MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, SANTO

MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo. - Autore del primo Vangelo.

I. L'APOSTOLO

Dal Nuovo Testamento si conoscono pochi particolari intorno a M. Il nome, nei codici greci più antichi, è scritto Mat 9:26, in quelli più recenti Mat 9:26, nella Volgata Mattheus. L'origine aramaico sembra Mattaj (abbreviazione di Matnaj, Mattanjah) e significa «dono di Jahweh»; altri, con J. Knabenbauer, pensano alla radice 'ġneth, per cui M. significherebbe «fedele». Si sa dai Sinottici che la sua vocazione avvenne a Capharnaum (Mt. 9, 9-10). I passi paralleli, Mc. 2, 13-14 e Lc. 5, 27-28, danno al pubblicano, chiamato allora il nome di Levi e Marco aggiunge la paternità: Levi di Alfeo. Le circostanze analoghe che in tutti e tre i Sinottici precedono il fatto (guarigione del paralitico) e lo seguono (pranzo in casa del convertito, questioni con i farisei e con i discepoli di Giovanni Battista) inducono a concludere che il pubblicano chiamato aveva due nomi semitici: M. e Levi. Suo padre Alfeo sembra doversi distinguere dall'omonimo padre di Giacomo il Minore. Nei cataloghi degli Apostoli, Mc. 3, 18 e Lc. 6, 15 collocano M. al settimo posto, Mt. 10, 3 e Act. 1, 13 all'ottavo. Nulla'altro di speciale conservano gli scritti del Nuovo Testamento intorno a M.

Dalla tradizione conservata da Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 6) risulta che dapprima M. predicò agli Ebrei di Palestina, per i quali compose il suo Vangelo, poi si recò presso altre genti. Quali siano queste altre genti è incerto. Pensano all'Etiopia Rufino (Hist. eccl., I, 9: PL 21,

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(Int. Oriandini)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Miniatura di Evangeliorio greco (sec. x) - Modena, Biblioteca Estense, ms. greco 1, fol. 11ᵛ.

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(per cortesia del datt. B. Dezenkert)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Rilievo con l'evangelista M. (sec. xili) - Parigi, Louvre.

478), s. Eucherio (Instruct. ad Salon., I, 2: PG 50, 809), Socrate (Hist. eccl., I, 19: PG 67, 126) e il Breviario romano (21 sett., lectio V). Altri indicano il Ponto, la Persia, la Siria, la Macedonia, l'Irlanda. Sebbene siano state tramandate diverse passiones apocrife di s. M., non è certo che egli sia morto martire. Lo gnostico Erasclione, citato e non contraddetto su questo punto da Clemente Alessandrino, esclude il martirio cruento di M.

La Chiesa latina lo festeggia al 21 sett.; la bizantina al 16 nov.; la copta al 9 ott. Come evangelista ha per simbolo un uomo (alato). Si raffigura con il libro, oppure con i supposti strumenti del martirio (spada o lancia).

II. IL PRIMO VANGELO

1. Argomento e divisione

I 28 capitoli del primo Vangelo sono raggruppati diversamente dai vari commentatori. E preferibile la divisione che tiene conto insieme delle idee dominanti e dei cambiamenti di situazione.

a) Infanzia e preparazione alla vita pubblica di Gesù (1, 1-4, 11). - La genealogia (1, 1-17), la concezione e la nascita da una Vergine (1, 18-25), l'adorazione dei Magi (2, 1-12), la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, il ritorno a Nazareth (2, 13-23) dimostrano che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti. Il Battista, precursore predetto dai profeti, lo presenta come Messia, lo battezza (cap. 3). Gesù nel deserto vince il tentatore citando le Scritture (4, 1-11).

b) Il Messia si manifesta in Galilea (4, 12-15, 20). - a) Iniziando la vita pubblica a Capharnaum e nella regione di Zabulon e Nephtali, Gesù avvera la profezia d'Is. 4, 12-17; sceglie quattro pescatori e con essi percorre la Galilea, predicando l'avvento del regno messianico (4, 23-25). b) Con il discorso della montagna, Gesù si manifesta come legislatore che perfeziona la legge mosaica e fissa gli statuti del regno messianico (capp. 5-7). c) Con una serie di guarigioni miracolose (capp. 8-9) Gesù si manifesta come il Messia predetto da Isaia, che prende sopra di sé le umane infermità (cf. 8, 17 con

