GALLIA

GALLIA. - Così chiamavano gli antichi il paese compreso fra il Mediterraneo, le Alpi, il Reno, l'Oceano, i Pirenei che suddividevano il G. Narbonensis, Aquitania, Lugdunensis, Belgica.

I. EVANGELIZZIONE

La regione, interamente pacificata e ordinata da Augusto, aveva presto raggiunto un grado notevole di civiltà e di tranquillità; le relazioni così di commercio come di affari politici e amministrativi con l'Italia e con Roma erano continue, le strade numerose e ben tenute, largamente usate le vie fluviali. Assai frequentata da Greci e da Orientali per antica tradizione doveva essere la cesta provenzale, dove sin da c. il 600 a. C. i Focei d'Asia Minore avevano fondato una cesta attiva e prospera per la loro colonia di Massaia (Marsiglia), e dominavano l'ottima via di penetrazione verso l'interno offerta dal Rodano. È molto probabile che nella regione massali possa essere giunta molto per tempo qualche voce cristiana, e il fatto troverebbe riscontro in Puteoli, altro luogo molto collegato con l'Oriente, dove s. Paolo trovò nell'a. 60 un nucleo di cristiani di una certa importanza. Non pare però che possano essere prese in considerazione le tradizioni di tardo origine sulla venuta in Provenza di Lazzaro, il risorto di Bethania, e delle sue sorelle Marta e Maddalena.

In II Tim. IV, 10 s. Paolo lamenta di esser quasi solo, e tra i nomi dei discepoli che son lontani ricorda un Crescente e i Xalix, Non tutti i codici hanno però Xalix, altri hanno Xalix, e i più antichi interpreti, Eusebio e Teodoro, non si sono posti neanche il quesito se potesse pensarsi alla C., ma hanno riferito il passo alla Galazia. Comunque di questa missione di Crescens non si hanno ulteriori notizie.

V'è poi la questione, se s. Paolo sia andato in Spagna. Che se lo sia proposto, è indubitato; lo dice chiaramente egli stesso in Rom. 15, 24, e sembrerebbe favorire una tesi affermativa un passo dell'Epistola di s. Clemente ai Corinzi (V, 7), in cui si dice che l'Apostolo non raggiunse la corona del martirio che dopo aver toccato l'estremo Occidente. Se s. Paolo è andato in Spagna, è più che probabile che abbia scelto la via del mare e non che abbia voluto attraversare le Alpi, e in tal caso, data la considerazione degli antichi navigatori di costeggiare, vi sarà stata una fermata a Massilia, che certamente il Santo non avrà mancato di mettere a profitto. In ogni modo il Papa, il 5 dicembre 1941, si è domandato perché s. Paolo abbia parlato di Spagna e non di G. e d'Africa. Non sarebbe, per caso, perché in quello proviene già altri fosse andato? Si ricordi quanto l'Apostolo dice della propria renitenza a recarsi a favore in un campo già seminato da altri (Rom. 15, 20).

In ogni modo si è sempre nel campo delle possibilità, come pure volere del tutto ipotetico hanno le attribuzioni al secc. 11 di qualche testo epigrafico di qualche sacrofao rinvenuti in G., i ritenuti di tale età solo in base a dubbi criteri paleografici o storico-artistici. Per avere una prima documentazione sicura della presenza di cristiani in G. si deve scendere all'a. 177 d. C. A fatti di quell'anno si riferisce una lettera che i cristiani di Lugdunum (Lionese) scrissero ai confratelli d'Asia e di Frigia per narrar loro la fine gloriosa di un gruppo di cristiani uccisi con barbari tormenti in odio alla loro fede. Il tragico avvenimento di Lugdunum fu quasi certamente il primo caso di persecuzione anticristiana in G., come riconosce Sulpicio Severo: «sub Aurelio deinde, Antonini filio, persecutio... agitata, ac tunc primum inter Gallias martyria visa, serius trans Alpes Dei religione suscepta» (Chron., II, 32).

A capo della chiesa di Lugdunum, creatore vescovo, dopo la passata bufera, rimase il presbitero Ireneo. Oriundo d'Asia, dove aveva in gioventù ascoltato s. P. Piccarpo di Simirre, è una delle più grandi figure del cristianesimo del sec. II. Non si sa quando e perché egli sia venuto in G., certo vi svolse fervida e luminosa opera sia di vescovo che di dottore scrittore e difensore della Fede cristiana, godendo di un grande prestigio. Poté infatti intervenire con saggi consigli di moderazione nel dissidio tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'Asia circa la data della celebrazione della Pasqua, riuscendo a persuadere il papa Vittore I a non voler per una questione di non vitale importanza seppur le Chiese d'Asia dal corpo misterico della Chiesa universale.

