BARDESANE. - Gnostico, n., secondo la Cro-macia di Edessa, nel 154 e m., secondo la Cronaca di Michele il Siro, nel 222 (cf. F. Nau, Patrologia Syriaca, II, 1, Parigi 1907, pp. 510, 523). Fuggiti, in seguito a una rivolta contro il re persiano Sáhrub, i genitori sarebbero venuti ad Edessa. La loro dimora anticorrice sarebbe stata Arbela in Adiabene (cf. Teodoro bar Kónaj, ibid., p. 517). B., o meglio la sua famiglia, sarebbe dunque vissuto nelle tradizioni della cultura parta e questo è confermato da Sesto Giulio Africano, che nei Kestoi, cap. 29, ha descritto la vita di B. alla corte di Abgar IX di Edessa, dove eccelle nell'arte di tirar d'arco, proprio della nobiltà parta. Ma il trasferimento ad Edessa portava necessariamente ad un avvicinamento all'impero romano ed alla cultura occidentale. B. cerca d'unire in sé le tradizioni culturali dell'Occidente e quelle dell'Oriente.
Porfirio conosce un libro di B. sull'India, ma pare che la sua conoscenza di questo paese non fosse diretta, ma fondata su tradizioni letterarie, ultima fonte delle quali era Megastene, come è provato dalla coincidenza di Porfirio, De abst., IV, 18 con Flavio Giuseppe, Bellum Iud., VII, 352-356 (v. MORELLY, in Rheinisches Museum für Philologie [1926], p. 111 sg). Ma anche il frammento di B. (presso Stobeo, Eclog. I, p. 66 sg.) sull'acqua dello Stige con la descrizione di un uso indiano, ha una notevole corrispondenza in un testo del romanziere Achille Tuzio, VIII, 12, come fu dimostrato dal Boll in Philologus, 66 (1907), p. 11 sg. Il che, sembra, porta alla conclusione che B. non era uno spirito originale, ma un orientale, che, simile a Sesto Giulio Africano, cercava di appropriarsi le più differenti materie della curiosità umana. Sotto questo punto di vista anche la parte di B. nella composizione di un dialogo sul fatto non può essere così personale, come si è pensato. Si è discusso molto se il testo siriaco di un dialogo intitolato: Le leggi dei paesi (di cui la migliore edizione è quella di F. Nau in Patrol. Syr., II, p. 492 sg.), o i frammenti greci (presso Eusebio) e latini (nel Ps. Clem., Receptioe) rappresentano l'opera originale di B. Il mancato consenso degli studiosi su questo punto si spiega forse con il fatto, che la fonte originale di questa opera si confonde con la recensione o rielaborazione fatta da B. Lo svolgimento del pensiero nel dialogo rivela del resto la tradizione della filosofia greca (cf. D. Amand, Fatalisme et liberté dans l'antiquité grecque, Lovanio-Parigi 1945, p. 228 sg.).
Per i Padri della Chiesa in Siria, in prima linea per s. Efrem, B. non è un filosofo greco, ma uno gnostico orientale, anche quando si rimprovera a lui l'uso della parola «Hyle» (materia) nella storia della creazione. Si menziona la sua dottrina di sette «essenze» (eoni), la sua astrologia (zodiaco), la sua antropologia, secondo la quale il corpo sarebbe opera delle Tenebre, l'anima invece opera delle «Sette». È chiaro che il suo Cristo non aveva un vero corpo e che B. negava la resurrezione dei corpi. Si citano alcune frasi di B. che per noi sono quasi incomprensibili. Pare che abbia parlato di un «Padre della vita» (sotto forma del sole) e di una «Madre» (sotto forma
della luna) che avrebbero generato il « Figliuolo della vita». La sua dottrina sullo Spirito e sulla Sophia non diventa chiara per noi dai pochi accenni. Si sente qualche cosa di due figlie di rúha qiddá (Spirito Santo), ma non si comprende l’ultimo senso di questa speculazione. D’altra parte si dice che lo Spirito (e non il Figlio) abbia creato con Dio il mondo. Teodoro bar Kónrj (v. MOSÈ BAR KEFA; IWANNÍS DI DÁRÁ) cita versi da un inno cosmogonico (v. H. Schacher, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 51 [1932], p. 46 sg), che nei dettagli non è bene comprensibile, ma si vede che si tratta di una mescolanza nella creazione, effetto di un tentativo delle tenebre di mischiarsi con le cinque essenze. Il tentativo fallì per la parola di Dio (Cristo), che dispose di nuovo le cinque essenze ai loro luoghi primitivi (quattro essenze secondo i quattro punti cardinali), secondo il mistero della croce. Questo mondo, creato dalla mescolanza, viene purificato in seguito alla concezione e al parto fino alla perfezione. La luce che si trova in alto, mentre le tenebre sono in basso, è un essere vivente e sta anche nel cuore del credente. Non è chiaro il rapporto fra questa cosmogonia e l’escatologia di B. Si sa che B. era aderente della dottrina astrologica di sei millenni. Interessante è la tendenza ottimista di questa dottrina. Il matrimonio serve alla purificazione del mondo. Coloro presso i quali si doveva recare il padre di Mani, perché rifiutavano il matrimonio, non potevano dunque essere aderenti di B. come si è affermato (I. Pedersen, in Oriental Studies presented to E. Browne, Cambridge 1922, p. 385) e per la stessa ragione l’affermazione di s. Efrem che i bardsenati sarebbero stati gli autori degli Atti apocrifi degli Apostoli non è ammissibile, ma può essere che la loro speculazione abbia avuta influenza sul testo di questi Atti. L’influenza di B. su Mani, che ha conosciuto e citato B., non è ancora chiarita (ipotesi di F. C. Burkitt nel Journal of Theol. Studies, 35 [1934], p. 358). I bardsenati erano ancora conosciuti ai polemisti arabi. Per la Chiesa siriaca gli inni di B. e di suo figlio Harmonios sono stati un grave pericolo. Secondo lo Schäeder, B. non era ancora influenzato dalla metrica greca (loc. cit., p. 57), differentemente da suo figlio. Gli inni di Efrem erano in rivalità dunque con quelli di Harmonios.
BIML.: F. Nau, Bardesanes, Liber legum regionum, in Patrologia Syriaca, II, 1, Parigi 1907, p. 492 sg., ha raccolto i frammenti e data l’edizione definitiva del testo del dialogo. Una traduzione del dialogo di G. Levi Della Vida appare nel 1921 a Roma nella collezione: Scrittori cristiani antichi, fasc. III. – Da aggiungere C. W. Mitchell, S. Ephraim’s Prose Refutations of Mani, Marcion and B.,