COSTANTINO (IMP. CAESAR FLAVIUS VALERIUS CONSTANTINUS AUGUSTUS), IMPERATORE ROMANO, DETTO IL GRANDE.

COSTANTINO (Imp. Caesar Flavius Valerius Constantinus Augustus), IMPERATORE ROMANO, detto il GRANDE.

SOMMARIO. -

I. Vita

II. Personalità

III. Politica ecclesiastica

IV. Religiosità personale

V. Motivi politici per la conversione di C

VI. Il cesaropapismo di C

VII. C. nella leggenda e nel culto. -

VIII. Costruzioni costantiniane in Roma e in Palestina

IX. Donazione di C.

I. Vita

Nacque a Naisso (Dacia) il 22 febbr. non prima del 280 (secondo il Seck nel 288), dal Cesare Costanzo I e da Elena; m. nella villa di Achiron, presso Nicomedia, il 22 maggio del 337. Nel 289 Costanzo si separò da Elena, e sposò Teodora,

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figliastra di Massimiano Erculeo. C. venne educato alla corte di Diocleziano e Galerio in Oriente, tenutovi quasi come ostaggio. Dopo l'abdicazione di Diocleziano e Massimiano (1° maggio 305), Costanzo, divenuto primo Augusto, chiamò suo figlio in Gallia, e quando morì poco dopo ad Eboracum (York), le truppe proclamarono C. imperatore (25 luglio 306). Nello stesso tempo a Roma, Massenzio, figlio di Massimiano, si proclamò imperatore (28 ott. 306), con l'aiuto del padre. Massimiano e Massenzio strinsero

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all'ancora con C. contro Galerio, e C. sposò Fausta, figlia di Massimiano, la quale già era stata destinata. Massimiano e Massenzio lo riconobbero come Augusto, però il consolato di C. e Massimiano per il 307 non fu riconosciuto in Oriente. Presto Massimiano, guastato con Massenzio, fuggì presso C. in Gallia. Siccome pre

se a scopriare anche contro il genero, questi lo fece imprigionare e giustiziare (secondo altri finì per suicidio) nel luglio 310.

Dopo la morte di Galerio (maggio 311), i due imperatori d'Oricnte, l'Augusto Licinio e il Cesare Massimiano Daia, vennero in discordia: il Daia prese le parti di Massenzio, Licinio invece si avvicinò a C. e prese in moglie Costanza sorellastra di lui. Nella primavera del 312, C. cominciò la guerra contro Massenzio e lo vinse nella battaglia a ponte Milvio (28 ott. 312), nella quale Massenzio trovò la morte. Il Senato diede a C. il titolo di primo Augusto. Nel febbr. 313 C. si incontrò con Licinio a Milano, ove celebrarono le nozze di Licinio con Costanza ed emanarono il cosiddetto «editto di Milano» (v. infra). Tornato C. in Gallia, scoppiò la prima guerra tra C. e Licinio. C. lo vinse a Cibalie (presso Sirmium) e nella pace tenne per sé l'Illirico, facendosi così padrone di una buona metà dell'impero. Nel 315 C. e Licinio erano consoli. Nuovi dissidi, ai quali non fu estranea la persecuzione dei cristiani ripresa da Licinio nel 321, causarono una seconda guerra nella quale Licinio fu vinto ad Adrianopoli (3 luglio 323), poi a Chrysopolis in Asia Minore (18 sett. 323) e finalmente venne chiuso in Nicomedia. Si mise di mezzo Costanza, e C. promise la grazia; però cospirazioni di Licinio coi barbari diedero motivo a C. di farlo giustiziare (324). Così, dopo 40 anni di divisioni, C. restò unico capo dell'impero.