Solo di Lugdunum si hanno liste episcopali che risalgono a prima del sec. III (L. Duchesne, Fastes episcopaux de l'ancienne Gaulle, Parigi 1907-10), il che non vuol dire che debba senza altro escludersi l'esistenza di altre sedi episcopali, molte essendo state le sedi che non possono esibire gli elenchi ordinati compiuti dei loro vescovi. In ogni modo è certo che quanto più indietro si risale nel tempo, tanto più si dovranno trovare le sedi episcopali riservate alle sole città maggiori.

Gregorio di Tours dice che nell'a. 250 «septem viri episcopi ordinati ad praedicandum in Gallias missi sunt» (Hist. Franc., I, 30), ma la notizia non riscuote troppa fede tra gli studiosi. Più attendibile la notizia in una lettera di s. Cipriano degli aa. 251-255, che il vescovo di Lugdunum e altri e cospicci in cadem procurò una conferma di un ammasso di papa Stefano I il loro collega Marciano vescovo di Arlente, la cui condotta nella questione dello scisma di Novaziano non sembrava inesauribile. Il cristianesimo pertanto continua a diffondersi, e altri episcopati si sono costituiti. Tra i monumenti cristiani più singolari è da ricordare una iscrizione greca trovata a Autun (Augusto dunum) con formole complicate e poco chiare che arieggano un po' il linguaggio misterioso degli gnostici. Non regna secondo tra i molti studiosi che di essa si sono occupati circa la data di assegnare e che è fatta oscillare dal sec. II al VI d. C. (cf. H. Leclercq, Autun, in DACL, I (1924), coll. 3188-3216).

Molto silenzio segue intorno alle cose cristiane di G. fino a Diocleziano; a questo periodo può riferirsi qualche iscrizione cristiana per lo più sepolcrale di ignoti, e vi sono attribuiti alcuni martiri, ma in tardo narrazioni che non meritano fiducia. L'ultima persecuzione, quella di Diocleziano, avrebbe dovuto svolgersi anche nella G., ma il Cesare ad essa preposto, Costanzo Cloro, non applicò che molto di rado e parzialmente le disposizioni di quell'editto. Del resto l'abbiglazione di Diocleziano e Massimiano, la successione poco dopo seguita di Costantino e i decreti di tolleranza di Galerio e di Costantino e Licinio (cosiddetto editto di Milano del 31/3), liberarono le Chiese di G. e di tutto l'Impero da ogni timore di persecuzione. E non molto dopo la religione cristiana, prima equiparata alle altre, divenne la preferita, e proscritto in seguito il culto pubblico della vecchia religione greco-romana. Ogni difficoltà però non fu tolta, che insero, sero e tenacemente si diffusero alcune eresie, due delle quali in particolar modo interessano la G.: il donatismo e l'arianesimo. Il primo, sorto di dir il vero in Africa, trovò però in G. in un concilio convocato da Costantino a Arles giudizio e condanna. L'arianesimo godé per qualche tempo anche i favori della corte imperiale, p. es., degli imperatori Costanzo II e Valente e della imperatrice Giustina, madre e tutrice del giovane Valentiniano II. Contro l'arianesimo combatté energicamente anche un grande vescovo di G., Ilario di Poitiers, che dall'imperatore Costanzo fu anche punito con l'esilio in Frigia.

In G. stessa si accendono focolari di eresie: Prospéro di Aquitania prega s. Agostino di voler combattere gli errori di un gruppo di eretici di Marsiglia, e il Santo invia due suoi trattati: Sulla predestinazione dei santi e Sul dono della perseveranza. E altri ecclesiastici di G. fioriscono in questo tempo per dottrina e per santità: Sulpicio Severo, s. Paolino ritiratosi a Nola, s. Ilario d'Arles, s. Germano di Auxerre, Avito di Vienna, Sidonio Apollinare, s. Martino di Tours, s. Remigio di Reims, che

ebbè la sorte di battezzare il re dei Franchi Clovis (anno 495), primo dei sovrani barbarici convertito alla fede cattolica, senza esser passato per l’eresia ariana.

BIBL.: G. Boissier, La fin du paganisme, Parigi 1891; L. Duchesne, Les fêtes épiscopaux de l’ancienne Gaule, 3 voll., ivi 1894 (2a ed. 1907), 1900 e 1915; O. Hirschfeld, Zur Geschichte des Christentums in Luchnow, 2 voll., ivi 1894; S. D. Duchesne, Histoire ancienne de l’Église, 3 voll., Parigi 1906-10; F. H. M. Romer, Parigi 1911-12; L. Duchesne, Histoire ancienne de l’Église, 3 voll., Parigi 1906-10; F. Hichem-Marin-Frutaz, L’III, Torino 1938-12.