(26, 16-56). A Caifa Gesù ricorda l'oracolo di Daniele, proclamandosi Messia e Figlio di Dio, mentre Pietro lo rinnega, avverando una predizione del Messia (26, 57-75).
β) Giuda, agitato da rimorsi, restituisce le trenta monete, che servono, avverando un'altra profezia, ad acquistare il campo del vasaio (27, 1-10). Gesù dinanzi a Pilato si proclama Re (27, 11-31). Sul Calvario è crocifisso come Re dei Giudei, mentre si compiono le profezie di Ps. 21 (Mt. 17, 11-20). La morte del Redentore è accompagnata da prodigi che ne attestano la divinità (27, 51-56). γ) Gesù risorto appare alle pie donne. In vano i sinedriti ricorrono alla frode per nascondere il prodigio. Il Risorto conferisce agli Undici la missione di ammaestrare e battezzare tutte le genti (cap. 28).

2. Scopo e indole storico-letteraria

Da questo schema risulta chiaro lo scopo inteso dall'Evangelista. Vuole dimostrare con le profezie che Gesù è il Messia promesso nel Vecchio Testamento, che è Figlio di Dio, Re, fondatore del regno messianico (Chiesa, Regno dei cieli), perfezionatore dell'antica Legge. A lui si deve prestare fede, pena l'esclusione dal regno messianico. Perciò l'Evangelista dispone i fatti e i discorsi in ordine sistematico, piuttosto che cronologico: si noti l'accostamento dei miracoli (cap. 8-9), delle parabole (cap. 13), dei discorsi in cinque gruppi conclusi dalla formula ripetuta 5 volte (quando terminò Gesù questi discorsi) (7, 28; 11, 1; 13, 53; 19, 1; 26, 1; in quest'ultimo caso precisa: quando terminò tutti questi discorsi). Per questo scopo usa formole di transizione assai vaghe (tote, tunc, senza un preciso nesso temporale), preferisce raccogliere i discorsi del Maestro sorvolando sui particolari secondari dei fatti, raccontati pittorescamente da Marco.

Per dimostrare la sua tesi l'Evangelista sceglie dalla catechesi apostolica i fatti e i detti più probativi, controllabili dai lettori ebrei che ne erano stati testimoni diretti o indiretti. È vero che cerca di adattare le profezie ai fatti (usando talora accomodazioni), ma non modifica i fatti per adattarli alle profezie. Se avesse avuto questo intento, attribuitogli da certi razionalisti, avrebbe inventato fatti più conformi alle profezie.

L'autore non intende tracciare una storia o biografia completa di Gesù, ma raccogliere dalla storia conosciuta dai lettori i documenti atti a provare la sua tesi. Il valore storico risulta confermato dalla conoscenza accurata della topografia e dei costumi palestinesi che l'autore suppone noti ai lettori.

Lo stile del primo Vangelo, giunto in greco, risente fortemente del sottostante testo semitico. I gusti semitici risaltano dalla parata di coordinazione delle frasi (4, 25-5, 2; 8, 14 sgg.), dal parallelismo (6, 1-6, 16-18; 7, 7-8, 24-27; ecc.), dalle strofe con ritornelli propri dello stile orale semitico (7, 24-25, 26-27; 11, 21-24), dalla disposizione dei fatti a gruppi di tre, di cinque o di sette, e da altri artifici usati dagli Ebrei.

3. Origine

L'analisi del contenuto, lo scopo inteso dall'autore, lo stile e la struttura letteraria inducono a concludere che questo Vangelo si deve a un ebreo palestinese, ben informato di quanto racconta, che scrive specialmente per dimostrare ai connazionali, che conoscevano le Scritture, il carattere messianico-divino di Gesù di Nazareth.

La tradizione, che nelle questioni storiche ha valore predominante, conferma e precisa questi dati. Dalle citazioni implicite dei Padri apostolici si può dedurre che il primo Vangelo era conosciuto alla fine del sec. I ed all'inizio del II. Si confronti, p. es., la I ai Corinti, scritta da S. Clemente Romano ca. il 95, con M. in questi punti: «Siate misericordiosi e otterre misericordia» (I ai Corinti, 13, 2 con Mt. 6, 14, 15; 7, 1-2, 12); «Guai a quell'uomo, meglio che non fosse nato» (I ai Corinti, 46, 8 con Mt. 26, 24; 18, 6). Altri paralleli interessanti si notano nella Didachè (8, 2 con Mt. 6, 9 sgg.; Did. 9, 5 con Mt. 7, 6; inoltre molti altri passi elencati da F. X. Funk, Patres Apostolici, I, Tubinga 1901, p. 640). La cosiddetta Epistola di Barnaba cita (4, 14) con la formula «sta

