MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, SANTO

MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo. - Autore del primo Vangelo.

I. L'APOSTOLO

Dal Nuovo Testamento si conoscono pochi particolari intorno a M. Il nome, nei codici greci più antichi, è scritto Ματθαῖος, in quelli più recenti Ματθαῖος, nella Volgata Mattheus. L'originale aramaico sembra Mattaj (abbreviazione di Matnaj, Mattanjáh) e significa «dono di Jahweh»; altri, con J. Knabenbauer, pensano alla radice 'ēmeth, per cui M. significherebbe «fedele». Si sa dai Sinottici che la sua vocazione avvenne a Capharnaum (Mt. 9, 9-10). I passi paralleli, Mc. 2, 13-14 e Lc. 5, 27-28, danno al pubblicano, chiamato allora il nome di Levi e Marco aggiunge la paternità: Levi di Alfeo. Le circostanze analoghe che in tutti e tre i Sinottici precedono il fatto (guarigione del paralitico) e lo seguono (pranzo in casa del convertito, questioni con i farisei e con i discepoli di Giovanni Battista) inducono a concludere che il pubblicano chiamato aveva due nomi semitici: M. e Levi. Suo padre Alfeo sembra doversi distinguere dall'omonimo padre di Giacomo il Minore. Nei cataloghi degli Apostoli, Mc. 3, 18 e Lc. 6, 15 collocano M. al settimo posto, Mt. 10, 3 e Act. 1, 13 all'ottavo. Null'altro di speciale conservano gli scritti del Nuovo Testamento intorno a M.

Dalla tradizione conservata da Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 6) risulta che dapprima M. predicò agli Ebrei di Palestina, per i quali compose il suo Vangelo, poi si recò presso altre genti. Quali siano queste altre genti è incerto. Pensano all'Etiopia Rufino (Hist. eccl., I, 9: PL 21,

Article illustration
(per cortesia del dott. B. Degenhart) MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo - Rilievo con l'evangelista M. (sec. XIII) - Parigi, Louvre.
478), s. Eucherio (Instruct. ad Salon., I, 2: PG 50, 809), Socrate (Hist. eccl., I, 19: PG 67, 126) e il Breviario romano (21 sett., lectio V). Altri indicano il Ponto, la Persia, la Siria, la Macedonia, l'Irlanda. Sebbene siano state tramandate diverse passiones apocrife di s. M., non è certo che egli sia morto martire. Lo gnostico Eracleone, citato e non contraddetto su questo punto da Clemente Alessandrino, esclude il martirio cruento di M.

La Chiesa latina lo festeggia al 21 sett.; la bizantina al 16 nov.; la copta al 9 ott. Come evangelista ha per simbolo un uomo (alato). Si raffigura con il libro, oppure con i supposti strumenti del martirio (spada o lancia).

II. IL PRIMO VANGELO

1. Argomento e divisione

I 28 capitoli del primo Vangelo sono raggruppati diversamente dai vari commentatori. È preferibile la divisione che tiene conto insieme delle idee dominanti e dei cambiamenti di situazione.

a) Infanzia e preparazione alla vita pubblica di Gesù (1, 1-4, 11). - La genealogia (1, 1-17), la concezione e la nascita da una Vergine (1, 18-25), l'adorazione dei Magi (2, 1-12), la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, il ritorno a Nazareth (2, 13-23) dimostrano che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti. Il Battista, precursore predetto dai profeti, lo presenta come Messia, lo battezza (cap. 3). Gesù nel deserto vince il tentatore citando le Scritture (4, 1-11).

b) Il Messia si manifesta in Galilea (4, 12-15, 20). - a) Iniziando la vita pubblica a Capharnaum e nella regione di Zabulon e Nephthali, Gesù avvera la profezia d'Ir. 4, 12-17; sceglie quattro pescatori e con essi percorre la Galilea, predicando l'avvento del regno messianico (4, 23-25). b) Con il discorso della montagna, Gesù si manifesta come legislatore che perfeziona la legge mosaica e fissa gli statuti del regno messianico (capp. 5-7). c) Con una serie di guarigioni miracolose (capp. 8-9) Gesù si manifesta come il Messia predetto da Isaia, che prende sopra di sé le umane infermità (cf. 8, 17 con

Article illustration
(fot. Orlandini) MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo - Miniatura di Evangelio greco (sec. X) - Modena, Biblioteca Estense, ma. greco 1, fol. 11v.
Article illustration
(fot. Alinari) MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo - Scultura di L. Ghiberti e Michelozzo (1422) - Firenze, Orsanmichele.
Is. 53, 4). In questi capitoli M. riferisce anche alcuni miracoli sulla natura e sulla morte (la tempesta sedata: Mt. 8, 23-34; la resurrezione della figlia di Iair: ibid. 9, 18-26), che invitano a riflettere sul carattere messianico di Gesù. 8) Il Messia organizza il suo regno scegliendo ed istruendo i 12 Apostoli (cap. 10). e) Contro l'incredulità dei Giudei Gesù risponde mostrando i suoi miracoli che adempiono le profezie, rivendica la missione del Battista e la sua citando testi profetici (cap. 11); alle accuse degli increduli risponde adducendo esempi e detti biblici (cap. 12). ζ) Il Messia manifesta i caratteri del suo regno parlando con parabole e adempiendo così le profezie (cap. 13). η) Con altri miracoli conferma la sua missione messianica (cap. 14) contro le tradizioni fariseiche opposte al senso genuino delle Scritture (15, 1-20).

