COSTANTINO (IMP. CAESAR FLAVIUS VALERIUS CONSTANTINUS AUGUSTUS), IMPERATORE ROMANO, DETTO IL GRANDE

COSTANTINO (Imp. Caesar Flavius Valerius Constantinus Augustus), IMPERATORE ROMANO, detto il GRANDE. -

SOMMARIO. -

I. Vita

II. Personalità

III. Politica ecclesiastica

IV. Religiosità personale

V. Motivi politici per la conversione di C

VI. Il cesaropapismo di C

VII. C. nella leggenda e nel culto. -

VIII. Costruzioni costantiniane in Roma e in Palestina

IX. Donazione di C.

I. VITA

Nacque a Naïssio (Dacia) il 22 febbr. non prima del 280 (secondo il Seeck nel 288), dal Cesare Costanzo I e da Elena; m. nella villa di Achiron, presso Nicomedia, il 22 maggio del 337. Nel 289 Costanzo si separò da Elena, e sposò Teodora,

figliastra di Massimiano Erculeo. C. venne educato alla corte di Diocleziano e Galerio in Oriente, tenutovi quasi come ostaggio. Dopo l'abdicazione di Diocleziano e Massimiano (1° maggio 305), Costanzo, divenuto primo Augusto, chiamò suo figlio in Gallia, e quando morì poco dopo ad Eboracum (York), le truppe proclamarono C. imperatore (25 luglio 306). Nello stesso tempo a Roma, Massenzio, figlio di Massimiano, si proclamò imperatore (28 ott. 306), con l'aiuto del padre. Massimiano e Massenzio strinsero

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(de F. Gurecki, I medaglioni romani, I. Milano 1911, (av. 7, n. 17) COSTANTINO - Moneta.
alleanza con C. contro Galerio, e C. sposò Fausta, figlia di Massimiano, la quale già gli era stata destinata. Massimiano e Massenzio lo riconobbero come Augusto, però il consolato di C. e Massimiano per il 307 non fu riconosciuto in Oriente. Presto Massimiano, guastatosi con Massenzio, fuggì presso C. in Gallia. Siccome pre-

se a cospirare anche contro il genero, questi lo fece imprigionare e giustiziare (secondo altri fini per suicidio) nel luglio 310.

Dopo la morte di Galerio (maggio 311), i due imperatori d'Oriente, l'Augusto Licinio e il Cesare Massimino Daia, vennero in discordia: il Daia prese le parti di Massenzio, Licinio invece si avvicinò a C. e prese in moglie Costanza sorellastra di lui. Nella primavera del 312, C. cominciò la guerra contro Massenzio e lo vinse nella battaglia a ponte Milvio (28 ott. 312), nella quale Massenzio trovò la morte. Il Senato diede a C. il titolo di primo Augusto. Nel febbr. 313 C. si incontrò con Licinio a Milano, ove celebrarono le nozze di Licinio con Costanza ed emanarono il cosiddetto «editto di Milano» (v. infra). Tornato C. in Gallia, scoppiò la prima guerra tra C. e Licinio. C. lo vinse a Cibale (presso Sirmium) e nella pace tenne per sé l'Illirico, facendosi così padrone di una buona metà dell'impero. Nel 315 C. e Licinio erano consoli. Nuovi dissidi, ai quali non fu estranea la persecuzione dei cristiani ripresa da Licinio nel 321, causarono una seconda guerra nella quale Licinio fu vinto ad Adrianopoli (3 luglio 323), poi a Chrysopolis in Asia Minore (18 sett. 323) e finalmente venne chiuso in Nicomedia. Si mise di mezzo Costanza, e C. promise la grazia; però cospirazioni di Licinio coi barbari diedero motivo a C. di farlo giustiziare (324). Così, dopo 40 anni di divisioni, C. restò unico capo dell'impero.

Il 20 maggio 325 C. fu presente all'apertura del Concilio di Nicea. Dal luglio al sett. 326 dimorò a Roma, e in questo momento decretò la morte del figlio primogenito Crispo, a Pola. I motivi di questa decisione sono oscuri, sembra ci sia stato di mezzo un intrigo di palazzo da parte di Fausta, matrigna di Crispo. Convintosi poi dell'innocenza di Crispo per intervento di sua madre Elena, C. fece giustiziare Fausta. Il 26 nov. 326 pose la prima pietra di Costantinopoli, la nuova capitale che fu solennemente inaugurata l'11 maggio 330. Dei tre figli avuti da Fausta aveva già dato la nomina di Cesare, nel 317, a Costantino (II), e nel 323-24 a Costanzo (II).

Nel 333 nominò anche l'ultimo, Costante, e nel 335 Dalmazio, figlio del suo fratellastro Giulio Costanzo. Evidentemente intendeva far rivivere la tetracchia di Diocleziano, affidandola ai suoi consanguinei. Annibaliano, fratello minore di Dalmazio, ebbe in sposa Costanza di Costantino ed il regno del Ponto. Nel 337 durante i preparativi per una guerra contro Shapur II re di Persia, C. si ammalò e morì, battezzato da Eusebio, vescovo di Nicomedia. Il suo corpo fu seppellito nella basilica degli Apostoli a Costantinopoli.

II. PERSONALITÀ

Egli è senza dubbio tra gli imperatori romani una delle più grandi figure e il suo governo uno dei più fortunati. Il suo carattere: prima di tutto è quello di un appassionato e d'un temerario: nell'esercito trascina gli uomini ed è un ardito stratega; alla corte ama l'apparato, la magnificenza, si atteggia a bell'uomo e bello spirito e sempre si compiace di agire, di creare. Cerca di abbagliare, di conquistare i cuori dei sudditi e di assicurarsi l'attenzione della posterità. Per soddisfare alla sua ambizione o anche solo alla sua vanità, non risparmia riforme o spese, senza calcolare le conseguenze o i contraccolpi, perché le sue decisioni, la maggior parte delle volte, sono improvvise. È un impulsivo, docile alle influenze, ma anche altamente compreso della sua missione. La sua passione di dominare è sostenuta e come ingrandita dalla coscienza del suo dovere e dalla fiducia nel suo destino» (J. R. Palanque).