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(tot. Ainuari)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Scultura di L. Ghiberti e Michelozzo (1422) - Firenze, Orsanmichele.

scritto » l’espressione « molti sono i chiamati, pochi gli eletti » che si legge in Mt. 20, 16 e 22, 14. S. Ignazio ha molte espressioni che si accordano con M. (cf. specialmente Ad Polyc., 2, 2 con Mt. 10, 16). S. Policarpo (Ad Philipp., 7, 2) desume da Mt. 26, 41. Per queste ed altre allusioni a Mt. da parte dei Padri apostolici cf. F. X. Funk, op, cit., pp. 640-52. S. Giustino ha una cinquantina di citazioni di M., addotto senza nome d’autore, ma come Evangelio oppure come Memoriali degli Apostoli. Anche gli eretici Cerinto, Carpocrate, gli ebioniti, gli gnostici Valentino e Basilide e il pagano Celso conoscono il Vangelo di M. Questi antichissimi testimoni citano il libro, ma non il nome dell’autore, forse perché nei codici più antichi mancava il titolo « secondo M. (κατά Ματθαίον) ».

Il più antico testimone che attribuisce esplicitamente con il nome dell’autore un’opera a M. è s. Papia, vescovo di Gerapoli, che era stato condiviso di s. Policarpo alla scuola di Giovanni e il Presbítero » (l’Apostolo ?). In un frammento della sua

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opera in 5 libri, scritta ca. il 120 logia (v.) del Signore (conservato da Eusebio, Hist. eccl., III, 39, 1), dopo aver detto che Marco non aveva fatto la coordinazione dei logia del Signore, soggiunge: « M. invece in lingua ebraica i logia (del Signore) coordinò (τὰ λόγια συνταξάτω), ne interpretò poi ciascuno com’era capace ».

Secondo Schleiermacher, e diversi razionalisti, Papia parlerebbe di un’opera di M. diversa dal primo Vangelo, contenente solo i discorsi (logia in senso stretto) del Signore, ma, se ben si osserva il contesto, si vede che Papia suppone conosciuti dai lettori i Vangeli di Marco e di M., ed intende dare una ragione del fatto che i detti del Signore in Marco non sono così ben coordinati, in ordine logico, come in M. La ragione che Papia attinse da Giovanni è questa: « Marco non scrisse con ordine i detti e i fatti del Signore... perché tenne dietro a Pietro, il quale faceva le didascalie secondo l’utilità degli uditori, non intendendo fare una coordinazione (σύνταξιν) dei logia del Signore ».

Altri rispondono alla difficoltà di Schleiermacher che Papia con il termine logia intende tanto i detti quanto i fatti; questa interpretazione potrebbe essere confermata dalla testimonianza riguardante Marco, ove il termine è spiegato con λεγόμενα ή παρέξεντα (« detti o fatti ») del Signore. Altri ancora pensano che Papia chiami logia il Vangelo di M. perché è composto prevalentemente di discorsi. Comunque s’intendano questi logia, non vi sono motivi seri per escludere che Papia parli di tutto il primo Vangelo e lo supponga conosciuto ai suoi lettori.

Un’altra testimonianza importante, scritta tra il 175 e il 189, è lasciata da s. Ireneo, vescovo di Lione: « M., tra gli Ebrei nella loro propria lingua, pubblicò anche una scrittura di Vangelo, mentre Pietro e Paolo lo rimane evangelizzavano e fondavano la Chiesa » (Adv. haer., III, 1: PG 7, 844).

Una testimonianza indipendente da quelle di Papia ed Ireneo risale a s. Panteno (m. ca. il 200). Secondo Eusebio (Hist. eccl., V, 10, 3), Panteno, recatosi in India (« Arabia felice »), vi avrebbe trovato il Vangelo di M. scritto in caratteri ebraici: « Io avrebbe lasciato l’apostolo Bartolomeo. Inoppugnabili sono le testimonianze di Clemente Alessandrino (Strom., I, 21: PG 8, 890), di Origene (presso Eusebio, Hist. eccl., VI, 25, 3), di Tertulliano (Adv. Marc., 4, 2: PL 2, 363), di Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 5-6), di s. Girolamo (De viris ill., 3: PL 23, 643).