Il 20 maggio 325 C. fu presente all'apertura del Concilio di Nicea. Dal luglio al sett. 326 dimorò a Roma, e in questo momento decretò la morte del figlio primogenito Crispo, a Pola. I motivi di questa decisione sono oscuri, sembra ci sia stato di mezzo un intrigo di palazzo da parte di Fausta, matrigna di Crispo. Convintosi poi dell'innocenza di Crispo per intervento di sua madre Elena, C. fece giustiziare Fausta. Il 26 nov. 326 pose la prima pietra di Costantinopoli, la nuova capitale che fu solennemente inaugurata l'11 maggio 330. Dei tre figli avuti da Fausta aveva già dato la nomina di Cesare, nel 317, a Costantino (II), e nel 323-24 a Costanzo (II).

Nel 333 nominò anche l'ultimo, Costante, e nel 335 Dalmazio, figlio del suo fratellastro Giulio Costanzo. Evidentemente intendeva far rivivere la tetrarchia di Diocleziano, affidandola ai suoi consanguinei. Annibaliano, fratello minore di Dalmazio, ebbe in sposa Costanza di Costantino ed il regno del Ponto. Nel 337 durante i preparativi per una guerra contro Shapur II re di Persia, C. si ammalò e morì, battezzato da Eusebio, vescovo di Nicomedia. Il suo corpo fu seppellito nella basilica degli Apostoli a Costantinopoli.

Il Personallità. — Egli è senza dubbio tra gli imperatori romani una delle più grandi figure e il suo governo uno dei più fortunati. Il suo carattere «prima di tutto è quello di un appassionato e d'un temerario: nell'esercito trascina gli uomini ed è un ardito stratega; alla corte ama l'apparato, la magnificenza, si atteggia a bell'uomo e bello spirito e sempre si compiace di agire, di creare. Cerca di abbigliare, di conquistare i cuori dei sudditi e di assicurarsi l'attenzione della posterietà. Per soddisfare alla sua ambizione o anche solo alla sua vanità, non risparmia riforme o spese, senza calcolare le conseguenze o i contraccolpi, perché le sue decisioni, la maggior parte delle volte, sono improvvise. È un impulso, docile alle influenze, ma anche altamente compreso della sua missione. La sua passione di dominare è sostenuta e come ingrandita dalla coscienza del suo dovere e dalla fiducia nel suo destino» (J. R. Palanque).

In un certo senso C. è il primo vero sovrano dell'impero romano, mentre gli imperatori, da Augusto a tutto il sec. II, erano piuttosto sommi magistrati, e quelli del sec. III concordieri o dittatori. Gli imperatori bizantini, come pure Carlomagno e gli imperatori medievali, si sentivano ed erano molto più successori di C. che di Augusto o di Traiano. Gli storiografi moderni trattano spesso C. con una certa malevolenza, dovuta in parte alla tendenza legittima di ridurre alle giuste proporzioni gli enormi troppo entusiasti dei contemporanei, ma più di tutto alla sua politica religiosa.

III. POLITICA ECCLESIASTICA

Quando C. prese il governo, la persecuzione era da tempo cessata in Occidente di fatto, in Oriente lo era dal 311 grazie all'editto di Galerio. Argomentando da Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 12), alcuni (Burckhardt, Boissier; contro: K. Bihlmeyer, Das angebl. Toleranzeditk K. von 312, in Theol. Quartalschr., 96 [1914], pp. 65-100) rientnero che C. emanasse un editto di tolleranza prima della battaglia a ponte Milvio. Certo è che nel convegno con Licinio a Milano (febbr. 313) furono stabilite le norme da seguire nella questione dei cristiani, da cui risultò l'editto emanato da Licinio a nome di ambedue gli imperatori a Nicomedia il 13 giugno 313 (testo integrale in Lattanzio, De mort. pers. 58; estratto in Eusebio, Hist. eccl., X, 5, 2-3), brevemente chiamato «editto di Milano», di cui ecco il sommario: 1) I cristiani come tutti gli altri possono seguire la propria religione. 2) Le leggi emanate nel passato contro i cristiani sono abolite. 3) I luoghi di culto debbono essere restituiti ai cristiani senza'obbligo di riscatto: se dopo la confisca sono passati in mano di privati, questi possono chiedere un indennizzo al fisco.

