Germania superiore. E mentre esercitava queste funzioni, gli giunsero le notizie dell'uccisione di Domiziano, della elevazione al trono di Nerva e quella del tutto inattesa, della sua propria adozione e della conseguente assunzione a una specie di correggenza che il vecchio Imperatore, vissuto sempre fra gli studi giuridici, aveva ritenuto necessario di creare per por rimedio alla propria inesperienza militare (97 d. C.).

T. però non interimise, né allora, né quando poco dopo Nerva morì, l'opera sua al confine germanico, con lavori di viabilità, di fortificazione, con accorte intese con le tribù indipendenti, assicurando la tranquillità di quel pericoloso confine. Sicché quando nell'estate del 99 egli ritenne necessario non far più oltre attendere il proprio ingresso in Roma, poté ritirare dalle frontiere del Reno un terzo delle sue truppe, e per oltre un secolo non si ebbe necessità alcuna di spedizioni militari in quelle regioni, mentre centri fiorenti di vita civile si costituivano sin quasi sulle linee di confine.

Ugualmente fecondi di bene furono i primi anni di impero trascorsi a Roma. Ristabiliti cordiali e sinceri rapporti di collaborazione con il Senato, spazzata via la mala pianta dei delatori, favorito il pubblico benessere non tanto con le gratuite distribuzioni di frumento, quanto con il procurare con ogni sorta di provvidenze l'aumento della produzione e l'abbassamento dei prezzi, iniziati grandi lavori pubblici specialmente di strade e di porti, la pace regnò sovrana e benefica su tutto il vasto Impero. Originale uno dei rimedi adottati contro lo scadimento dei costumi e la riluttanza ad aver prole nonostante l'abbondanza e la tranquillità della vita. Due grandi iscrizioni trovate l'una presso Parma, l'altra presso Benevento informano di quelle che furono le cosiddette institutions alimentari. Per esse T. destinava cospicue somme della cassa imperiale, perché fossero date in prestito a mite interesse a proprietari terrieri di città italiane, devolvendo tali interessi a favore di fanciulli e fanciulle povere della città. Il principio e la linea della istituzione erano doppiamente benefici, perché non solo per essi si occorrevano le famiglie bisognose, aiutandole nella educazione della prole, ma si fornivano capitali a miti condizioni alle piccole proprietà private.

Occorreva però pensare anche a difendere dal pericolo di nemici esterni questa salutare pax romana. Minacciosi apparivano i Daci, costituiti in potente Stato a nord del Danubio, violatori frequenti del confine romano, e cresciuti di potenza e d'orgoglio durante il precedente Regno di Domiziano per aver sconfitto due eserciti romani e aver ottenuto un trattato di pace oltremodo favorevole e assolutamente esiziale al prestigio romano. Insufficiente barriera si era più volte rivelato il Danubio, valicabile quando gelava in inverno, e malsicura la provincia romana di Mesia che aveva di fronte i Daci ed alle spalle i Traci, popolazione montanara incompletamente assoggettata ed affine per stirpe ai Daci. La guerra apparve inevitabile, e si svolse con due successive molto dure campagne. Difficilissimo era il terreno montuoso e boscoso da percorrere, nuovo ai Romani, ben noto ai valorosi e tenaci difensori, abilmente condotti dal loro grande sovrano Decebalo. La prima spedizione durata due anni, dal 101 al 102, aveva condotto a parziale occupazione e a riconoscimento del protettorato romano. Ma la risorgente protervia dei barbari rese necessaria la seconda spedizione che portò alla morte di Decebalo e al completo assoggettamento della regione, ridotta, tra il 105 e il 107, a provincia romana. Alla narrazione oltre modo misera delle fonti letterarie può contrapporsi la celebrazione magnifica, ma non sempre perspicua, costituita dai rilievi della colonna del Foro.

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14. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - XII.

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**(fot. Gab. Fot. Naz.)**

**OTTAIANO, IMPERATORE ROMANO - Ritratto (1° metà sec. II).**
**Ostia, Museo.**

In essi è notevole lo spirito di sincerità e di giustizia, che nell'opera d'arte volle una illustrazione fedele, veridica, lontana da ogni enfasi e da ogni esagerazione, generosa e cavalleresca con i vinti, piena di nobiltà e di umanità. Immediata e fervidissima opera fu data alla organizzazione del nuovo territorio: sostituito con costruzione in pietra l'ardito ponte di legno gettato durante la guerra sul Danubio, portate nella nuova provincia larghe masse di coloni, aperte strade, fondate città, T. riusciva in brevi anni a creare nell'Europa orientale una civiltà latina, così come Giulio Cesare ed Augusto l'avevano fondata nella occidentale. E si vivace e profonda fu la impronta di romanità, che corso di secoli e tempestoso mutar di vicende non sono valse a cancellarla. Anche negli antichi confini dell'Impero non mancarono nobili e utili celebrazioni del trionfo dacico. Gli immensi lavori del nuovo Portus Traiani scavato entro terra presso la foce del Tevere, dei mercati traianali abilmente adattati entro le viscere del Quirinale, del Foro Traiano con la Basilica, le biblioteche e la colonna figurata diedero a Roma cospicue comodità e insuperate magnificenze. Insigni opere pubbliche ebbero anche l'Italia e le province.

D'un'altra forza universale come l'Impero, e ad esso per taluni riguardi contrastante, dovette T. occuparsi: del cristianesimo. Non superò in questo dissidio le concezioni sospettose e ostili dei suoi predecessori, ma cercò anche nella repressione di tenersi entro i limiti della equità e del decoro. Della condotta e dello spirito di T. verso i cristiani rimane un prezioso documento nella celebre lettera di Plinio governatore della Bitinia e nella risposta della Cancelleria imperiale (v. PLINIO IL GIOVANE).

Un ultimo grave problema restava: quello della frontiera orientale, sulla quale gravava l'Impero dei Parti, erede del già immenso Impero persiano. Da due secoli Roma e la Patria si urtavano in Armenia, in Cappadocia, in Siria, e il vecchio Imperatore ritenne suo dovere di affrontare ora nella pienezza delle forze dell'Impero anche questo problema. Gli era già riuscito per mezzo del legato Cornelio Palma di ridurre a provincia l'Arabia, attanagliando così i Parti dal sud, e guadagnando ai Romani un nuovo sbocco commerciale nel Mar Rosso a oriente dalla penisola.