Tutti questi testimoni si accordano nell’attribuire esplicitamente all’apostolo M. il primo Vangelo. Anche un prologo priscillanista della fine del sec. IV conferma questa tradizione (cf. F. L. Cross, The priscillanist prologues, in Expository times, 48 [1939], p. 188 sg.).

Non v’era motivo perché la tradizione attribuisse il primo Vangelo all’apostolo M., piuttosto che ad un altro apostolo, se non la realtà del fatto; un ipotetico falsario avrebbe scelto il nome di un apostolo più in vista. È vero che da un testimone oculare si potrebbe attendere una descrizione più vivace dei fatti, ma si noti che M. esclude di proposito i particolari non interessanti direttamente il suo scopo.

Come conferma della genuinità del Vangelo di M. giova sottolineare l’interesse speciale che l’autore, a differenza degli altri Evangelisti, pone al denaro: « l’unico che parli delle trenta monete d’argento (Mt. 26, 15; 27, 3-10): « M. scrive di denaro e di monete in dodici passi del suo Vangelo, mentre Giovanni solo in due. Il pubblico è... l’aquila. M. menziona l’oro sin dal presepio di Gesù Bambino a Betlemme, è l’unico fra gli Evangelisti a riferire anche la riscossione e il pagamento miracoloso dell’imposta per il Tempio da parte di Cristo e di Pietro (17, 24-27), solo nel suo Vangelo si leggono le parabole del tesoro che giaceva nascosto in un campo, e del commerciante che cercava perle nobili (13, 44-46)... dei talenti (18, 23, 23 sg.; 20, 1 sg.; 25, 14 sg.)»: O. Hophan, Gli Apostoli, Torino 1950, p. 168.

4. Il testo originale e la versione greca

La tradizione si accorda nell’attestare che M. scrisse nella lingua degli Ebrei. Questa non era più l’antica lingua ebraica (come pensano Schegg, Belser, Cladder e altri), ma l’aramaica, detta anch’essa comunemente « ebraica » nel Nuovo Testamento (Io. 5, 2; 19, 17; Act. 21, 40), negli scritti di Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., III, 10, 6; Bell. Jud., V, 4, 2; ecc.) e dagli antichi scrittori cristiani. M. intendeva scrivere per il popolo nella lingua allora usata dai suoi connazionali palestinesi, non nella lingua ebraica dotta, conosciuta solo dai rabbini.

Non è sostenibile l’ipotesi proposta da Erasmo e ripetuta dal card. Gaetano e da molti razionalisti moderni che il greco sarebbe la lingua originale del primo Vangelo.

È vero che in diversi punti il greco di M. sembra
migliore letterariamente di quello di Marco, ma un'analisi
più accurata lascia intuire i numerosi semitismi nascosti
sotto la versione greca, che pure aspira ad una certa ele-
ganza. È vero anche che nel primo Vangelo diverse cita-
zioni del Vecchio Testamento sono desunte dalla versione
greca dei Settanta; ma queste possono essere state adat-
tate dal traduttore greco, che usava precisamente quella
versione. Si noti pure che tra gli scrittori del Nuovo Te-
stamento M. ha il maggior numero di citazioni conformi
al testo ebraico. Talora le citazioni sono a senso.

Il testo originale semitico, usato dalle comunità cri-
stiane palestinesi, scomparve assai presto con lo scomparire
di tali comunità, alcune delle quali finirono nell'eresia.
Forse ne rimasero tracce nei cosiddetti Vangeli (apocrifi)
degli Ebrei, dei nazarei, o degli ebioniti (v.).

La versione greca, secondo s. Papia (loc. cit.),
in un primo tempo «fu compilata da ciascuno se-
condo che era capace». Sembra però che verso la
fine del sec. I fosse già divulgata la versione che si
potrebbe dire ufficiale, citata dalla Didaché e dall'Epí-
stola di Barnaba.

Siccome la Chiesa ha sempre considerato senza
discussioni questa versione come Vangelo di M., si
deve dire che tale versione era sostanzialmente con-
forme al testo aramaico primitivo. Infatti anche nella
versione greca si nota che gl'insegnamenti, i fatti, i
caratteri della figura di Cristo sono presentati dal
punto di vista di uno scrittore ebreo che scrive di-
rettamente per connazionali palestinesi.