c) Il Messia si manifesta nei dintorni della Galilea (15, 21-18, 35). - α) Presso Tiro e Sidone compie una serie di miracoli (15, 21-16, 12). β) Presso Cesarea di Filippo promette a Pietro, che lo confessa Figlio di Dio, il primato nella sua Chiesa, predice la sua passione redentrice, raccomanda lo spirito di sacrificio (16, 13-28). Trasfigurandosi e risanando il lunatico, conferma il suo carattere messianico. In Galilea Gesù predice ancora la sua Passione ed istruisce gli Apostoli (17, 23-18, 35).

d) Viaggio verso Gerusalemme e ministero in Giudea (capp. 19-25). - α) Prosegue l'istruzione degli Apostoli: attraversando la Perea, Gesù raccomanda le virtù cristiane, predice per la terza volta la sua Passione, a Gerico guarisce due ciechi (capp. 19-20). β) Entra in Gerusalemme cavalcando un asinello, compie le profezie e si manifesta come Messia-Re; purifica il Tempio, discute con i farisei, i sadducei, gli scribi; preannuncia la venuta e la conclusione del regno messianico (capp. 21-35).

e) Passione, morte e resurrezione del Messia (capp. 26-28). - α) Il Sinedrio vuole la morte di Gesù; la cena in Bethania la preannuncia; Giuda vende il Maestro per trenta monete d'argento, avverando una profezia (26, 1-16). Si avverano altri vaticini nell'Ultima Cena, con il sangue dell'alleanza, nel Gethsemani con la dispersione degli Apostoli, con la tristezza del paziente e la cattura

(26, 16-56). A Caifa Gesù ricorda l'oracolo di Daniele, proclamandosi Messia e Figlio di Dio, mentre Pietro lo rinnega, avverando una predizione del Messia (26, 57-75). β) Giuda, agitato da rimorsi, restituisce le trenta monete, che servono, avverando un'altra profezia, ad acquistare il campo del vasaio (27, 1-10). Gesù dinanzi a Pilato si proclama Re (27, 11-31). Sul Calvario è crocifisso come Re dei Giudei, mentre si compiono le profezie di Ps. 21 (Mt. 17, 11-20). La morte del Redentore è accompagnata da prodigi che ne attestano la divinità (27, 51-56). γ) Gesù risorto appare alle pie donne. Invano i sinedriti ricorrono alla frode per nascondere il prodigio. Il Risorto conferisce agli Undici la missione di ammaestrare e battezzare tutte le genti (cap. 28).

2. Scopo e indole storico-letteraria

Da questo schema risulta chiaro lo scopo inteso dall'Evangelista. Vuole dimostrare con le profezie che Gesù è il Messia promesso nel Vecchio Testamento, che è Figlio di Dio, Re, fondatore del regno messianico (Chiesa, Regno dei cieli), perfezionatore dell'antica Legge. A lui si deve prestare fede, pena l'esclusione dal regno messianico. Perciò l'Evangelista dispone i fatti e i discorsi in ordine sistematico, piuttosto che cronologico: si noti l'accostamento dei miracoli (capp. 8-9), delle parabole (cap. 13), dei discorsi in cinque gruppi conclusi dalla formula ripetuta 5 volte « quando terminò Gesù questi discorsi » (7, 28; 11, 1; 13, 53; 19, 1; 26, 1: in quest'ultimo caso precisa: « quando terminò tutti questi discorsi »). Per questo scopo usa formole di transizione assai vaghe (τῶς, tunc, senza un preciso nesso temporale), preferisce raccogliere i discorsi del Maestro sorvolando sui particolari secondari dei fatti, raccontati pittorescamente da Marco.

Per dimostrare la sua tesi l'Evangelista sceglie dalla catechesi apostolica i fatti e i detti più probativi, controllabili dai lettori ebrei che ne erano stati testimoni diretti o indiretti. È vero che cerca di adattare le profezie ai fatti (usando talora accomodazioni), ma non modifica i fatti per adattarli alle profezie. Se avesse avuto questo intento, attribuitogli da certi razionalisti, avrebbe inventato fatti più conformi alle profezie.

