BASILIDE. - Eretico gnostico, fiorito sotto Adriano e Antonino Pio (120-40) ad Alessandria, dove probabilmente era pure nato. Ivi egli tenne scuola e con il figlio Isidoro, che continuò poi l'opera sua, diede origine a una nuova eresia gnostica, ancora viva nel IV sec. Non sembra attendibile la notizia degli Acta Archelai, 67, che egli «predicasse anche tra i Persiani».
Scrisse un vangelo secundum Basilidem, del quale non sappiamo se fosse un'opera personale o una manipolazione di uno o più vangeli canonici; un commento allo stesso in 24 libri, e degli inni religiosi. Di queste opere non ci è restato quasi nulla; sappiamo solo che, insieme con quelle del figlio, furono gli strumenti di propaganda della sua dottrina.
La dottrina di B. secondo gli antichi era un plagio delle concezioni religiose elleniche; B. stesso e Isidoro si richiamavano alle rivelazioni di profeti barbarici come Parchor, Barchof, Bar Kappa, Cham, e di un presunto discepolo di s. Pietro, Glaucia. Di fatto il sistema basiliano, per quanto ne sappiamo, era fortemente permeato dalle speculazioni religiose orientali.
La sua cosmologia era emanatistica. Da un ente supremo senza origine sono emanati cinque altri esseri, due dei quali, Sapienza e Potenza, creano il primo cielo e danno origine ad altri 364 esseri con altrettanti cicli. Abraxas (v.) o Abrasax o anche Mitra, parole le cui lettere greche prese con valore di cifre danno 365. La soteriologia è quella comune degli gnostici. È difficile dire quale applicazione essa trovasse nella morale ufficiale della setta, giacché in questo punto sogliono essere poco concordi e attendibili i particolari degli scritti antieretici. Pare ad ogni modo che vi avessero un posto rilevante le pratiche magiche e della più bassa superstizione.
L'antropologia era nettamente dualistica. Isidoro scrisse anche un libro Sull'anima concrescuta, facendo dell'uomo un composto di due esseri antagonisti, l'uno figlio della luce e l'altro della materia. La redenzione consiste dunque nel liberare quello da questo. Il corpo di Gesù era quindi solo apparentemente materiale, e sulla croce per un gioco di prestigio accese il Cireneo e non Gesù. La redenzione è essenzialmente intellettuale.
Molto diversa ci risulta invece la dottrina basilidiana dal Filosofumeni di Ippolito. È un sistema piuttosto evoluzionistico, per cui dal non essere primitivo spunta dipprima il «seme di tutto» e poi da questo per successiva generazioni tutta una scala di esseri e cicli che formano l'Abraxas e il mondo materiale. È difficile sciogliere l'enimma di questa antitesi fra le fonti. Forse Ippolito si riferiva alle credenze dei basilidiani del suo tempo (che sappiamo essere notevolmente cambiate); forse confuse con B. gli scritti di un altro gnostico dello stesso nome.
BIML.: Le fonti essenziali sono Ireneo, Adv. haer., I, 24; Ippolito, Philosoph., VII, 20-27; Clemente Alessandrino, Strom., passim; i frammenti superstiti si trovano pubblicati come opere di Is. Ireneo (PG 7, 1263). - Cf. H. Hilgenfeld, Die Ketzergeschichte des Urchristentums, Lipsia 1884, p. 195 sgg.; O. Bardenhewer, Geschichte der altkirchlichen Literatur, I, Friburgo in Br. 1913, p. 347 sgg.; H. Liesegang, Die Gnosis, Lipsia 1924, p. 196 sgg.; A. Onodoro, s. V. ENOCH. Ital., VI, p. 326 sgg. - L. Hendrix, L'herésiaque Alexandrin B., Amsterdam 1926 e G. Bardy, s. V. in DHOG, V, coll. 1170-75, si fondano soprattutto sull'Ippolito dei Filosofumeni. Antonio Ferrara