In un certo senso C. è il primo vero sovrano dell'impero romano, mentre gli imperatori, da Augusto a tutto il sec. II, erano piuttosto sommi magistrati, e quelli del sec. III condottieri o dittatori. Gli imperatori bizantini, come pure Carlomagno e gli imperatori medievali, si sentivano ed erano molto più successori di C. che di Augusto o di Traiano.

Gli storiografi moderni trattano spesso C. con una certa malevolenza, dovuta in parte alla tendenza legittima di ridurre alle giuste proporzioni gli encomi troppo entusiasti dei contemporanei, ma più di tutto alla sua politica religiosa.

III. POLITICA ECCLESIASTICA

Quando C. prese il governo, la persecuzione era da tempo cessata in Occidente di fatto, in Oriente lo era dal 311 grazie all'editto di Galerio. Argomentando da Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 12), alcuni (Burckhardt, Boissier; contro: K. Bihlmeyer, Das angebl. Toleranzedikt K. von 312, in Theol. Quartalschr., 96 [1914], pp. 65-100) ritennero che C. emanasse un editto di tolleranza

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(de J. Maurice, Numismatique Costantin., I. Parigi 1901, (av. IX, 19) COSTANTINO - Moneta d'oro.
prima della battaglia a ponte Milvio. Certo è che nel convegno con Licinio a Milano (febbr. 313) furono stabilite le norme da seguire nella questione dei cristiani, da cui risultò l'editto emanato da Licinio a nome di ambedue gli imperatori a Nicomedia il 13 giugno 313 (testo integrale in Lattanzio, De mort. pers. 58; estratto in Eusebio, Hist. eccl., X, 5, 2-3), brevemente chiamato «editto di Milano», di cui ecco il sommario: 1) I cristiani come tutti gli altri possono seguire la propria religione. 2) Le leggi emanate nel passato contro i cristiani sono abolite. 3) I luoghi di culto debbono essere restituiti ai cristiani senz'obbligo di riscatto: se dopo la confisca sono passati in mano di privati, questi possono chiedere un indennizzo al fisco.

Tra le leggi emanate in seguito da C. in favore della Chiesa, le principali sono: nel 313 o 315 immunità dal tributum e dall'annona (Cod. Theod., XI 1, 1); esenzione per i chierici da «munera pubblica». Nel 321 la domenica viene riconosciuta come giorno festivo; le chiese vengono dichiarate capaci d'accettare legati testamentari (Cod. Theod., XVI 2, 4). Nel 321 e 333 l'arbitrato dei vescovi (audientia episcopalis) è obbligatorio anche se invocato da una sola delle due parti (quest'ultimo comma fu abolito da Arcadio nel 398 e Onorio nel 408); dall'arbitrato dei vescovi non c'è appello al giudizio civile.

Oltre a ciò C. colmò le chiese, specie quelle di

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COSTANTINO - Medaglione: C. tra il figlio Costantino II e la figlia (sec. IV) - Berlino, Münzkabinett.
(da J. Burckhardt, Die Zeit Constantine des Graziers, Vienna s. a., sec. 2)
Roma, di doni e benefizi (sulle costruzioni di C. a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Betlemme, V. singole voci, e sotto paragrafo VIII). Già nel 313 ordinò ad Anulino proconsole d'Africa di mettere a disposizione della Chiesa somme rilevanti, e scrisse in proposito a Ceciliano, vescovo di Cartagine (Eusebio, Hist. eccl., X, 6). Per la cura dei poveri assegnò sovvenzioni regolari alle chiese nelle singole città (Sozomeno, Hist. eccl., V, 5).

Fin dal principio C. si mostrò sollecito dell'unità della Chiesa. Nel 313 commise a papa Miliziade (310-14) l'arbitrato nella questione donatista. Nel 314 radunò ad Arles i vescovi degli Stati allora da lui governati in un Concilio per la stessa causa (cf. DONATISMO). Nella convocazione e nel Nicea (v.) nel 325 contro Ario, ebbe parte importante. Se dopo il Concilio rimise nelle loro sedi i vescovi Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea depositi dal Concilio, a causa di nuovi turbamenti, ciò è dovuto probabilmente alle arti di sua sorella Costanza, vedova di Licinio. In seguito andò anche più oltre: consentì alla deposizione di Eustazio di Antiochia (330) ed altri vescovi aderenti alla definizione di Nicea, ed allontanò Atanasio (335) dalla sua sede di Alessandria (v. ARIANESIMO).

IV. RELIGIOSITÀ PERSONALE

Cristiano «praticante», C. non lo è mai stato. Ricevette il Battesimo solo alla morte, ed i suoi atti non si mantennero sempre entro i limiti della morale cristiana. D'altra parte era certamente convinto della verità della fede cristiana, amava ed altamente stimava la Chiesa

ed i suoi rappresentanti, e desiderava la propagazione della fede (sulla lettera di C. a Shapur re dei Persiani, cf. N. H. Baynes, Constantine the Great and the Christian Church, p. 26).

Vi è stata certamente un'evoluzione nel suo pensiero religioso. Autori moderni hanno voluto stabilirne le tappe: sincretismo solare, monoteismo filosofico, cristianesimo superstizioso (cf. J. R. Palanque, in Pliche-Martin-Fruta, III, p. 30-34); bisogna però tener conto che C. non sembra essere stato un pensatore capace di sottilizzare, ma piuttosto un realista pratico. D'altra parte le espressioni dei panegiristi pagani, il fatto che sulle monete di C. compaiono ancora per anni emblemi pagani, il titolo Pontifex Maximus (il quale fu soppresso solo da Graziano nel 382), non possono aver valore decisivo nel giudicare dell'atteggiamento religioso di C. Così pure la convinzione radicatasi in lui di una visione o manifestazione divina concessagli prima della vittoria su Massenzio, ed il sogno che lo indusse a scegliere Bisanzio per sua nuova capitale (Cod. Theod., XIII, 5, 7; Sozomeno, Hist. eccl., II, 3) non bastano a fare di lui un sognatore abituale o un mistico.