L'autore non intende tracciare una storia o biografia completa di Gesù, ma raccogliere dalla storia conosciuta dai lettori i documenti atti a provare la sua tesi. Il valore storico risulta confermato dalla conoscenza accurata della topografia e dei costumi palestinesi che l'autore suppone noti ai lettori.

Lo stile del primo Vangelo, giunto in greco, risente fortemente del sottostante testo semitico. I gusti semitici risaltano dalla paratassi o coordinazione delle frasi (4, 25-5, 2; 8, 14 sgg.), dal parallelismo (6, 1-6, 16-18; 7, 7-8, 24-27; ecc.), dalle strofe con ritornelli propri dello stile orale semitico (7, 24-25, 26-27; 11, 21-24), dalla disposizione dei fatti a gruppi di tre, di cinque o di sette, e da altri artifici usati dagli Ebrei.

3. Origine

L'analisi del contenuto, lo scopo inteso dall'autore, lo stile e la struttura letteraria inducono a concludere che questo Vangelo si deve a un ebreo palestinese, ben informato di quanto racconta, che scrive specialmente per dimostrare ai connazionali, che conoscevano le Scritture, il carattere messianico-divino di Gesù di Nazareth.

La tradizione, che nelle questioni storiche ha valore predominante, conferma e precisa questi dati. Dalle citazioni implicite dei Padri apostolici si può dedurre che il primo Vangelo era conosciuto alla fine del sec. 1 ed all'inizio del 11. Si confronti, p. es., la I ai Corinti, scritta da s. Clemente Romano ca. il 95, con M. in questi punti: « Siate misericordiosi e otterrete misericordia » (I ai Corinti, 13, 2 con Mt. 6, 14.15; 7, 1.2.12); « Guai a quell'uomo, meglio che non fosse nato » (I ai Corinti 46, 8 con Mt. 26, 24; 18, 6). Altri paralleli interessanti si notano nella Didachè (8, 2 con Mt. 6, 9 sgg.; Did. 9, 5 con Mt. 7, 6; inoltre molti altri passi elencati da F. X. Funk, Patres Apostolici, I, Tubinga 1901, p. 640). La cosiddetta Epistola di Barnaba cita (4, 14) con la formula « sta

scritto » l'espressione « molti sono i chiamati, pochi gli eletti » che si legge in Mt. 20, 16 e 22, 14. S. Ignazio ha molte espressioni che si accordano con M. (cf. specialmente Ad Polyc., 2, 2 con Mt. 10, 16). S. Policarpo (Ad Philipp., 7, 2) desume da Mt. 26, 41. Per queste ed altre allusioni a Mt. da parte dei Padri apostolici cf. F. X. Funk, op. cit., pp. 640-52. S. Giustino ha una cinquantina di citazioni di M., addotto senza nome d'autore, ma come Evangelo oppure come Memoriali degli Apostoli. Anche gli eretici Cerinto, Carpocrate, gli ebioniti, gli gnostici Valentino e Basilide e il pagano Celso conoscono il Vangelo di M. Questi antichissimi testimoni citano il libro, ma non il nome dell'autore, forse perché nei codici più antichi mancava il titolo « secondo M. (κατὰ Ματθαῖον) ».

Il più antico testimone che attribuisce esplicitamente con il nome dell'autore un'opera a M. è s. Papia, vescovo di Gerapoli, che era stato condiscepolo di s. Policarpo alla scuola di Giovanni « il Presbitero » (l'Apostolo?). In un frammento della sua opera in 5 libri, scritta ca. il 120 logia (v.) del Signore (conservato da Eusebio, Hist. eccl., III, 39, 1), dopo aver detto che Marco non aveva fatto la coordinazione dei logia del Signore, soggiunge: « M. invece in lingua ebraica i logia (del Signore) coordinò (τὰ λόγια συνετάξατο), ne interpretò poi ciascuno con'era capace ».

Secondo Schleiermacher, e diversi razionalisti, Papia parlerebbe di un'opera di M. diversa dal primo Vangelo, contenente solo i discorsi (logia in senso stretto) del Signore, ma, se ben si osserva il contesto, si vede che Papia suppone conosciuti dai lettori i Vangeli di Marco e di M., ed intende dare una ragione del fatto che i detti del Signore in Marco non sono così ben coordinati, in ordine logico, come in M. La ragione che Papia attinse da Giovanni è questa: « Marco non scrisse con ordine i detti e i fatti del Signore... perché tenne dietro a Pietro, il quale faceva le didascalie secondo l'utilità degli uditori, non intendendo fare una coordinazione (σύνταξιν) dei logia del Signore ».

Altri rispondono alla difficoltà di Schleiermacher che Papia con il termine logia intende tanto i detti quanto i fatti; questa interpretazione potrebbe essere confermata dalla testimonianza riguardante Marco, ove il termine è spiegato con λαγβέντα ἡ πραξέντα (« detti o fatti ») del Signore. Altri ancora pensano che Papia chiami logia il Vangelo di M. perché è composto prevalentemente di discorsi. Comunque s'intendano questi logia, non vi sono motivi seri per escludere che Papia parli di tutto il primo Vangelo e lo supponga conosciuto ai suoi lettori.