Tra le leggi emanate in seguito da C. in favore della Chiesa, le principali sono: nel 313 o 315 immunità dal tributum e dall'ammona (Cod. Theod., XI 1, 1); esenzione per i chierici da «munera pubblica». Nel 321 la domenica viene riconosciuta come giorno festivo; le chiese vengono dichiarate capaci d'accettare legati testamentari (Cod. Theod., XVI 2,4). Nel 321 e 333 l'arbitrato dei vescovi (audientia episcopalis) è obbligatorio anche se invocato da una sola delle due parti (quest'ultimo comma fu abolito da Arcadio nel 398 e Onorio nel 408); dall'arbitrato dei vescovi non c'è appello al giudizio civile.

Oltre a ciò C. colmò le chiese, specie quelle di

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(da J. Borchbardt, Die Zeit Constantine des Grosten, Fienke a. e., sec. II Costantino - Medaglione: C. tra il figlio Costantino II e la figlia (sec. IV) - Berlino. Münzkobinett.
Roma, di doni e benefizi (sulle costruzioni di C. a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Betlemme, V. singole voci, e sotto

ed i suoi rappresentanti, e desiderava la propagazione della fede (sulla lettera di C. a Shapur re dei Persiani, cf. N. H. Baynes, Constantine the Great and the Christian Church, p. 26).

Vi è stata certamente un'evoluzione nel suo pensiero religioso. Autori moderni hanno voluto stabilire le tappe: sincretismo solare, monoteismo filosofico, cristianesimo superstitioso (cf. J. R. Palanque, in Fliche-Martin-Frutaz, III, p. 30-34); bisogna però tener conto che C. non sembra essere stato un pensatore capace di sottilizzare, ma piuttosto un realista pratico. D'altra parte le espressioni dei panegiristi pagani, il fatto che sulle monete di C. compaiono ancora per anni emblemi pagani, il titolo Pontifex Maximus (il quale fu soppresso solo da Graziano nel 382), non possono aver valore decisivo nel giudicare dell'atteggiamento religioso di C. Così pure la convinzione radicatasi in lui di una visione o manifestazione divina concessagli prima della vittoria su Massenzio, ed il sogno che lo indusse a scegliere Bisanzio per sua nuova capitale (Cod. Theod., XIII, 5, 7; Sozomeno, Hist. eccl., 11, 3) non bastano a fare di lui un sognatore abituale o un mistico.

La visione del 312. — Alla visione alludono un panegirico del 313 (Kirch, Enchirid. n. 363) e un altro del 321 (ibid., n. 392); la raccontano Lattanzio (De mort. pers., 4), Eusebio (Hist. eccl., IX, 9, 1-11; De vita Const., I, 27-29), Socrate (Hist. eccl., I, 2, 5-10), Sozomeno (Hist. eccl., I, 3), Filostorgio (Hist. eccl., framm. 6), Gelasio di Cizico (Hist. conc. Nicaeni, I, 4, 1), i quali divergono sui particolari: infatti secondo Lattanzio la visione sarebbe avvenuta in un sogno la notte precedente la battaglia di ponte Milvio; secondo Eusebio (De vita Const.) molto prima, quando C. stava ancora in cammino, ed in pieno meriggio, partecipò anche i soldati; secondo Filostorgio si trattava di una visione di stelle; però siccome tali racconti debbono risalire alla testimonianza di C. stesso, può darsi che egli stesso abbia variato nell'essere i particolari, come accade a chi sovente e con compiacenza ripete un episodio della sua giovinezza. Della sostanza del fatto non si può ragionevolmente dubitare.

