LABARO. - È il vessillo fatto eseguire dallo stesso imperatore Costantino, dopo aver avuto la visione di una croce luminosa con la scritta τούτῳ
LABARO - LABASTIDA Y DAVALOS PELAGIO ANTONIO
viva; la descrizione del vessillo stesso, secondo la Vita Constantini (I, 31), è la seguente. Esso era costituito da una lunga asta rivestita d'oro, che nella parte superiore aveva inchiodata una travata a guisa di croce. Alla sommità era fissata una corona di pietre preziose racchiudente le due priglie, mentre il letto del nome XP(συτός) intrecciate in modo che l'asta del P era tagliata nel centro del X. All'antenna era assicurato un drappo purpureo quadrato di regale magnificenza, intessuto d'oro e pietre preziose; sotto il drappo, posti in seguito, i medaglioni di Costantino e dei suoi figli.
La Vita Constantini mette la visione nella Gallia; è noto quanto sia discussa la sua autenticità (v. Eusebio di Cesarea, II, Opere storiche); ma la visione è attestata, oltre che dallo stesso Eusebio (Hist. eccl., IX, 1-11), da due panegirici, l'uno del 313 e l'altro del 321. Inoltre, Lattanzio parla d'un sogno alle porte di Roma, prima della battaglia ad saxafra (De mortibus persecutorum, 44). Secondo una versione riportata da Rufino (Hist. eccl., IX, 9, 1) e in seguito da Socrate (Hist. eccl., I, 3). Costantino avrebbe udito in sogno dagli angeli le parole του νίκη. Filostorgio (Hist. eccl., I, 6) riferisce che la Croce apparsa era in mezzo ad un'iride di stelle le quali formavano l'in hoc vince, in latino. Eusebio nella sua storia (IX, 9, 10), descrivendo la statua fatta eri-gere da Costantino in memoria della battaglia del ponte Milvio e del trionfo su Massenzio, dice che l'Imperatore era rappresentato impugnando il L. H. Grégoire ha messo in evidenza l'importanza del testo di Rufino relativo alla iscrizione posta sotto la statua di Costantino nel Foro Romano: in hoc singulari signo quod est vere virtutis insigne, per dimostrare che si trattava d'una vera insegna, d'un vexillum (La statue de Constantin et le signe de la Croix, in L'antiquité classique, I [1932], pp. 135-43). S. Ambrogio nel 1888 chiama il L. Christi sacratum nomine (Ep. 40: PL 16, 1152); poco dopo Prudenzio scrive che Christus purpureum gemmati textus in auro signabat labarum, clypeorum insignia Christi scripserat (Contra Symmachum, I, 487-89). Paolo in Dio la descrive il monogramma Christum e ne spiega la composizione mediante le due lettere chi et rho (Poem., XIX: PL 61, 612-27). In base al testo di Eusebio, G. Villi-pert ricostruì il l. (cf. Vision und Labarum Konstantins des Grossen, Colonia 1913), ricostruzione che pubblicò poi a colori, avendo ripreso in esame i dati di Eusebio, di Lattanzio e dei monumenti (cf. Mosaiken, pp. 28-52 e tav. 51, 2).
Una pregevole documentazione sul l. e su alcune sue varianti è dato dalla numismatica costantiniana. Il monogramma è quello stesso coeleste signum Dei ricordato da Lattanzio nel suo De mortibus persecutorum, veduto in sogno da Costantino e fatto dipingere sugli scudi dei soldati e posto sull'elmo di Costantino. L'officina monetaria di Siscia coniò nell'anno 317 una moneta con il monogramma sull'elmo di Costantino. Una moneta del Gabinetto numismatico di Vienna, pubblicata da G. Wilpert (Mosaiken, p. 33, fig. 2) e da A. Alföldi mostra molto evidente il monogramma sull'elmo dell'Imperatore (A. Alföldi, The helmet of Constantine, with the christian monogram, in Journal of Roman Studies, 22 [1932], pp. 9-23, tav. 4,17). Una moneta di Vetranio presenta il l. con il monogramma nel centro del drappo e in giro l'iscrizione «Hoc signo victor eris» (Wilpert, Mosaiken, p. 42, fig. 9). Che questo monogramma sia il Signum Christi è attestato da un graffito esistente nel cimitero di Priscilla in cui, dopo aver augurato ai defunti Gregorio e Sabbazia «in pace» si aggiunge a spiegazione del monogramma «signum Christi» (Wilpert, Mosaiken, 29 e riproduzione fotografica in Sarcofagi, fig. 201).

, in Journal of Roman Studies, 22 [1932], pp. 9-23, tav. 4,17). Una moneta di Vetranio presenta il l. con il monogramma nel centro del drappo e in giro l'iscrizione «Hoc signo victor eris» (Wilpert, Mosaiken, p. 42, fig. 9). Che questo monogramma sia il Signum Christi è attestato da un graffito esistente nel cimitero di Priscilla in cui, dopo aver augurato ai defunti Gregorio e Sabbazia «in pace» si aggiunge a spiegazione del monogramma «signum Christi» (Wilpert, Mosaiken, 29 e riproduzione fotografica in Sarcofagi, fig. 201).
Ma il l. con il monogramma nel centro del drappo si trova in un quinto di Costantino e in medaglie di Costantino. Una moneta di Costantino offre il l. con il monogramma senza la corona alla sommità dell'asta confitta in terra schiacciando un serpente (Wilpert, Mosaiken, p. 37, fig. 5). Invece nel celebre dittico di Aosta nel drappo del l. impugnato dall'imperatore Onorio si legge: in nomine XPI vincas semper; e il monogramma si trova all'estremità dell'asta dentro la corona. Recentemente H. Grégoire, dopo aver studiata l'Etymologie du Labarum (in Byzantion, 4 [1929], pp. 477-82) e aver negato che Eusebio sia l'autore della Vita Constantini (ibid., 13 [1938], pp. 561-83), ritiene poter liquidare anche la visione di Costantino (La vision de Constantin «liquidée» (ibid., 14 [1939], pp. 341-51); a lui risposero J. Zeiller (Remarques sur la vision de Constantin, ibid., 14 [1939], pp. 331-39) e A. Alföldi (The conversion of Constantine and Pagan Rome, Oxford 1948, pp. 16-17). Anche in una stela di Larissa in Macedonia il monogramma circondato da una corona è detto signum Christi (CIL, III 7315); il monogramma trovato in S. Agnese ha pure in hoc signo... vincas (G. B. De Rossi, Cimitero di S. Agnese, in Bull. di arch. christ., 2a serie, 6 [1875], pp. 80-82); come pure nell'iscrizione di Sinfonia vista da A. Bosio: in hoc vincas e sotto il monogramma (A. Bosio, Roma sotteranea, Roma 1632 p. 215). A Sicca Veneria (oggi El-Kef in Tunisia) intorno alla Croce con le lettere α e ω è scritto: in hoc signum semper vincas (CIL, VIII, 1767); a Deir-Sanbil, nella Siria, al disotto delle parole TOYTITI NIKA sono incise due croci monogrammatiche con α e ω (M. De Vogüé, Syrie Centrale, Architecture civile et religieuse, Parigi 1865-77, p. 151). Vedi tav. XLVIII.