Un'altra testimonianza importante, scritta tra il 175 e il 189, è lasciata da s. Ireneo, vescovo di Lione: « M., tra gli Ebrei nella loro propria lingua, pubblicò anche una scrittura di Vangelo, mentre Pietro e

Paolo in Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa » (Adv. haer., III, 1: PG 7, 844).

Una testimonianza indipendente da quelle di Papia ed Ireneo risale a s. Panteno (m. ca. il 200). Secondo Eusebio (Hist. eccl., V, 10, 3), Panteno, recatosi in India (« Arabia felice »), vi avrebbe trovato il Vangelo di M. scritto in caratteri ebraici: ve lo avrebbe lasciato l'apostolo Bartolomeo. Inoppugnabili sono le testimonianze di Clemente Alessandrino (Strom., I, 21: PG 8, 890), di Origene (presso Eusebio, Hist. eccl., VI, 25, 3), di Tertulliano (Adv. Marc., 4, 2: PL 2, 363), di Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 5-6), di s. Girolamo (De viris ill., 3: PL 23, 643).

Tutti questi testimoni si accordano nell'attribuire esplicitamente all'apostolo M. il primo Vangelo. Anche un prologo priscillianista della fine del sec. IV conferma questa tradizione (cf. F. L. Cross, The priscillianist prologues, in Expository times, 48 [1939], p. 188 sg.).

Non v'era motivo perché la tradizione attribuisse il primo Vangelo all'apostolo M., piuttosto che ad un altro apostolo, se non la realtà

Article illustration
(fot. Alinari) MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo - Vocazione di s. M. Affresco di ignoto giottesco riminese (sec. XIV) - Ravenna, chiesa di S. Maria in Porto.
del fatto; un ipotetico falsario avrebbe scelto il nome di un apostolo più in vista. È vero che da un testimone oculare si potrebbe attendere una descrizione più vivace dei fatti, ma si noti che M. esclude di proposito i particolari non interessanti direttamente il suo scopo.

Come conferma della genuinità del Vangelo di M. giova sottolineare l'interesse speciale che l'autore, a differenza degli altri Evangelisti, pone al denaro: è l'unico che parli delle trenta monete d'argento (Mt. 26, 15; 27, 3-10): « M. scrive di denaro e di monete in dodici passi del suo Vangelo, mentre Giovanni solo in due. Il pubblicano e... l'aquila. M. menziona l'oro sin dal presepio di Gesù Bambino a Betlemme, è l'unico fra gli Evangelisti a riferire anche la riscossione e il pagamento miracoloso dell'imposta per il Tempio da parte di Cristo e di Pietro (17, 24-27), solo nel suo Vangelo si leggono le parabole del tesoro che giaceva nascosto in un campo, e del commerciante che cercava perle nobili (13, 44-46)... dei talenti (18, 23 sgg.; 20, 1 sgg.; 25, 14 sgg.): O. Hophan, Gli Apostoli, Torino 1950, p. 168.

4. Il testo originale e la versione greca

La tradizione si accorda nell'attestare che M. scrisse nella lingua degli Ebrei. Questa non era più l'antica lingua ebraica (come pensano Schegg, Belser, Cladder e altri), ma l'aramaica, detta anch'essa comunemente « ebraica » nel Nuovo Testamento (Io. 5, 2; 19, 17; Act. 21, 40), negli scritti di Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., III, 10, 6; Bell. Iud., V, 4, 2; ecc.) e dagli antichi scrittori cristiani. M. intendeva scrivere per il popolo nella lingua allora usata dai suoi connazionali palestinesi, non nella lingua ebraica dotta, conosciuta solo dai rabbini.

Non è sostenibile l'ipotesi proposta da Erasmo e ripetuta dal card. Gaetano e da molti razionalisti moderni che il greco sarebbe la lingua originale del primo Vangelo.

È vero che in diversi punti il greco di M. sembra migliore letterariamente di quello di Marco, ma un'analisi più accurata lascia intuire i numerosi semitismi nascosti sotto la versione greca, che pure aspira ad una certa eleganza. È vero anche che nel primo Vangelo diverse citazioni del Vecchio Testamento sono desunte dalla versione greca dei Settanta; ma queste possono essere state adattate dal traduttore greco, che usava precisamente quella versione. Si noti pure che tra gli scrittori del Nuovo Testamento M. ha il maggior numero di citazioni conformi al testo ebraico. Talora le citazioni sono a senso.

Il testo originale semitico, usato dalle comunità cristiane palestinesi, scomparve assai presto con lo scomparire di tali comunità, alcune delle quali finirono nell'eresia. Forse ne rimasero tracce nei cosiddetti Vangeli (apocrifi) degli Ebrei, dei nazarei, o degli ebioniti (v.).