La visione del 312. - Alla visione alludono un panegirico del 313 (Kirch, Enchirid. n. 363) e un altro del 321 (ibid., n. 392); la raccontano Lattanzio (De mort. pers., 44), Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 1-11; De vita Const., I, 27-29), Socrate (Hist. eccl., I, 2, 5-10), Sozomeno (Hist. eccl., I, 3), Filostorgio (Hist. eccl., framm. 6), Gelasio di Cizico (Hist. conc. Nicaeni, I, 4, 1), i quali divergono sì sui particolari: infatti secondo Lattanzio la visione sarebbe avvenuta in un sogno la notte precedente la battaglia di ponte Milvio; secondo Eusebio (De Vita Const.) molto prima, quando C. stava ancora in cammino, ed in pieno meriggio, partecipi anche i soldati; secondo Filostorgio si trattava di una visione di stelle; però siccome tali racconti debbono risalire alla testimonianza di C. stesso, può darsi che egli stesso abbia variato nell'esporre i particolari, come accade a chi sovente e con compiacenza ripete un episodio della sua giovinezza. Della sostanza del fatto non si può ragionevolmente dubitare.

V. MOTIVI POLITICI PER LA CONVERSIONE DI C

Quando C. assunse il governo, la situazione generale, soprattutto in Occidente, non era tale da esigere una politica cristianofila. I cristiani erano tuttora una minoranza (non molto più del 10% su una popolazione totale dell'impero calcolata in 50 milioni) e non avevano mai costituito un partito politico, né preso parte alle lotte intestine per la conquista dell'impero. I pregiudizi delle masse e delle classi colte contro di loro sussistevano tuttora. C. avrebbe avuto interesse, soprattutto in Occidente, a non introdurre mutamenti che urtassero l'opinione pubblica e a continuare l'indirizzo amministrativo dato all'impero da Diocleziano. Facendo sua la causa del Dio dei cristiani C. non poteva calcolare di cavar profitto da loro nella lotta contro Massenzio, poiché questi non perseguitava i cristiani, anzi aveva cominciato a restituire i loro beni confiscati (Ottato, Contra Parmenianum, I, 18). Come la campagna contro Massenzio non aveva carattere religioso, così anche la conversione di C., se avvenuta durante questa campagna, non poteva avere un carattere puramente politico. Di motivi politici si può parlare soltanto nel senso che C., essendosi ben accorto delle conseguenze disastrose per l'impero della politica persecutrice di Diocleziano e Galerio, dovette sentirsi indotto a non ripetere il loro errore; ma questo è piuttosto impegno di bene governare lo Stato, che calcolo politico.

VI. IL CESAROPAPISMO DI C

Sotto un certo aspetto C. si può considerare come primo rappresentante del sistema che gli storici moderni chiamano cesaropapismo, quello cioè che considera il principe capo di diritto, in un certo senso, anche della Chiesa. C. ritenne suo dovere promuovere gli interessi della Chiesa, ed a tale scopo convocò concili, emanò leggi, prese disposizioni riguardanti gli interessi ecclesiastici, tanto che vien fatto di pensare che ben

poco lo preoccupasse il primato del Papa romano. «È straordinaria la sproporzione tra la sua magnificenza verso la Chiesa romana e il piccolo posto ch'egli concede al papato nella sua politica ecclesiastica» (Battifol). Certe sue disposizioni dopo il Concilio di Nicea, quando sotto l'influsso della sorella Costanza e di Eusebio di Nicomedia si prestò agli intrighi degli ariani, furono assai dannosi alla Chiesa. Tuttavia si può dire che C., più che governare la Chiesa, intendeva esserne il grande benefattore; non regolare il «credo» dei suoi sudditi, come fece suo figlio e successore Costanzo, ma togliere di mezzo le divisioni che gli eretici le creavano in seno, prevenendo in certo modo la teoria del braccio secolare dell'Impero medievale. Ed i vescovi, anzitutto in Oriente, abbagliati da questa inaspettata benevolenza susseguita alla più atroce delle persecuzioni, si ritennero legati con una devozione senza limiti verso di lui immaginando che dall'Imperatore ormai sarebbe provenuto ogni bene alla Chiesa. A tutti gli atti che a noi appaiono cesaropapistici, C. venne indotto dalle preghiere dei vescovi. Così, senza essere per principio cesaropapista, egli ha inaugurato tale sistema nella Chiesa bizantina.

VII. C. NELLA LEGGENDA E NEL CULTO. - C., a quanto pare, non è stato, come tanti altri grandi personaggi, oggetto di leggende a carattere popolare, ma piuttosto a carattere letterario. La più importante è quella del suo battesimo per le mani di papa Silvestro e la guarigione dalla lebbra; essa si trova nel sec. vi nel Lib. Pont., ma può risalire alla seconda metà del sec. v (sulla Donatio Constantini, V. sotto). Tali leggende furono anche oggetto di rappresentazioni artistiche quali la Donatio Constantini di Giulio Romano, gli affreschi secenteschi a S. Giovanni in Laterano e soprattutto quelli ben più antichi nell'oratorio dei SS. Quattro. Il culto liturgico di C., forse sorto tra gli ariani (H. Leclercq, s. V. in DACL, III, col. 2688), si allargò in tutto l'Oriente greco, dove C. venne celebrato come «uguale agli Apostoli» e «redicesimo Apostolo» (festa 21 maggio, insieme con S. Elena, come pure presso gli Armeni). Su culti isolati, sorti per mezzo di reliquie, in Inghilterra, in Boemia, Sicilia, Calabria, V. Acta SS. Maii, V, pp. 12-14. In Calabria esiste tuttora S. Costantino presso Mileto e S. Costantino di Rivello presso Sapri.