II. LA SCULTURA PALEOCRISTIANA

Al declinare dell’Impero, l’Occidente ha perduto il culto della forma, ma l’arte del rilievo funerario cristiano fa sovrapprevere la tradizione della plastica greco-romana dall’età costantiniana fino all’epoca delle invasioni barbariche. Se ne può seguire la lenta decadenza da Arles e da Narbonna, nelle quali le officine sono in piena attività, alla metà del sec. IV, fino a Marsiglia dove, alla fine dell’epoca teodosiana, sorge un’officina presso l’abbazia di S. Vittore, fondata nel 415, e fino in Aquitania dove il rilievo funerario scomparse poco dopo per essere sostituito dalla decorazione barbarica.

Arles è la città che Costantino aveva scelto quale capitale del suo Impero. Nel 395 essa divenne sede della prefettura del pretorio delle G.; la sua scultura funeraria è essenzialmente romana; le sue officine scompaiono insieme con la rovina dell’Impero al momento delle rivoluzioni che segnano l’impero d’Onorio (410-20) mentre a Marsiglia, città rimasta dopo la conquista romana, al margine dell’Impero, le officine di sarcofagi sorsero più tardi e seguirono l’evoluzione artistica del sec. V che le ricolleggia sia all’arte di Ravenna sia a quella dell’Aquitania visigota.

Poiché i sarcofagi che si incontrano nel nord delle G. sono prodotti di esportazione dal meridione, la cronologia dell’arte funeraria in G. si riduce alle province meridionali; essa rivela una successione di officine che vanno da Costantino fino alla conquista franca. I due centri artistici sono Arles e Narbonna; quello d’Arles cessa all’inizio del sec. V; mentre Marsiglia è in piena efficienza nella prima metà di quel secolo; in Languedoc e in Aquitania, la dominazione visigota, per concessione d’Onorio (413), fu stabilita a Tolosa; essa fino alla vittoria dei Franchi a Vouillé (507) si estenderà sul Gévaudan, il Rouergue, il Velay, la Languedoc; questa dominazione vede e forse suscita una sopravvivenza dell’officina di Narbonna che ormai è legata all’arte tolosana e al sorgere di officine nella vallata della Garonna che mantengono le tradizioni della plastica greco-romana, trasformandole però profondamente fino ai primi anni del sec. VI.
Il sarcofago di Arles ha improntato le sue forme architettoniche al fregio continuo, agli archetto con colonne o alberi, agli strigili, al tipo romano che a sua volta rappresenta una fusione del sarcofago greco asiatico del tipo di Sidamara e del rilievo di tradizione pagana. Come nei secoli precedenti, si può considerare che un certo numero di sarcofagi del bellos stile si rilevi molto accentuati, con lavoro di trapanne nelle colonnine, nelle teste, nelle membra che si distaccano dal nudo del fondo e nelle quali si osserva il contrasto delle ombre e delle luci per l’esagerato impiego del trapano, secondo la tecnica dell’Anatolia, sono di importazione d’Asia Minore e soprattutto d’Italia; i sarcofagi sono generalmente in marmo pentelico di Asia Minore, di Procronesco, in Proponte, che davano una maggiore trasparenza e un colore caldo al modello: tali sono i sarcofagi di epoca costantiniana e teodosiana rappresentanti il congedo di Cristo dai discepoli prostrati a piangenti ai suoi piedi (replica di Firenze), quelli di Hydria Tertulla di Concordio vescovo di Arles (m. nel 375-86) e in generale i sarcofagi ad alto rilievo e a fregio continuo.

Tuttavia, però, nella seconda metà del sec. VI si può affermare l’esistenza di una scuola di Arles in ragione dell’identità della fattura dei sarcofagi in marmo di Carrara con quelli di St-Béat, che non erano esportati in Italia e sono stati perciò lavorati sul posto. Il tipo di sarcofago locale, concepito a imitazione romana, con le stesse limitazioni dall’arte funeraria pagana nella decorazione, è generalmente diviso ad archetto da pannelli di strigili che semplificano la composizione: scene della Natività, Orante, Cristo che tiene la croce, circondato da due odoranti nel pannello centrale; ma la scuola d’Arles inizia ugualmente le composizioni del fregio continuo, in particolare il passaggio del Mar Rosso, di cui si conoscono sette o otto esemplari (Museo di Arles, S. Trofimo, Nîmes, castello di Candiac a Bellegarde, Moustiers-Ste-Marie, tomba di Ludovico il Pio nel Museo di Metz). I rilievi non sono molto alti, le pieghe ampie e rettilinee, moderato è l’impiego del trapano nella capigliatura, nella giuntura delle labbra, nelle narici ecc., l’occhio è inciso nel centro e non nell’angolo interno, come si usava sugli alterilievi romani.