La versione greca, secondo s. Papia (loc. cit.), in un primo tempo «fu compilata da ciascuno secondo che era capace». Sembra però che verso la fine del sec. 1 fosse già divulgata la versione che si potrebbe dire ufficiale, citata dalla Didaché e dall'Epistola di Barnaba.

Siccome la Chiesa ha sempre considerato senza discussioni questa versione come Vangelo di M., si deve dire che tale versione era sostanzialmente conforme al testo aramaico primitivo. Infatti anche nella versione greca si nota che gl'insegnamento, i fatti, i caratteri della figura di Cristo sono presentati dal punto di vista di uno scrittore ebreo che scrive direttamente per connazionali palestinesi.

Si può ammettere che il traduttore greco abbia inserito alcune modificazioni accidentali nella traduzione di certi brani resi a senso, nella sostituzione delle citazioni desunte dai Settanta, nell'aggiunta di qualche spiegazione, nell'inversione di qualche parte, nell'adattamento del testo di M. a quello del Vangelo di Marco, che sembra sia stato tenuto presente. Nonostante queste ed altre modificazioni accessorie, la sostanza della versione greca di M. corrisponde al testo originale aramaico perduto.

5. Destinazione e data. — La tradizione, riassunta e conservata da Eusebio (cf. Hist. eccl., III, 24, 5-6), attesta che M., dopo aver predicato agli Ebrei di Palestina, prima di allontanarsi scrisse per loro un Vangelo nella lingua patria.

Che M. abbia scritto per gli Ebrei convertiti è attestato anche da Ireneo, Origene e s. Girolamo (nei passi citati); alcuni (con Cladder, Gächter, Grandmaison) pensano che abbia scritto contro gli Ebrei (increduli), intendendo così il τρός Ἰουδαίους di Ireneo. Altri, meglio, ritengono che M. abbia avuto di mira principalmente i connazionali convertiti, senza escludere l'intento apologetico di convertire quelli ancora increduli.

Lo scopo e l'indole storico-apologetica del Vangelo, che risultano dall'esame del contenuto, confermano questa destinazione più vasta.

Poiché non consta quando M. abbia lasciato la Palestina per recarsi ad evangelizzare le Genti, resta incerta la data di composizione del suo Vangelo. Chi sostiene che tale partenza avvenne assai presto, fondandosi su una tradizione incerta che la fissa a 12 anni dopo l'Ascensione (42-45 a. C.), fa risalire a quest'epoca la composizione del testo originale di M. Ma tale data, presentata da alcuni apocrifi (Kerygma Petri; Actus Petri cum Simone; Acta Iohannis) è ben lungi dall'essere confermata. S. Girolamo, nella sua recensione del Chronicon di Eusebio, dice che M. scrisse il Vangelo nel terzo anno di Caligola (41 d. C.: PL 27, 577-78).

Si può dire con sicurezza che M. scrisse per il primo tra gli Evangelisti, prima della caduta di Gerusalemme (70 d. C.). Certi razionalisti, pretendendo che l'allusione alla distruzione di Gerusalemme contenuta in Mt. 22, 7 e 24, sia un vaticinio post eventum,

vorrebbero spostare la data del Vangelo dopo il 70. Ma tutto il carattere letterario e storico lascia supporre che all'epoca della composizione del Vangelo il Tempio di Gerusalemme sussistesse ancora e che l'ostilità dei Giudei increduli fosse ancora assai viva. Dopo quella data, che segna la dispersione dei Giudei, non v'era motivo perché si scrivesse per gli Ebrei in Palestina un Vangelo come quello di M.

Siccome s. Ireneo (loc. cit.) afferma che M. «pubblicò anche una scrittura di Vangelo (καὶ γραφὴν ἐξέ-νεγκεν εὐαγγελίου), mentre Pietro e Paolo in Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa» (τοῦ Πέτρου καὶ τοῦ Παύλου ἐν Ῥάμῃ εὐαγγελιζομένων καὶ θεμελιούντων τὴν ἐκκλησίαν), alcuni esegeti, fondandosi sul genitivo assoluto, pensano che M. abbia scritto solo dopo l'arrivo a Roma di Paolo, ossia dopo il 61. Rispondono altri che il genitivo assoluto non avrebbe un senso temporale, ma si dovrebbe risolvere in un'avversativa, così: da una parte, tra gli Ebrei, M. non solo evangelizzava oralmente, ma pubblicava anche una scrittura di Vangelo; dall'altra, in Roma, Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano anche la Chiesa. Non s'insisterebbe tanto sul sincronismo, quanto sul diverso modo di evangelizzare, a voce od anche in scritto. »

Altri invece, pur ammettendo il sincronismo, pensano che Ireneo abbia aggiunto il nome di Paolo a quello di Pietro, ad modum unius, asserendo che M. scrisse quando Pietro (aiutato poi da Paolo) evangelizzava in Roma e vi fondava la Chiesa. Comunque s'intenda questo passo di Ireneo «d'incerta e controversa interpretazione» (come asserisce la Pont. Comm. Biblica), non vi sono motivi seri per ritardare l'origine del primo Vangelo fin dopo il 60.