BIBLI. Fonti letterarie: Lattanzio, De mortibus persecutorum, dal cap. 24 in poi; Panegyrici latini, VI-X; Eusebio, Hist. eccl., VIII-X; De vita Constantini; Zosimo, 118-39; Aurelio Vittore, Cesares, 40, 2-41, 17; Eutropio, IX22-X10; una biografia di C. di epoca bizantina pubbl. da H. G. Opitz, in Byzantium, 9 (1934), pp. 535-39. Atti e lettere di C. in A. Crivellucci, Della fede storica di Eusebio nella Vita di Costantino, Livorno 1888; id., I documenti della vita di C., in Studi storici, 7 (1898), pp. 412-29, 343-59; A. Mancini, Osservazioni sulla vita di C. d'Eusebio, in Rivista di filologia, 33 (1905), pp. 309-60; G. Pasquali, Die Composition der Vita C. des Eux., in Hermes, 43 (1910), pp. 369-86; genuina almeno in sostanza: O. Seeck, Die Urhundes der Vita C., in Zeitschrift f. Kirchengesch., 17 (1897), pp. 321-45; A. Pistelli, I documenti costantiniani negli storici ecclesiastici, Firenze 1914; A. Casamassa, I documenti della Vita C. di Eusebio Cesares, in Lettuve costantiniane, Roma 1914, pp. 1-60; I. Daniele, I documenti costantiniani della «Vita Costantini» di Eux. di Cesares (Anal. Gregor., 13), Roma 1938. Sulla Oratio ad sanctum coetum, in Theol. Quar-

talschrift, 1910, pp. 399-417; A. Kurfess, in Zeitschr. f. Neutest. Wissenschaft., 1910-20, pp. 72-81. Leggi di C.; Cod. Theodos., Const. Sirmondi, Cod. Inst. Fonti epigrafiche: H. Dessau, Inscr. Lat. selectae, I, n. 681 sgg. Fonti numismatiche: J. Maurice, Numismatique constantinienne, 3 voll., Parigi 1906-13. Bibliografia assai completa fino al 1914 in H. Leclercq, s. V. in DACL, III, II, coll. 2522-95. Fino al 1930 in Norman H. Baynes, Constantine the Great and the Christian Church (Proceedings of the British Academy, 15), Londra 1931, opera scritta con molto criterio, assai pregevole: Konstantin d. Gr. und seine Zeit (Gesammelte Studien, herausg. V. F. J. Dölger), in Röm. Quartalschr., suppl. 19 (1913); Ed. Schwartz, Kaiser Konstantin u. d. christl. Kirche, 5ª ed., Lipsia 1913; O. Seeck, Regesten der Kaiser und Päpste, Stoccarda 1910, pp. 150-84; E. Stein, Gesch. d. spätromischen Reiches, I, Vienna 1928, pp. 125-201; P. Battifol, La paix constantinienne et le catholicisme, 4ª ed., Parigi 1929; A. Pignat, L'empereur

Constantin, Parigi 1932; J. R. Palanque, Constantin (Hommes d'Etat, 1), ivi 1936, pp. 340-426; W. Sexton, Recherches sur la chronologie du règne de C. le Grand, in Revue des études anciennes, 39 (1937), pp. 197-218; J. R. Palanque, in Fliche-Martin-Frutz, III, pp. 17-100; J. Ortiz de Urbina, La politica di C. nella controversia ariana, in Atti del V Congr. internazionale di studi bizantini, Roma 1939, pp. 284-98. Per il 16º centenario della morte di C. (1937) apparvero molti articoli commemorativi: A. Ferrus, in Civ. Catt., 1937, IV, pp. 385-94; H. Lietzmann, Der Glaube Konstantins d. Gr., in Sitzungsb. d. Preuss. Akademie d. Wiss. Phil. hist. Kl., 20 (1937); H. Grégoire, La «conversion» de Constantin, in Revue de l'Univ. de Bruxelles, 36 (1930-31).

pp. 331-72; A. Schenck V. Stauffenberg, Der Reichsgedanke K. s., in Festschrift Haller, 1940, p. 70-94; A. Kanluth, Die Beisetzung Kaiser K. d. Gr., Untersuchungen zur religiösen Haltung des Kaisers (Breslauer hist. Forschungen, 18), Breslawa 1941.

Sulla visione: Le fonti raccolte in Kirch, Euchiridion, nn. 363, 365, 391, 392, 453, 457, 716, 843, 915, 953. Studi speciali: H. Schroers, K. d. Gr. Kreuzerscheinung, Bonn 1913; id., in Zeitschr. f. kath. Theol., (1916), pp. 238-37, 485-523; F. Savio, in Civ. Catt., 1913, II, pp. 11 sgg., 385 sgg., 556 sgg.; 1913, III, p. 3 sgg.; Pio Franchi de' Cavalieri, Il labaro descritto da Eusebio, in Studi romani, 1 (1913), pp. 61-86; Ancora del labaro descritto da Eusebio, ibid., 2 (1913), pp. 161-23; A. Alföldi, in Pisciculi (Miscellanea Dölger), Münster 1939, pp. 1-18; J. Zeiller, in Byzantium, 14 (1939), pp. 329-39; H. Grégoire, La vision de C. liquidée, ibid., 14 (1939), pp. 341-51; V. LABARO.

Sulla leggenda della lebbra di C. e il suo battesimo per mano di Silvestro, cf.: J. Döllinger, Papstfabrik, 2ª ed., Monaco 1890, p. 61 sgg.; F. J. Dölger, in Röm. Quartalschr., suppl., 19 (1913), pp. 377-447; W. Levinson, Konstantinische Schenkung und Silvesterlegende (Miscell. Ehrle, II, in Studi e Testi, 38), Roma 1924, pp. 159-247; G. B. Giovenale, Il Battistero lateranense, ivi 1929. Ludovico Hertling

VIII. COSTRUZIONI COSTANTINIANE IN ROMA E IN PALESTINA

I. Ordine generale

Lo scopo grandioso di C. il Grande era quello di riunire l'Impero romano e di ricostruirlo sulle basi della dottrina, etica e disciplina cristiana. L'Imperatore s'interessava di favorire la Chiesa cristiana, di rinforzare il suo prestigio. Un buon mezzo a tale scopo gli sembrò la costruzione degli edifici monumentali di culto della nuova religione.