V. MOTIVI POLITICI PER LA CONVERSIONE DI C

Quando C. assunse il governo, la situazione generale, soprattutto in Occidente, non era tale da esigere una politica cristianofila. I cristiani erano tuttora una minoranza (non molto più del 10% su una popolazione totale dell'impero calcolata in 50 milioni) e non avevano mai costituito un partito politico, né preso parte alle lotte intestine per la conquista dell'impero. I pregiudizi delle masse e delle classi colte contro di loro sussistevano tuttora. C. avrebbe avuto interesse, soprattutto in Occidente, a non introdurre mutamenti che urtassero l'opinione pubblica e a continuare l'indirizzo amministrativo dato all'impero da Diocleziano. Facendo sua la causa del Dio dei cristiani C. non poteva calcolare di cavar profitto da loro nella lotta contro Massenzio, poiché questi non perseguitava i cristiani, anzi aveva cominciato a restituire i loro beni confiscati (Ottato, Contra Parmenianum, I, 18). Come la campagna contro Massenzio non aveva carattere religioso, così anche la conversione di C., se avvenuta durante questa campagna, non poteva avere un carattere puramente politico. Di motivi politici si può parlare soltanto nel senso che C., essendosi ben accorto delle conseguenze disastrose per l'impero della politica persecutrice di Diocleziano e Galerio, dovette sentirsi indotto a non ripetere il loro errore; ma questo è piuttosto impegno di bene governare lo Stato, che calcolo politico.

VI. IL CESAROPAPISMO DI C

Sotto un certo aspetto C. si può considerare come primo rappresentante del sistema che gli storici moderni chiamano cesaropapismo, quello cioè che considera il principe capo di diritto, in un certo senso, anche della Chiesa. C. ritenne suo dovere promuovere gli interessi della Chiesa, ed a tale scopo convocò concili, emanò leggi, prese disposizioni riguardanti gli interessi ecclesiastici, tanto che vien fatto di pensare che ben

poco lo preoccupasse il primato del Papa romano. «È straordinaria la sproporzione tra la sua magnificenza verso la Chiesa romana e il piccolo posto ch'egli concede al papa nella sua politica ecclesiastica» (Batiffol). Certe sue disposizioni dopo il Concilio di Nicea, quando sotto l'influsso della sorella Costanza e di Eusebio di Nicomedia si prestò agli intrighi degli ariani, furono assai dannosi alla Chiesa. Tuttavia si può dire che C., più che governare la Chiesa, intendeva esserne il grande benefattore; non regolare il «credo» dei suoi sudditi, come fece suo figlio e successore Costanzo, ma togliere di mezzo le divisioni che gli eretici le creavano in seno, prevenendo in certo modo la teoria del braccio secolare dell'Impero medievale. Ed i vescovi, anzitutto in Oriente, abbagliati da questa insta-spettata benevolenza susseguita alla più atroce delle persecuzioni, si ritennero legati con una devozione senza limiti verso di lui immaginando che dall'Imperatore ormai sarebbe provenuto ogni bene alla Chiesa. A tutti gli atti che a noi appaiono escaropapisti-ci, C. venne indotto dalle preghiere dei vescovi. Così, senza essere per principio escaropapista, egli ha inaugurato tale sistema nella Chiesa bizantina.

VII. C. NELLA LEGGENDA E NEL CULTTO. - C., a quanto pare, non è stato, come tanti altri gran-di personaggi, oggetto di leggende a carattere popolare, ma piuttosto a carattere letterario. La più importante è quella del suo battesimo per le mani di papa Silvestro e la guarigione dalla lebbra; essa si trova nel sec. VI nel Lib. Pont., ma può risalire alla seconda metà del sec. V (sulla Donatio Constantini, V. sotto). Tali leggende furono anche oggetto di rappresentazioni artistiche quali la Donatio Constantini di Giulio Romano, gli affreschi secenteschi a S. Giovanni in Laterano e soprattutto quelli ben più antichi nell'oratorio dei SS. Quattro. Il culto liturgico di C., forse sotto tra gli ariani (H. Leclercq, s. V. in DACL, III, col. 2688), si allargò in tutto l'Oriente greco, dove C. venne celebrato come «uguale agli Apostoli» e «tredicesimo Apostolo» (festa 21 maggio, insieme con s. Elena, come pure presso gli Armeni). Su culti isolati, sorti per mezzo di reliquie, in Inghilterra, in Boemia, Sicilia, Calabria, V. SS. Maii, V, pp. 12-14. In Calabria esiste tuttora S. Costantino presso Mileto e S. Costantino di Rivello presso Sapri.