Si può ammettere che il traduttore greco abbia in-
serito alcune modificazioni accidentali nella traduzione
di certi brani resi a senso, nella sostituzione delle cita-
zioni desunte dai Settanta, nell'aggiunta di qualche spe-
gazione, nell'inversione di qualche parte, nell'adattamento
del testo di M. a quello del Vangelo di Marco, che sembra
sia stato tenuto presente. Nonostante queste ed altre
modificazioni accessorie, la sostanza della versione greca
di M. corrisponde al testo originale aramaico perduto.

5. Destinazione e data

La tradizione, riassunta e conservata da Eusebio (cf. Hist. eccl., III, 24, 5-6), attesta che M., dopo aver predicato agli Ebrei di Palestina, prima di allontanarsi scrisse per loro un Vangelo nella lingua patria.

Che M. abbia scritto per gli Ebrei convertiti è atte-
stato anche da Ireneo, Origene e s. Girolamo (nei passi
citati); alcuni (con Cladder, Gächter, Grandmaison) pen-
sano che abbia scritto contro gli Ebrei (increduli), inten-
dendo così il πρός 'Ioudáous di Ireneo. Altri, meglio,
ritengono che M. abbia avuto di mira principalmente
i connazionali convertiti, senza escludere l'intento apo-
logetico di convertire quelli ancora increduli.

Lo scopo e l'indole storico-apologetica del Van-
gelo, che risultano dall'esame del contenuto, confer-
mano questa destinazione più vasta.

Poiché non consta quando M. abbia lasciato la Pa-
lestina per recarsi ad evangelizzare le Genti, resta in-
certa la data di composizione del suo Vangelo. Chi so-
stiene che tale partenza avviene assai presto, fondandosi
su una tradizione incerta che la fissa a 12 anni dopo
l'Ascensione (42-45 a. C.), fa risalire a quest'epoca la
composizione del testo originale di M. Ma tale data,
presentata da alcuni apocrifi (Kerygma Petri; Actus Petri
cum Simone; Acta Iohannis) è ben lungi dall'essere con-
fermata. S. Girolamo, nella sua recensione del Chronico
di Eusebio, dice che M. scrisse il Vangelo nel terzo
anno di Caligola (41 d. C.: PL 27, 577-78).

Si può dire con sicurezza che M. scrisse per il
primo tra gli Evangelisti, prima della caduta di Ge-
rusalemme (70 d. C.). Certi razionalisti, pretendendo
che l'allusione alla distruzione di Gerusalemme con-
tenuta in Mt. 22, 7 e 24, sia un vaticinio post eventum,

vorrebbero spostare la data del Vangelo dopo il 70.
Ma tutto il carattere letterario e storico lascia sup-
porre che all'epoca della composizione del Vangelo
il Tempio di Gerusalemme sussistesse ancora e che
l'ostilità dei Giudei increduli fosse ancora assai viva.
Dopo quella data, che segna la dispersione dei Giu-
dei, non v'era motivo perché si scrisse per gli Ebrei
in Palestina un Vangelo come quello di M.

Siccome s. Ireneo (loc. cit.) afferma che M. «pub-
blicò anche una scrittura di Vangelo (καὶ γραφὴν ἐξέ-
νεχεν εὐαγγελίων), mentre Pietro e Paolo in Roma evan-
gelizzavano e fondavano la Chiesa» (τοῦ Πέτρου καὶ
τοῦ Παλαίου ἐν 'Ρώμῃ εὐαγγελίζομεν καὶ θεμελιούν-
των τὴν ἐκκλησίαν), alcuni eseguiti, fondandosi sul
genitivo assoluto, pensano che M. abbia scritto solo
dopo l'arrivo a Roma di Paolo, ossia dopo il 61. Rispon-
dono altri che il genitivo assoluto non avrebbe un senso
temporale, ma si dovrebbe risolvere in un'avversativa,
così: da una parte, tra gli Ebrei, M. non solo evangeliz-
zava oralmente, ma pubblicava anche una scrittura di Van-
gelo; dall'altra, in Roma, Pietro e Paolo evangelizzavano
e fondavano anche la Chiesa. Non s'insisterebbe tanto sul
sincronismo, quanto sul diverso modo di evangelizzare,
a voce od anche in scritto.