La data più probabile, che tiene conto sia degli elementi tradizionali, sia di un certo sviluppo della storia della Chiesa supposta dal primo Vangelo, sembra da porsi tra gli anni 50 e 60, meglio intorno al 55.

Il Cladder fissa la data tra gli anni 50-59, al massimo fino al 62; A. Merk verso il 50, L. Pirot al 45-50; Höpfl-Gut al 50-60; G. Ricciotti al 50-55. L. Tondelli pensa che la stesura definitiva dev'essere di pochi anni anteriore al 70, ma la composizione primitiva deve risalire molto più addietro.

6. Direttive della Pont. Commissione Biblica. — Il 19 giugno 1911 furono pubblicate sette risposte della Pont. Commissione Biblica sull'«autore, il tempo di composizione e la verità storica del Vangelo secondo M.». Eccone le idee essenziali:

a) Si può e si deve affermare con certezza che M., apostolo di Cristo, è autore del Vangelo divulgato sotto il suo nome per i seguenti motivi: il consenso universale risalente ai primi secoli della Chiesa attestato dalle testimonianze esplicite dei Padri, dai titoli dei codici e delle versioni antichissime, dai cataloghi trasmessi dai Padri, dagli scrittori ecclesiastici, dai sommi Pontefici, dai concili, dall'uso liturgico della Chiesa orientale ed occidentale.

b) La tradizione conferma che M. fu il primo evangelista e che scrisse il primo Vangelo nella lingua patria, usata dagli ebrei palestinesi ai quali era diretto.

c) Non si può ritardarne la composizione dopo la caduta di Gerusalemme; la testimonianza di s. Ireneo non costringe a respingere l'opinione più tradizionale, che fissa la composizione del Vangelo di M. anche prima dell'arrivo di Paolo a Roma.

d) Non si può ritenere che M. abbia scritto solo una raccolta di discorsi del Signore, che abbia poi servito da fonte a un autore anonimo.

e) Si può provare con certezza che il Vangelo greco di M. sia identico, quanto alla sostanza, a quello scritto in lingua patria dallo stesso Apostolo: ne è prova l'uso ecclesiastico universale.

f) Non è lecito negare fede al primo Evangelista per il fatto che questi ha di mira lo scopo prevalentemente dogmatico e apologetico di mostrare ai Giudei che Gesù è il Messia predetto dai profeti, nato dalla stirpe davidica, e per il fatto che non sempre si attiene all'ordine crono-

logico nel disporre i fatti e i detti. Non si può neppure affermare che i racconti delle gesta e dei discorsi di Cristo abbiano subito una certa alterazione o adattamento sotto l'influsso delle profezie del Vecchio Testamento e dello stato alquanto adulto della Chiesa, e che quindi non siano conformi alla verità.

g) In modo particolare sono destituite di solido fondamento le opinioni di quelli che dubitano della storicità dei primi due capitoli, nei quali INFANZIA (v.) di Cristo, come pure di certi passi molto importanti per il dogma, quali quelli che riguardano il primato di Pietro (Mt. 16, 17-19), la forma del Battesimo con la missione universale di predicare conferita agli Apostoli (Mt. 28, 19-20), la professione di fede degli Apostoli nella divinità di Cristo (Mt. 14, 33). Cf. AAS, 3 (1911), pp. 294-96; Euchir. bibl., Roma 1927, n. 401 sgg.; Denz-U, n. 2148 sgg.