BIBL.: Fonti letterarie: Lattanzio, De mortibus persecutorum, dal cap. 24 in poi; Panegyrici latini, VI-X; Eusebio, Hist. ecc., VIII-X; De vita Constantini; Zosimo, 118-39; Aurelio Vittore, Caesares, 40, 2-41, 17; Eutropio, IX22-X10; una biografia di C. di epoca bizantina pubblica. H. G. Opitz, in Byzantin. 9 (1934), pp. 335-39. Atti e lettere di C. in A. Crivellucci, Della fede storica di Eusebio nella Vita di Costantino. Livorno 1888; id., I documenti della vita di C., in Studi storici, 7 (1988), pp. 412-29. 543-59; A. Mancini, Osservazioni sulla vita di C. d'Eusebio, in Rivista di filologia, 33 (1905), pp. 309-60; G. Pasquali, Die Compositione di Vita C. des Eus., in Hermes, 45 (1910), pp. 369-86; genuina al meno in sostanza: O. Seeck, Die Urkunden der Vita C., in Zeitschrift f. Kirchengesch., 17 (1897), pp. 321-45; A. Pistelli, I documenti costantiniani negli storici ecclesiastici, Firenze 1914; A. Casamassa, I documenti della Vita C. di Eusebio Cesareense, in Letture costantiniane, Roma 1914, pp. 1-60; I. Daniele, I documenti costantiniani della Vita Costantini, di Eus. di Cesarea (Anal. Gregor.), 13. Roma 1938. Sulla Oratio ad sanctum coetum, in Theol. Quar-tale

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schrift, 1910, pp. 399-417; A. Kurfess, in Zeitschr. f. Neustet. Wissenschaft., 1919-20, pp. 72-81. Leggi di C.: Cod. Theodos., Constr. Sirmondi, Cod. Iust. Fonti epigrafiche: H. Dessau, Inser. Lat. selectae, I, n. 68; sgg. Fonti numismatische: J. Maurice, Numismatique constantinienne, 3 voll., Parigi 1906-13. Bibliografia assai completa fino al 1914 in H. Leclercq, s. V. in DACL, III, col. 2522-95. Fino al 1930 in Norman H. Baynes, Con-stantini the Great and the Christian Church (Proceedings of the British Academy, 15), Londra 1931, opera scritta con molto criterio, assai pregevole; Konstantin d. Gr. und seine Zeit (Gesammelte Studien, herausg. V. F. J. Dolger), in Röm. Quartalschr., suppl. 19 (1913); Ed. Schwartz, Kaiser Konstantin u. d. christl. Kirche, 5° ed. Lipsia 1913; O. Seeck, Regesten der Kaiser und Papste, Stoccarda 1919, pp. 159-84; E.Stein, Gesch. d. spätromischen Reiches, I, Vienna 1928, pp. 125-201; P. Batiffol, La paix constantinienne et le catholicisme, 4° ed., Parigi 1929; A. Pignaniol, L'empereur Constantin, Parigi 1932; J.R. Palanque, Constantin (Hommes d'Etat, 1), ivi 1936, pp. 340-426; W. Seston, Recherches sur la chronologie du règne de C. le Grand, in Revue des études anciennes, 39 (1937), pp. 197-218; J. R. Palanque, in Fliche-Martin-Frutaz, III, pp. 17-100; J. Ortiz de Urbina, La politica di C. nella controversia ariana, in Atti del V Congr. internazionale di studi bizantini, Roma 1939, pp. 284-68. Per il 16° centenario della morte di C. (1937) apparvero molti articoli commemorativi: A. Ferrúa, in Circ. Catt., 1937, IV, pp. 385-94; H. Lietzmann, Der Glaube Konstantins d. Gr., in Sitzungsb. d. Preuss. Akademie d. Wiss. Phil. hist. Kl., 20 (1937); H. Grégoire, La conversation de Constantin, in Revue de l'Univ. de Bruxelles, 36 (1930-31), Der Reichsgedanke K. s., Kais. Reichsgedanke zur religiösen Haltung des Kaisers (Breslauer hist. Forschungen, 18), Breslavia 1941.