Questa sua attività si manifestò in un triplice modo: 1) nel restituire i luoghi di riunione sia ai privati che alle comunità cristiane secondo il re-

scritto di Milano (313); 2) nel sopraelevare, allargare e prolungare i luoghi di culto già esistenti; 3) nel costruire edifici sacri ex novo sia in Occidente che in Oriente.

2. Edifici di culto nell'Occidente

In Occidente questa attività s'iniziò dopo la vittoria su Massenzio al ponte Milvio (28 ott. 312), e secondo il Lib. Pont. undici edifici di culto vengono fatti risalire all'impulso personale dell'Imperatore. Forse immediatamente dopo aver preso possesso dell'Urbs venne innalzata, come chiesa episcopale per il vescovo di Roma, la Basilica in onore del Salvatore, in collegamento di un battistero e di un palazzo papale (Lib. Pont., I, p. 176). La fabbrica intera fu costruita sul possesso imperiale in Laterano (domus Faustae) estendendola su una strada e sulla caserma demolita degli Equites singulares (E. Josi, Scoperte nella basilica costantiniana al Laterano, Roma 1934). Nella stessa città, se anche più tardi nel tempo, una chiesa in onore della S. Croce veniva costruita nel Sessorium essendo questo proprietà di Elena Augusta (ibid., I, p. 179).

Fuori le mura cinque chiese cimiteriali sorsero sia immediatamente sui sepolcri dei martiri sia nell'area sopra le cripte dei cimiteri lungo le vie consolari. Ma la fabbrica più importante è senza dubbio la basilica di S. Pietro sopra la tomba del principe degli Apostoli, che venne costruita tagliando una parte del colle vaticano fino al livello del sepolcro, riempiendo di terra il sepolcreto pagano con i suoi monumenti e costruendovi sopra una basilica a cinque navate (ibid., I, p. 176). Più semplice e modesta nelle sue dimensioni, la basilichetta di S. Paolo sopra la tomba dell'Apostolo nella regione paludosa del Tevere fra l'Iter vetus e la via Ostiense (ibid., I, p. 178). Altrettanto modeste sembra siano state la basilica di S. Lorenzo «super arenario cryptae» nel cimitero di Ciriaca sulla via Tiburtina (ibid., I, p. 181) e anche la Basilica in onore dei martiri Marcellino Presbitero e Pietro Esorcista sul demanio imperiale ad duas lauros in collegamento con il mausoleo dell'imperatrice Elena (ibid., I, p. 182). Ugualmente di proporzioni modeste fu la chiesa in onore di s. Agnese, vergine e martire, nel possesso delle principesse imperiali sulla via Nomentana (ibid., p. 180).

Di un carattere più amministrativo sono le quattro seguenti chiese, che furono disposte secondo un punto di vista militare, cioè una chiesa ad Ostia (ibid., I, p. 183), porto di collegamento con la Spagna e l'Africa, ed un luogo battesimale, una a Napoli (ibid., I, p. 186), stazione della flotta per l'Oriente, un'altra in Albano Laziale (ibid., I, p. 184) insieme con un episcopio, adoperando le

«scheneca deserta» della Legione Partica II ed una quarta a Capua sulla via Appia (ibid. I, p. 185).

In base poi ai dati della storia dell'architettura a questo periodo si può attribuire anche la Basilica Apostolorum sulla via Appia e la basilica di Teodoro in Aquileia. Oltre questo, il Lib. Pont. presenta anche le liste particolareggiate di donazioni (suppellettili, arredamenti) e di fondazioni (denaro, fondiarie, spezierie).

3. Edifici di culto in Oriente

Nell'Oriente C. cominciò a costruire chiese cristiane dopo aver superato nel 324 Licinio, suo avversario. Eusebio, storico alla corte imperiale, ricorda otto chiese espressamente costantiniane. La chiesa, verosimilmente costruita per prima, fu l'Ottagono in Antiochia (v.) come una specie di chiesa commemorativa della vittoria del 324 e della unificazione dell'Impero romano.

Quasi una trilogia in glorificazione delle divine manifestazioni della Natività, Resurrezione e Ascensione del Signore, formarono gli edifici di culto in Betlemme, a Gerusalemme e sul monte degli Olivi. La fabbrica a Betlemme comprende un edificio longitudinale a cinque navate e in luogo dell'abside un ottagono sopra la spelonca della Natività (Eusebio, Vita Constantini, III, 43). Quella a Gerusalemme comprende una basilica a cinque navate, il Martyrion ed un edificio centrale sopra la

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(fot. Alinari) COSTANTINO - Statua di C. di G. L. Bernini (1670). Roma, palazzo Vaticano.
spelonca del Sepolcro e della Resurrezione, l'Anastasi (Eusebio, op. cit., III, 30-40). La terza poi, sul Monte degli Olivi, si compone di un edificio di preghiera a tre navate sopra la spelonca dell'insegnamento in connessione con un santuario nel luogo proprio dell'ascensione sulla sommità del monte (Eusebio, op. cit., III, 43). Dello stesso tipo viene considerato anche l'edificio basilicale a Mambre, intorno all'altare, al pozzo e al terebinto di Abramo (Eusebio, op. cit., III, 51). Oltre questo vengono enumerate come chiese costantiniane una basilica nel luogo del tempio di Giove a Eliopoli (Eusebio, op. cit., III, 65), una basilica a Tiro, in compenso di un'altra distrutta (Eusebio, op. cit., X, 4, 25) e soprattutto l'Apostoleion a Costantinopoli in relazione al mausoleo di C. stesso (Eusebio, op. cit., IV, 58).

In seguito Eusebio dà anche una descrizione speciale delle chiese a Tiro, a Gerusalemme, ad Antiochia e a Costantinopoli. A quella poi della basilica di Tiro egli aggiunge una interpretazione dell'edificio di culto cristiano in un senso liturgico e mistico.