I sarcofagi di Geminio di Colonia, amministratore delle cinque Province, morto in Arles nella prima decade del sec. V e conservato a S. Trofimo, può essere consi

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(da Wtigert, Sarcofagi, Iar. XXXII, 1)
Gallia - Fronte del sarcofago di Hydria Tertulla (sec. iv) - Arles, Museo.

derato come l’ultimo prodotto di questa officina; esso possiede tutte le caratteristiche della scuola di Marsiglia, che succede a quella di Arles.

I sarcofagi di Marsiglia con archetti sostenuti da colonne o da alberi, sul tipo di Arles, hanno infatti un stile tutto differente che li collega con i sarcofagi di Ravenna e dell’Aquitania; la tecnica del trapono si fa sempre più rara e, ridotta a una serie di fori per portare via il pezzo senza approfondire all’inizio della calotta dei capelli, finisce per scomparire; la composizione si semplifica; le scene a più personaggi con ricerca della proporzione rappresentanti i grandi fatti biblici o i miracoli del Signore, sono sostituiti da scene di Apostoli isolati negli archetti senza profondità o in nicchie rettangolari secondo l’uso di Tolosa; le pieghe degli abiti divengono piatte e gli atteggamenti delle figure movimentati e declamatori; il dinamismo del movimento supplisca al valore plastico delle figure. Si vede apparire il simbolismo delle pecore o degli

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siglo IV, VIII, Pamplona 1949.
angeli, dei cervi che si dissentano alla fonte, allegorie quasi sconosciute all’arte di Arles e che evocano l’arte del rilievo e dei musici di Ravenna.

Tali sono le caratteristiche che appaiono nei sarcofagi di Narbonne, di Clermont in Alvernia, di Rodez, di Tolosa, di Castelnau-de-Guers, del Mast-Santonin, ecc. Essi danno un posto sempre più ridotto ai personaggi, isolati negli archetti, ornati talvolta da panneggi semiaperti, sul tipo dei portici del museo di S. Vitale di Ravenna. Soggetti presi dai temi antichi, come il Buon Pastore, Daniele tra i leoni, la Natività, Adamo ed Eva, i Dioscuri, campioni ancora sporadicamente nel pannello centrale dei sarcofagi e sul lastre in terracotta provenienti dalla decorazione di chiese nell’ovest. Ma l’ornamentazione floreale tende sempre più a invadere il campo e a sostituirsi alla rappresentazione umana che invece tende a scomparire con la conquista franca. Il mondo espressionista delle figure, secondo un processo più pittorico che scultorio, segna la fine dell’arte greco-romana; la dissociazione dell’Impero, a partire dal 410, si riflette nelle nuove tendenze decorative che rivelano il predominio dell’arte delle province periferiche dell’Impero, l’arte di Ravenna e quella dei Visigoti sul classico di Roma. Così si stabilisce, partendo da Arles e da Narbonne, il concatenamento cronologico di una plastica ereditaria di quelle officine di scultura greco-romana che hanno fatto sopravvivere ad Arles, capitale della provincia romana e ultimo bastione della romanità, l’eredità dell’Impero fino al regno di Onorio, e a Marsiglia e a Narbonne nell’Aquitania visigotica l’ultimo riflesso dell’« umanesimo».

BURL, F. Benoit, Le Musée des croyers à St-Victor de Mar-selle (Mémoires de l’Institut historique de Provence, 1934), id., Les cimetières suburbains d’Arles dans l’aquitaine chrétienne et au moyen d’Arles, Roma 1935; id., Le Musée lapidaire d’Arles, Parigi 1936; id., Les cimetières des sarcophages chrétiens datés, in Bull. Soc. nat. Ant. 1936, 1938; id., Fragments de sarcophages inédits, in Riv. di arch. crit. de l’A. 1940, pp. 248-70; id., Marbre employés en Provence à l’époque gallo-romaine, in Bull. Soc. nat. Antig. de France, 1934-1944; id., Nouveau sarcophage des adorants, in Riv. di arch. crit. de l’A. 1950; E. Le Blant, Etude sur les sarcophages chrétiens d’Arles, Parigi 1878; id., Les sarcophages chrétiens de la Gaule, in Mitteilungen der Archäologie, in Mitteilungen der Archäologie, in Mitteilungen der Archäologie, in Mitteilungen der Archäologie, in Mittellungen der Archäologie, in Mitteilungen der Archäologie, in Mitteilungen der Archäologie, in Mitteilungen der archäologie, in Mitteilungen der archäologie, in Mitteilungen der archäologie, in Mitteilungen der archäologie.

GALLIA - Frante di sarcofago con le scrive d’altare nella chiesa di S. Trifumo - Cristo fra i ss. Paolo e Pietro (sec. V) - Arles.

siglo IV, VIII, Pampelona 1949.