Sulla visione: Le fonti raccolte in Kirch, Enchiridion, nn. 363, 365, 391, 392, 453, 457, 716, 843, 915, 953. Studi speciali: H. Schroers, K.s. d. Gr. Kreuzerscheinung, Bonn 1913; id., in Zeitschr. f. kath. Theol., (1916), pp. 238-57, 485-533; F. Savo, in Civ. Catt., 1913, II, pp. 11 sgg.; Pio Franchi de Cavalieri, Il sabore descritto da Eusebio, in Studi romani, 1 (1913), pp. 61-86; Alcino del labaro descritto da Eusebio, ibid., 2 (1913), pp. 161-231; A. Albidoli, in Prisciani (Miscellanea Dolger), Münster 1939, pp. 1-18; J. Zeiller, in Byzantin, 14 (1939), pp. 329-39; H. Grégoire, La vision de C. liquide, ibid., 14 (1939), pp. 341-51; L. ABARO.

Sulla leggenda della lebbra di C. e il suo battesimo per mano di Silvestro, cf.: J. Döllinger, Papstfabeln, 2° ed., Monaco 1890, p. 61; sgg.: F. J. Döller, in Röm. Quartalschr., suppl., 19 (1913), pp. 377-447; W. Levison, Konstantinische Schenkung und Sivete-legend (Miscell. Ehrle, II, in Studi e Testi, 38). Roma 1924, pp. 159-247; G. B. Giovenale, Il Battistero lateranense, 1929. Ludovico Herding

VIII. COSTRUZIONI COSTANTINIANE IN ROMA E IN PALESTINA

I. Ordine generale

Lo scopo grandioso di C. il Grande era quello di riunire l'Impero romano e di ricostruirlo sulle basi della dottrina, etica e disciplina cristiana. L'Imperatore s'interessava di favorire la Chiesa cristiana, di rinforzare il suo pre-stigio. Un buon mezzo a tale scopo gli sembrò la costruzione degli edifici monumentali di culto della nuova religione.

Questa sua attività si manifestò in un triplice modo: 1) nel restituire i luoghi di riunione sia ai privati che alle comunità cristiane secondo il re-

scritto di Milano (313); 2) nel sopraelevare, allargare e prolungare i luoghi di culto già esistenti; 3) nel costruire edifici sacri ex novo sia in Occidente che in Oriente.

2. Edifici di culto nell'Occidente

In Occidente questa attività s'iniziò dopo la vittoria su Massenzio al ponte Milvio (28 ott. 312), e secondo il Lib. Pont. undici edifici di culto vengono fatti risalire all'impulso personale dell'Imperatore. Forse immediatamente dopo aver preso possesso dell'Urbs venne innalzata, come chiesa episcopale per il vescovo di Roma, la Basilica in onore del Salvatore, in collegamento di un battistero e di un palazzo papale (Lib. Pont., I, p. 176). La fabbrica intera fu costruita sul possesso imperiale in Laterano (donna Faustae) estendendola su una strada e sulla caserma demolita degli Equites singulares (E. Josi, Scoperte nella basilica costantiniana al Laterano, Roma 1934). Nella stessa città, se anche più tardi nel tempo, una chiesa in onore della S. Croce veniva costruita nel Sessorium essendo questo proprietà di Elena Augusta (ibid., I, p. 179).

Fuori le mura cinque chiese cimiteriali sorsero sia immediatamente sui sepolcri dei martiri sia nell'area sopra le cripte dei cimiteri lungo le vie consolari. Ma la fabbrica più importante è senza dubbio la basilica di S. Pietro sopra la tomba del principe degli Apostoli, che venne costruita tagliando una parte del colle vaticano fino al livello del sepolcro, riempiendo di terra il sepolcreto pagano con i suoi monumenti e costruendovi sopra una basilica a cinque navate (ibid., I, p. 176). Più semplici e modesta nelle sue dimensioni, la basilichetta di S. Paolo sopra la tomba dell'Apostolo nella regione paludosa del Tevere fra l'Iter vetus e la via Ostiense (ibid., I, p. 178). Altrettanto modeste sembra siano state la basilica di S. Lorenzo «super arenario cryptae» nel cimitero di Ciriaca sulla via Tiburtina (ibid., I, p. 181) e anche la Basilica in onore dei martiri Marcellino Presbitero e Pietro Esorcista sul demanio imperiale ad duas laureas in collegamento con il mausoleo dell'imperatrice Elena (ibid., I, p. 182). Ugualmente di proporzioni modeste fu la chiesa in onore di s. Agnese, vergine e martire, nel possesso delle principesse imperiali sulla via Nomentana (ibid., p. 180).