Altri invece, pur ammettendo il sincronismo, pen-
sano che Ireneo abbia aggiunto il nome di Paolo a quello
di Pietro, ad modum unius, asserendo che M. scrisse quando
Pietro (aiutato poi da Paolo) evangelizzava in Roma e vi
fondava la Chiesa. Comunque s'intenda questo passo di
Ireneo «d'incerta e controversa interpretazione» (come as-
serisce la Pont. Comm. Biblica), non vi sono motivi seri
per ritardare l'origine del primo Vangelo fin dopo il 60.

La data più probabile, che tiene conto sia degli
elementi tradizionali, sia di un certo sviluppo della
storia della Chiesa supposta dal primo Vangelo, sem-
bra da porsi tra gli anni 50 e 60, meglio intorno al 55.

Il Cladder fissa la data tra gli anni 50-59, al mas-
simo fino al 62; A. Merk verso il 50, L. Pirot al 45-50;
Höpfl-Gut al 50-60; G. Ricciotti al 50-55. L. Ton-
delli pensa che la stesura definitiva dev'essere di
pochi anni anteriore al 70, ma la composizione pri-
mitiva deve risalire molto più addietro.

6. Direttive della Pont. Commissione Biblica. — Il
19 giugno 1911 furono pubblicate sette risposte della
Pont. Commissione Biblica sull'«autore, il tempo di
composizione e la verità storica del Vangelo secondo
M.». Eccone le idee essenziali:

a) Si può e si deve affermare con certezza che M.,
apostolo di Cristo, è autore del Vangelo divulgato sotto
il suo nome per i seguenti motivi: il consenso universale
risalente ai primi secoli della Chiesa attestato dalle testi-
monianze esplicite dei Padri, dai titoli dei codici e delle
versioni antichissime, dai cataloghi trasmessi dai Padri,
dagli scrittori ecclesiastici, dai sommi Pontefici, dai con-
cili, dall'uso liturgico della Chiesa orientale ed occidentale.

b) La tradizione conferma che M. fu il primo evange-
lista e che scrisse il primo Vangelo nella lingua patria,
usata dagli ebrei palestinesi ai quali era diretto.

c) Non si può ritardare la composizione dopo la
caduta di Gerusalemme; la testimonianza di s. Ireneo
non costringe a respingere l'opinione più tradizionale, che
fissa la composizione del Vangelo di M. anche prima
dell'arrivo di Paolo a Roma.

d) Non si può ritenere che M. abbia scritto solo una
raccolta di discorsi del Signore, che abbia poi servito da
fonte a un autore anonimo.

e) Si può provare con certezza che il Vangelo greco
di M. sia identico, quanto alla sostanza, a quello scritto
in lingua patria dallo stesso Apostolo: ne è prova l'uso
ecclesiastico universale.

f) Non è lecito negare fede al primo Evangelista per
il fatto che questi ha di mira lo scopo prevalentemente
dogmatico e apologetico di mostrare ai Giudei che Gesù
è il Messia predetto dai profeti, nato dalla stirpe davidica,
e per il fatto che non sempre si attiene all'ordine crono-

logico nel disporre i fatti e i detti. Non si può neppure affermare che i racconti delle gesta e dei discorsi di Cristo abbiano subito una certa alterazione o adattamento sotto l'influsso delle profezie del Vecchio Testamento e dello stato alquanto adulto della Chiesa, e che quindi non siano conformi alla verità.

g) In modo particolare sono destituite di solido fondamento le opinioni di quelli che dubitano della storicità dei primi due capitoli, nei quali INFANZIA (v.) di Cristo, come pure di certi passi molto importanti per il dogma, quali quelli che riguardano il primato di Pietro (Mt. 16, 17-19), la forma del Battesimo con la missione universale di predicare conferita agli Apostoli (Mt. 28, 19-20), la professione di fede degli Apostoli nella divinità di Cristo (Mt. 14, 33). Cf. AAS, 3 (1911), pp. 294-96; Enchir. bibl., Roma 1927, n. 401 sgg.; Denz-U, n. 2148 sgg.