BIBL.: Manuali recenti con molta bibl.: R. Cornely, Historica et critica introductio in sacros utrisque Testamenti libros, III, Parigi 1897 [rist. 1925], pp. 7-80; H. Hôp-B. Gut, Introductionis... compendium; III: Introductio specialis in Novum Testamentum, Roma 1940, nn. 46-91; H. Simon-G. G. Dorado, Praelectiones Biblicae: Nov. Test., I, Torino 1947, nn. 23-42. Commentatori principali. Tra i Padri e gli antichi scrittori: Origene (PG 13, 835-1600); s. Giovanni Crisostomo (PG 57-58); s. Cirillo Alessandrino (frammenti: PG 72, 365-474); Teofilato (PG 123, 143-488); Eutimio Zigabeno (PG 129, 112-766); s. Girolamo (PL 26, 15-218); s. Ilario (PL 9, 917-1078); s. Beda Venerabile (PL 92, 9-132); Rabano Mauro (PL 107, 727-1156); Walafrido Strabone (PL 114, 63-178); Pascasio Radherto (PL 120, 31-994); Bruno di Asti (PL 165, 63-314). Nell'epoca della scolastica: Catena aurea (1261-64, Anversa 1612); s. Tommaso d'Aquino (n. 1239 sq.), Expositio in Matth., Anversa 1612; s. Alberto Magno (n. 1260), Enarrationes in Matth., Lione 1651; ecc. Tra il 1500 e il 1800: A. Tostatus, Venezia 1507; card. Gaetano, ivi 1530; Dionigi Certosino, Colonia 1543; J. Maldonatus, Pont-à-Mousson 1596; C. a Lapide, Roma 1669; A. Calmet, La Ste Bible, Parigi 1707-16; A. Martin, La S. Bibbia, varie edizioni. Tra i cattolici recenti: J. Knabenbauer-A. Merk, in Curran S. Scripturae, Parigi 1892-93; 3ª ed., ivi 1922; M. Sales, La S. Bibbia, Nuovo Test., I, Torino 1911, pp. 1-134; M.-J. Lagrange, in Etudes bibliques, Parigi 1922; A. Durand, Evang. selon si Matthieu, ivi 1924; G. Re, Il S. Vangelo di Gesù Cristo tradotto dal testo greco e commentato, Torino 1929; D. Buzy, in La Ste Bible, ed. L. Pirot, IX, Parigi 1935. Tra gli acattolici: A. Loisy, Celfonds 1907; A. Plummer, Londra 1909; G. Luzzi, Firenze 1914; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrosch, I, Monaco 1922. Pietro De Ambroggi

III. ICONOGRAFIA

S. M. evangelista viene raffigurato quale vecchio dignitoso con barba, di solito accompagnato dal suo simbolo, l'angelo, oppure da esso ispirato dal cielo; come apostolo non ha nessun attributo figurativo di carattere speciale. Talvolta ha un libro nelle mani. Le più antiche immagini conosciute del Santo sono nei musaici ravennati di S. Vitale e S. Apollinare in Classe (vi sec.). Frequentesim, con gli attributi ormai tradizionali, è la sua rappresentazione nell'arte romanica, mentre per il '500 si può vedere quale esempio il s. M. dipinto nel 1328 da B. Daddi, che si conserva agli Uffizi. Segue la stessa tipologia Lorenzo Ghiberti, aiutato da Michelozzo, nella statua del 1422 di Orsanmichele a Firenze. Sul battente sinistro del Trittico Portinari di Hugo van der Goes degli Uffizi, s. M. è dipinto in atto di reggere una grande lancia nella mano destra.

Tra le raffigurazioni dell'età barocca di s. M. isolato, si citano in primo luogo la tela del Caravaggio sull'altare della cappella Contarelli a S. Luigi dei Francesi a Roma, e quella, dello stesso maestro, che si conserva a Berlino nel museo dell'imperatore Federico. La Pinacoteca Vaticana possiede un s. M. che scrive il Vangelo, opera tarda di Guido Reni. Un quadro con lo stesso soggetto, dipinto dal Guercino, si trova nella Pinacoteca Capitolina a Roma. Nella chiesa superiore della basilica di Assisi affreschi della scuola romana del tardo Duecento raffigurano cinque scene dell'apostolato di s. M. in Africa.

Un intero ciclo di otto scene con la leggenda di s. M. era stato affrescato nel Trecento da un ignoto riminese nella chiesa di S. Maria in Porto presso Ravenna, distrutta nella seconda guerra mondiale. Il principale avvenimento della leggenda di s. M., ossia la sua vocazione all'apostolato, fu anche dipinta da Vittore Carpaccio in S. Giorgio

Article illustration
MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, santo - S. M. e l'Angelo. Dipinto del Caravaggio (1592) - Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.
degli Schiavoni a Venezia; la sua morte di martire fu soggetto di un musaico del XIII sec. nella basilica di S. Marco a Venezia. Tutte e due queste scene hanno trovato la loro più famosa interpretazione pittorica nelle due grandi tele laterali della cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi a Roma, capolavori del Caravaggio, dipinti tra il 1592 e il 1598. - Vedi tav. XXVIII.

BIBL.: K. Künste, Ikonographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 445-47. Witold Wehr

IV. VANGELO DI M

Apocrifo, detto anche libro dell'«Origine della b. Maria e dell'infazia del Salvatore». Due lettere spurie dei vescovi Cromazio e Eliodoro a s. Girolamo con la risposta, che gli servono da introduzione, l'attribuiscono a M. apostolo. S. Girolamo ne avrebbe ritrovato e tradotto in latino l'originale ebraico.

Consta di due parti: la prima (capp. 1-24), detta Historia de nativitate Mariae et infantia Salvatoris, è di Giacomo (v.), con notevoli amplificazioni ed aggiunte, ma non consta se ne dipenda. La seconda (capp. 25-42) segue il Vangelo di Tommaso ed è intitolata De miraculis infantiae Domini Iesu Christi.