4. Caratteristiche

La forma architettonica varia secondo lo scopo dell'edificio. Si trova normalmente una costruzione centrale (rotonda o ottagonale) per i mausolei (S. Elena sulla via Labicana, S. Costanza sulla via Nomentana, il mausoleo di C. a Costantino-

poli), per i battisteri (S. Giovanni in Laterano) e per le memorie (Anastasis in Gerusalemme, l'Ottagono a Betlemme e quello in Antiochia Eleona [?]), una costruzione absidale per le tombe dei martiri (S. Pietro in Vaticano, S. Paolo sulla via Ostiense) così come anche per le cripte sotterranee (S. Lorenzo fuori le mura, S. Agnese fuori le mura, SS. Pietro e Marcellino sulla via Labicana), e finalmente una costruzione longitudinale per gli edifici di preghiera e di adunanze liturgiche sia a cinque navate (S. Salvatore al Laterano, S. Pietro in Vaticano, il Martyrion in Gerusalemme, la Basilica a Betlemme, l'Apostolion a Costantinopoli [?]), sia a tre navate (S. Paolo fuori le mura, S. Lorenzo fuori le mura, Albano [?], Capua, Napoli, Monte degli Olivi, Mambre, Eliopoli, Tiro) sia a una navata (S. Agnese fuori le mura).

Le costruzioni centrali e longitudinali hanno normalmente un solo piano. Nell'Oriente invece ce ne sono alcune a due piani (l'Ottagono ad Antiochia, il Martyrion in Gerusalemme).

La sezione verticale degli edifici di culto quasi sempre mostra il vano sopraelevato con una fila di finestre, e con due o quattro portici aggiunti lateralmente.

La legge della orientazione degli edifici di culto sull'asse est-ovest sembra essere stata rispettata. Sono orientate con l'abside verso ovest dieci chiese (Laterano, S. Pietro, S. Paolo, S. Lorenzo, Basilica Apostolorum, Gerusalemme, Tiro, Antiochia, Eliopoli, Costantinopoli), con l'abside verso est cinque (S. Croce in Gerusalemme, Albano, Capua, Betlemme, Eleona, Mambre) e quattro in un senso divergente (S. Agnese fuori le mura, Ostia, Napoli, SS. Pietro e Marcellino).

BIBLI: Fonti: Eusebio, Hist. ecl., VII, 15, 4; X, 4, 69, in CB, II, 11, p. 668 rig. 26, p. 885 rig. 21; Rufinus, Historia Ecclesiae, VII, 15, 4; X, 3, 1 in CB, II, 2, p. 669 rig. 12, p. 861 rig. 11; Eusebio, Vita Constantini, I, 42; IV, 70, in CB, I, p. 27 rig. 2, p. 146 rig. 32; Lib. Pont., I, p. 173 rig. 20, p. 186 rig. 24. Studi: J. Cimprinus, De sacra modificis a Constantino Magno constructis, Roma 1694; A. De Waal, Konstantin's des Gr. Kirchenbeuten in Rom, Friburgo in Br. 1912; P. Mickley, Die Konstantin-Kirchen im heiligen Lande, Lipsia 1923; R. Lanciani, Wanderings through ancient Roman Churches, Boston-New York 1924; A. Bettini, Archeologia, Padova 1943, pp. 206-208; A. Grabar, Martyrion, I, Parigi 1946, pp. 235-308.

Ludovico Voelk!

IX. DONAZIONE di C

Detta oggi più comunemente Costituto di C., è un falso medievale che pretende d'essere l'atto diplomatico con cui l'imperatore C. avrebbe donato nel 314 Roma, l'Italia e l'Occidente a papa Silvestro I (314-35) e ai suoi successori, attribuendo loro su tali territori onori e poteri di veri sovrani temporali e su tutte le Chiese del mondo il primato di giurisdizione e il diritto di legiferare in materia di fede e costumi.

Il contenuto del documento va diviso in due parti ben distinte. Nella prima, la confessio (C. Mirbt, Quellen zur Geschichte des Papsttums und des römischen Katholizismus, Tubinga 1934, n. 228, 1-10), dopo le caratteristiche formale protocollari al completo e la professio fidei, segue la narrazione della prodigiosa guarigione di C. dalla lebbra e del suo battesimo. I sacerdoti pagani, essendosi rivelate inutili tutte le cure mediche, gli avevano suggerito di bagnarsi in una vasca piena di sangue di innocenti bambini. C., commosso dal pianto delle madri, rifiutò. Gli apostoli Pietro e Paolo apparsigli nella notte seguente gli assicurarono la guarigione, ove chiedesse il Battesimo a papa Silvestro. Avendo riconosciuto in un'immagine, che questi gli presentò, gli Apostoli veduti la notte prima, chiese il Batte-

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COSTANTINO - Frontespirio del De falsa donatione Constantini, Lione 1547, di A. Steuco - Roma, esemplare della biblioteca dell'Istituto d'archeologia e storia dell'arte.
(fot. Enc. Catt.)
simo, che Silvestro gli amministrò, facendolo immediatamente seguire dalla Cresima. Nella seconda parte, la donatio o dispositio (C. Mirbt, op. cit., 11-20), C., d'accordo con tutti i suoi satrapi e con l'intero Senato ed anche con gli ottimati e tutto il popolo romano, stabilisce di onorare la Chiesa romana concedendole poteri, dignità ed onori imperiali; vuole che il vescovo di Roma abbia il principatum sui quattro patriarchi orientali e su tutte le Chiese dell'orbe; che la Basilica lateranense sia venerata come la principale (caput et vertex) di tutte le Chiese del mondo, che la stessa reggia imperiale, il palazzo Laterano, diventi residenza dei papi, che questi possano portare insegne imperiali; che il clero di Roma abbia gli stessi onori e le stesse vesti degli ufficiali dell'Imperatore. In fine concede al Papa la giurisdizione civile, firma imperiali censura, su Roma, l'Italia e l'intero Occidente. Di conseguenza l'Imperatore s'accontenta dei paesi d'Oriente, dove avrebbe la nuova capitale «quoniam ubi principatus sacerdotum et christianae religionis caput ab imperatore coeleste constitutum est, iustum non est ut illic imperator terrenus habeat potestatem». Segue l'escatocolo con la anctio o minaccia di pene spirituali contro i violatori delle disposizioni del documento e la corroboratio in cui dichiara di aver munito l'atto di firma autografa e d'averlo posto sulla tomba di S. Pietro, giurando per sé e successori di osservarlo lealmente.