Bibl.: Manuali recenti con molta bibl.: R. Cornely, Historia et critica introductio in sacros utriusque Testamenti libros, III, Parigi 1897 [rist. 1925], pp. 7-80; H. Höpf-B. Gut, Introductionis... compendium; III: Introductio specialis in Novum Testamentum, Roma 1940, nn. 46-91; H. Simon-G. G. Dorado, Praelectiones Biblicae; Nov. Test., I. Torino 1947, nn. 23-42. Commentatori principali. Tra i Padri e gli antichi scrittori: Origene (PG 13, 835-1600); S. Giovanni Crisostomo (PG 57-58); S. Cirillo Alessandro (frumenti); PG 72, 365-474; Teofilato (PG 123, 143-488); Eutimio Ziganbono (PG 129, 172-766); S. Girolamo (PL 26, 15-218); S. Ilario (PL 9, 917-1078); S. Beda Venerabile (PL 92, 9-132); Rabano Mauro (PL 107, 727-1156); Walafrido Strabone (PL 114, 63-178); Pascasio Radberto (PL 120, 31-994); Bruno di Asti (PL 165, 63-314). Nell'epoca della scolastica: Catena aurea (1261-64, Anversa 1612); S. Tommaso d'Aquino (a. 1259 sgg.), Expositio in Matth., Anversa 1612; S. Alberto Mauro (a. 1260), Enarrationes in Matth., Lione 1651; ecc. Tra il 1500 e il 1800: A. Totatus, Venezia 1507; card. Gaetano, ivi 1530; Dionigi Certosino, Colonia 1543; J. Maldonatus, Pont-à-Mousson 1596; C. a Lapide, Roma 1660; A. Calmet, La Ste Bible, Parigi 1707-16; A. Martini, La S. Bibbia, varie edizioni. Tra i cattolici recenti: J. Knabenbauer-A. Merk, in Cursus S. Scripturae, Parigi 1892-93; 3ª ed., ivi 1922; M. Sales, La S. Bibbia, Nuovo Test., I. Torino 1911, pp. 1-134; M.-J. Lagrange, in Etudes bibliques, Parigi 1922; A. Durand, Evang. selon st. Matthieu, ivi 1924; G. Re, Il S. Vangelo di Gesù Cristo tradotto dal testo greco e commentato, Torino 1929; D. Buzy, in La Ste Bible, ed. L. Pirot, IX, Parigi 1935. Tra gli acattolici: A. Loisy, Ceffonds 1907; A. Plummer, Londra 1909; G. Luzzi, Firenze 1914; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch, I, Monaco 1922.

III. ICONOGRAFIA

S. M. evangelista viene raffigurato quale vecchio dignitoso con barba, di solito accompagnato dal suo simbolo, l'angelo, oppure da esso ispirato dal cielo; come apostolo non ha nessun attributo figurativo di carattere speciale. Talvolta ha un libro nelle mani. Le più antiche immagini conosciute del Santo sono nei musei ravennati di S. Vitale e S. Apollinare in Classe (vi sec.). Frequentissimo, con gli attributi ormai tradizionali, è la sua rappresentazione nell'arte romanica, mentre per il '300 si può vedere quale esempio il s. M. dipinto nel 1328 da B. Daddi, che si conserva agli Uffizi. Segue la stessa tipologia Lorenzo Ghiberti, aiutato da Michele-lozzo, nella statua del 1422 di Orsanmichele a Firenze. Sul battente sinistro del Trittico Portinari di Hugo van der Goes degli Uffizi, s. M. è dipinto in atto di reggere una grande lancia nella mano destra.

Tra le raffigurazioni dell'età barocca di s. M. isolato, si citano in primo luogo la tela del Caravaggio sull'altare della cappella Contarelli a S. Luigi dei Francesi a Roma, e quella, dello stesso maestro, che si conserva a Berlino nel museo dell'imperatore Federico. La Pinacoteca Vaticana possiede un s. M. che scrive il Vangelo, opera tarda di Guido Reni. Un quadro con lo stesso soggetto, dipinto dal Guercino, si trova nella Pinacoteca Capitolina a Roma. Nella chiesa superiore della basilica di Assisi affreschi della scuola romana del tardo Duecento raffigurano cinque scene dell'apostolato di s. M. in Africa. Un intero ciclo di otto scene con la leggenda di s. M. era stato affrescato nel Trecento da un ignoto riminese nella chiesa di S. Maria in Porto presso Ravenna, distrutta nella seconda guerra mondiale. Il principale avvenimento della leggenda di s. M., ossia la sua vocazione all'apostolato, fu anche dipinta da Vittore Carpaccio in S. Giorgio

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(let. Anderson)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - S. M. e l'Angelo. Dipinto del Caravaggio (1592) - Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.