Di un carattere più amministrativo sono le quattro seguenti chiese, che furono disposte secondo un punto di vista militare, cioè una chiesa ad Ostia (ibid., I, p. 183), porto di collegamento con la Spagna e l'Africa, ed un luogo battesimale, una a Napoli (ibid., I, p. 186), stazione della flotta per l'Oriente, un'altra in Albano Laziale (ibid., I, p. 184) insieme con un episcopio, adoperando le

«scheneca deserta» della Legione Patricia II ed una quarta a Capua sulla via Appia (ibid., I, p. 185).

In base poi ai dati della storia dell'architettura a questo periodo si può attribuire anche la Basilica Apostolorum sulla via Appia e la basilica di Teodoro in Aquileia. Oltre questo, il Lib. Pont. presenta anche le liste particolareggiata di donazioni (suppellettili, arredamenti) e di fondazioni (denaro, fondiaria, specizie).

3. Edifici di culto in Oriente

Nell'Oriente C. cominciò a costruire chiese cristiane dopo aver superato nel 324 Licinio, suo avversario. Eusebio, storico alla corte imperiale, ricorda otto chiese espressamente costantiniane. La chiesa, verosimilmente costruita per prima, fu l'Ottagono in Antiochia (v.) come una specie di chiesa commemorativa della vittoria del 324 e della unificazione dell'Impero romano.

Quasi una trilogia in glorificazione delle divine manifestazioni della Natività, Resurrezione e Ascensione del Signore, formarono gli edifici di culto in Betlemme, a Gerusalemme e sul monte degli Olivi. La fabbrica a Betlemme comprende un edificio longitudinale a cinque navate e in luogo dell'abside un ottagono sopra la spelonca della Natività (Eusebio, Vita Constantini, III, 43). Quella a Gerusalemme comprende una basilica a cinque navate, il Martyrium ed un edificio centrale sopra la spelonca del Sepolcro e della Resurrezione, l'Anastasi (Eusebio, op. cit., III, 30-40). La terza poi, sul Monte degli Olivi, si compone di un edificio di preghiera a tre navate sopra la spelonca dell'insegnamento in connessione con un santuario nel luogo proprio dell'ascensione sulla sommità del monte (Eusebio, op. cit., III, 43). Dello stesso tipo viene considerato anche l'edificio basilicale a Mambre, intorno all'altare, al pozzo e al terebinto di Abramo (Eusebio, op. cit., III, 51). Oltre questo vengono enumerate come chiese costantiniane una basilica nel luogo del tempio di Giove a Eliopoli (Eusebio, op. cit., III, 65), una basilica a Tiro, in compenso di un'altra distrutta (Eusebio, op. cit., X, 4, 25) e soprattutto l'Apostoleion a Costantinopoli in relazione al mausoleo di C. stesso (Eusebio, op. cit., IV, 58).

In seguito Eusebio dà anche una descrizione speciale delle chiese a Tiro, a Gerusalemme, ad Antiochia e a Costantinopoli. A quella poi della basilica di Tiro egli aggiunge una interpretazione dell'edificio di culto cristiano in un senso liturgico e mistico.

4. Caratteristiche

La forma architettonica varia secondo lo scopo dell'edificio. Si trova normalmente una costruzione centrale (rotonda o ottagonale) per i mausolei (S. Elena sulla via Labicana, S. Costanza sulla via Nomentana, il mausoleo di C. a Costantinopoli).