Il testo redatto in forma oscura ed ampollosa ci giunse nelle lingue latina, greca e slava. Il testo latino più completo e definitivo, ordinariamente preferito dagli

editori, è il franco o dionisiano perché conservato in un manoscritto del monastero di St-Denis di Parigi, scritto nel sec. IX (Parigi, bibl. Naz., cod. lat. 2777). Gli si avvicina quello maior delle Decretali pseudoisidoriane, le quali però ne presentano anche uno minor, che comprende solo la confessio. Invece nella lettera di papa Leone IX a Michele Cerulario del 1054 (Jaffé-Wattenbach, 4382; Mansi, XIX, p. 663 sgg.) ne è riportata soltanto la parte detta propriamente donatio. Queste redazioni latine fanno capo ad un archetipo comune. Nella biblioteca Vaticana si conservano manoscritti che riportano il testo greco, fatto conoscere da Agostino Steuco (De falsa donatione Constantini libri duo, Lione 1547, pp. 99-103). Anche esse si presentano in due redazioni, le quali però a differenza di quelle latine, sono fra loro assolutamente indipendenti e si riflettono nei manoscritti che contengono il testo integro (cod. Vat. gr. 614, 778, 789, 973) ovvero una parte di esso, la sola confessio (cod. Vat. gr. 1416) oppure la sola donatio (cod. Vat. gr. 81, 606, 848, 849, 850, 1115). Una, più antica, riproduce la struttura del testo isidoriano minore e leonino; l'altra, più recente, è la traduzione letterale del testo latino franco. Pavlov fece conoscere (in Visant. Vremen., 3 [1896], p. 21 sg.) parecchie versioni slave del documento, fatte tutte, anziché sul testo greco più conforme all'originale, in una lezione risultante dall'accoppiamento della confessio, del testo greco migliore, con una tardiva traduzione della donatio. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso si ammetteva da tutti l'unità del testo della donatio e la priorità del testo latino franco. Nel 1889 J. Friedrich prima e poi Lamprecht, Bayet e Brunner si pronunciarono contro l'unità di composizione del testo della donazione, le cui parti tradiscono diversa origine. La confessio si riannoderebbe alla leggenda silvestriana e al movimento monotelita, esprimerebbe il momento religioso in cui sarebbe stata composta: sec. VII (638-53); la donatio esprimerebbe il momento politico territoriale e si riannoderebbe alla situazione del tempo di Stefano III (754). Però le loro argomentazioni furono facilmente criticate dallo Scheffer-Boichorst e dal Löning. Invece A. Gaudenzi crede che la donatio, prima d'essere redatta in forma diplomatica, fosse un'appendice della Vita Silvestri, della quale la confessio sarebbe invece stata il nucleo fondamentale; il testo greco avrebbe la precedenza tanto per la confessio che per la donatio; dalla loro unione nacque la falsificazione diplomatica, com'è espressa nel testo franco. R. Cessi analizzando acutamente il testo crede di poter asserire: il testo originario latino della donatio che riproduceva i lineamenti delle costituzioni imperiali con lo stile diplomatico di quelle, subì in seguito vari rimaneggiamenti sotto l'influsso della leggenda silvestriana nella confessio e di una diversa interpretazione politica nella donatio.

La tradizione manoscritta rivela già la larga diffusione della donazione. Ove si accettassero le ipotesi del Gaudenzi e del Cessi, si dovrebbe ammettere una complicata vicenda del testo ancor prima della fine del sec. VIII o principio del sec. IX, quando fu redatto il manoscritto parigino, che riproduce il testo definitivo.

Si è voluto vedere un riferimento alla donatio in un accenno di papa Adriano I contenuto in una lettera a Carlomagno del 778 (Jaffé-Wattenbach, 2423) dove si parla delle elargizioni di C.; ma più che alla donatio egli voleva alludere in genere alle benemerenze dell'Imperatore, le quali erano notissime, non fosse altro grazie al Lib. Pont.; tanto più che nessuno dei successori di Adriano fino a Leone IX fa memoria della donatio, sebbene fosse notissima attraverso la collezione pseudoisidoriana.

Nel sec. X Ottone III respinse un esemplare che si voleva far passare per originale ed era stato fabbricato dal diacono Giovanni dalle dita mozze. Fu Leone IX il primo a farne uso ufficiale, mandando a Costantinopoli una copia del testo greco della donatio, in una lettera a Michele Cerulario del 1054 (Mansi, XIX, p. 663 sgg.). Le contestazioni iniziali poi s'acquetarono sia in Oriente, come testimoniano Balsamone e Blastare e le versioni slave, sia in Occidente, come prova l'inserzione nel

Decretum Gratiani nel sec. XII. Canonisti e civilisti furono d'accordo sulla sua autenticità, pur biasimandone gli ultimi il contenuto; biasimo che Dante fece suo (Inf., XIX, 115-117).

I primi ad affrontare il problema critico dell'autenticità della donazione e a concludere negativamente furono in Occidente gli umanisti del sec. XV: Nicolò di Cusa, Lorenzo Valla, Rinaldo Pecock. Invano si tentò in seguito fino al sec. XIX di salvare il documento. Ormai per tutti si tratta di una falsificazione storica e diplomatica.

Si tratta ora di determinare l'origine e lo scopo del falso. Escluso che l'autore della donazione sia Giovanni dalle dita mozze, vissuto nel sec. X, si pensò allo Pseudoisidoro (A. Natale, R. Cessi, W. Martens, F. Gregorovius), al chierico lateranense Gregorio (H. M. Colombier, C. Bayet, I. Döllinger), a Leone poi papa Leone III (L. Duchesne), al cardinale diacono Giovanni (L. G. Morin, Pietro della Marca), a Cristoforo, capo della cancelleria papale (Hartmann), allo stesso papa Adriano I (J. Langen), a Stefano II (Hauck), a Paolo I (J. Friedrich), ad un addetto di questo (Scheffer-Boichorst) e perfino ad Anastasio Bibliotecario (Schnürer).

Quanto al luogo, scartata la provenienza orientale, la scelta è tra Roma e St-Denis in Francia. Quanto al tempo le opinioni sono ancora più diverse. Lasciate le opinioni anticipate, i critici che ammettono l'unità testuale, e sono la stragrande maggioranza, non escono dal periodo fra Pipino e Carlo il Calvo (750-850). Molti ritengono la donatio fabbricata a Roma per giustificare e convalidare le aspirazioni politiche dei papi, accolte in parte nel patto di Kiersy del 754, ovvero per ottenere l'integrale esecuzione di quelle promesse riscontrando affinità di termini e di vedute tra il testo della donatio ed i documenti papali del tempo. Secondo il Döllinger, Stefano II (III) andando in Francia nel 753 portava addirittura con sé il documento: secondo Cantel, Böhmer ed Hauck il documento sarebbe comparso tra il 753 e il 754; secondo Mayer, Scheffer-Boichorst e K. Zeumer, al tempo di Paolo I; secondo Hartmann, Verminghoff e Brackmann al tempo di Stefano III. Altri vedono nella falsificazione l'intenzione di preparare e di giustificare l'incoronazione imperiale di Carlomagno. Però anche tra questi critici c'è chi resta fermo all'origine romana (Duchesne), altri (Thomassin, Zaccaria, Hergenröther, M. Buchner, Soranzo, ecc.) osservano che la più antica tradizione manoscritta è d'origine francese (cod. Paris, 2777 e Pseudoisidoriane), che i primi a citarla furono scrittori francesi (Adone di Vienna, Enea di Parigi, Incmaro di Reims) e fra i papi il primo che senza dubbio la città fu un franco, Leone IX, alla metà del sec. XI, finalmente che la donatio servì da modello ad una serie di falsificazioni preparate proprio in quel monastero di St-Denis, ove si conservò il più antico testo della donatio, e concludono che il falso fu composto in Francia tra il 774 e l'824. Non si va forse lontani dal vero nel pensare che tutto il documento sia stato compilato per accentuare i rapporti di indipendenza della Chiesa di fronte al potere civile, o per legittimare il fatto della creazione del nuovo Impero d'occidente.

Recentemente il Cessi, negando l'unità testuale del documento, pensa che com'è attualmente, esso sia il risultato di una lunga elaborazione: al nucleo iniziale latino di contenuto politico giurisdizionale inteso ad affermare l'autorità della Chiesa di fronte all'Impero e che risale al tempo di Gelasio, nel sec. VII s'aggiunse un'addizione mistico-religiosa sotto l'influsso della leggenda silvestriana raccolta poi negli

Acta Silvestri dei quali proprio il nostro documento è la fonte prima, e finalmente al tempo di papa Adriano I, non più tardi del 774, s'inscrì l'aggiunta politico-territoriale, cioè la donatio propriamente detta. - Vedi tav. XL.

BIBL.: Edizioni: Il testo latino è stato pubblicato criticamente da P. Hinschius, Decretales pseudoisidorianae, Lipsia 1863, p. 252; H. Grauert, Die Konst. Schenkung, in Hist. Jahrb. der Gärtes-Gesellschaft, 3 (1882), p. 15; K. Zeumer, Der älteste Text des Constitutum Constantini, in Festgabe für Rudolf von Guelot, Berlino 1888, p. 39 agg. Dall'una o l'altra di queste edizioni dipendono, con leggeri mutamenti congetturali, le edizioni di J. Friedrich, Die Const. Schenkung, Nördlingen 1907, p. 179; J. Haller, Die Quellen zur Geschichte der Entstehung des Kirchenstaates, Lipsia-Berlino 1907, p. 241; E. Eichmann, Kirche u. Staat, I, Paderborn 1912; C. Silva Tarouca, Fontes historiae eccl. medii arci, Roma 1930, p. 305; C. Mirbs, Quellen zur Geschichte des Papsttums, Tubinga 1934, p. 107. Il testo greco a fianco di quello latino dello Zeumer fu pubblicato da A. Gaudenzi, Il Costituto di C., in Bollettino dell'Istituto storico italiano, 39 (1919), pp. 87-112 e da R. Cessi, Il Costituto di C. (Il testo), in Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 68 (1928-29 II), pp. 972-1007, pure affiancato al testo latino, ma con amminicoli tipografici atti a distinguere le fasi della genesi della donatio secondo le supposizioni del Cessi.

Studi: G. P. Kirsch, La donatio di C., in La scuola cattolica, 1913 II, pp. 198-213; A. Schönegger, Die kirchenpolitische Bedeutung des Constitutum Constantini im früheren Mittelalter, in Zeitschrift für katholischen Theologie, 42 (1918), p. 337 agg. (con un'ampia e ragionata bibliografia), Posteriori: W. Levison, Konst. Schenkung und Silvester-Legende (Studi e testi, 38), Roma 1925; G. Luehr, Die Konstanz. Schenkung in der abendländ. Liter. des M. A. (Hist. Studien von Ebering, 166), Berlino 1926; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 103 agg., 580 agg.; R. Cessi, Il Costituto di C., fonti ed età di composizione, in Annali della R. Università di Trieste, 1 (1929); id., Il Costituto di C., in Rivista storica italiana, 48 (1931), pp. 155-76; M. Buchner, Rom oder Reims die Heimat des Constitutum Constantini, in Histor. Jahrbuch, 53 (1933), pp. 137-68. Ireneo Daniele

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“COSTANTINO (IMP. CAESAR FLAVIUS VALERIUS CONSTANTINUS AUGUSTUS), IMPERATORE ROMANO, DETTO IL GRANDE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 424. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/costantino-imp-caesar-flavius-valerius-constantinus-augustus-imperatore-romano-detto-il-grande.