È l'unico apocrifo che racconti (capp. 18-24) i miracoli operati da Gesù nel viaggio e soggiorno della S. Famiglia in Egitto. Tende a sviluppare i prodigi che ha in comune con il Protovangelo di Giacomo. Nei capp. 25-42 racconta la vita prodigiosa di Gesù ritornato dall'Egitto, ora sulla rive del Giordano, ora a Cafarnao, ora a Nazareth, rimaneggiando in un crescendo di stravaganze il Vangelo di Tommaso. Si nota qua e là qualche spunto meno ortodosso. Il Vangelo di M. è stato composto in Occidente tra il sec. v e il vi, certo non prima del sec. IV.
L'apocrifo De nativitate Mariae, tra le opere di s. Girolamo (Epist. 50: PL 30, 307-15), è un adattamento della prima parte del Vangelo di M., con la tendenza a sintetizzare, attenuare ed a renderlo più ortodosso con alcune leggere aggiunte ed in un latino discretamente elegante. È riprodotto nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais e nella Legenda aurea di Jacopo da Voragine. Si ritiene dell'epoca carolingia.

Un altro apocrifo, che coincide in buona parte con il Vangelo di M. ed il Vangelo di Tommaso, è il Vangelo dell'infanzia del Salvatore relativo alla nascita di Maria ed alla nascita ed infanzia di Gesù, pubblicato da James in due recensioni notevolmente divergenti: il ms. di Hereford (sec. XIII) e il ms. Arundel. Il primo l'attribuisce a Giacomo, l'altro a M. Sulla sua origine però, se dipenda cioè dal Vangelo di M., dal Protovangelo di Giacomo o dal Vangelo di Pietro, non si è fatta ancora piena luce.

BIBL.: J. C. Thilo, Codex apocryphus Novi Testamenti, I, Lipsia 1832, p. 337 sgg.; id., Liber de infantia Mariae et Christi Salvatorii, Halle 1869; C. Tischendorf, Evangelia apocrypha, Lipsia 1876, p. 51 sg.; Ch. Michel, Evangiles apocryphes, I (H. Hemmer-P. Lejay, Textes et documents...), Parigi 1924, pp. XIX-XXII, 53-159; R. M. James, Latin Infancy Gospel: a new text, with a parallel version from Irish, edited with introduction, Cambridge 1927; Jacopo da Voragine, Legenda aurea, trad. it., Roma 1938, pp. 382-84; M.-J. Lagrange, Un nouvel Evangile de l'enfance édité par M. R. James, in Revue bibl., 37 (1928), pp. 544-57; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I, Firenze 1948, pp. XXIV-XXVI, 152, 259 (testo latino e versione italiana); J. B. Frey, in DBs, I, col. 483. Bonaventura Mariani

V. ATTI DI M

Apocrifo, pubblicato con il titolo di Martyrium Matthaei da Lipsius-Bonnet (op. cit. in bibl., II, II, pp. 217-62), in greco ed in un testo latino molto scadente. Forma un gruppo omogeneo con gli Acta Andreae et Matthiae in urbe anthropophagorum (rifacimento cattolico degli Acta Andreae in greco, latino, siriaco, copto, etiopico), con gli Acta sanctorum apostolorum Petri et Andreae (in greco, slavo, etiopico), con gli Acta Pauli et Andreae e con gli Acta Bartholomaei. La loro origine è incerta.

L'argomento degli Atti di M. nel testo latino è quanto mai fantastico. A M. tocca di andare a predicare nel paese degli antropofagi (Media). È ricevuto dal vescovo Platone, dalla cui verga vede uscire un albero immenso che svetta nel Paradiso. Dall'albero esce un fiume, che irriga la città dei Mirmidoni. M. libera dal demonio la moglie ed il figlio dell'imperatore Bufa, che pertanto delibera di uccidere M., al quale appare Gesù per confortarlo. Il diavolo in forma di soldato eccita Bufa contro M., ma i soldati inviati per catturarlo o divorarlo sono colpiti da cecità. Bufa va ad arrestare M., ma al suo cospetto diventa paralitico. M. lo guarisce. Ingrato, lo fa crocifiggere in terra sulla riva del mare. Ordina di cremarlo, ma il fuoco per l'orazione di M. si estingue e brucia invece gli idoli di Bufa. Il fuoco diventa un dragone che insegue Bufa fino al suo palazzo; ne è liberato da M., che muore all'ora sesta, poi risorge e sale in cielo incoronato... Bufa di fronte a tante meraviglie si converte, si battezza e comunica. M. apparisce ed ordina sacerdote Bufa (aveva 30 anni), diaconessa la moglie (di 30 anni) e diacono suo figlio (di 17 anni). Morto Platone dopo 3 giorni, Bufa (chiamato Matteo da M.) diventa vescovo. Il testo greco s'inizia con l'apparizione di Gesù Cristo a M. sotto le sembianze di uno dei santi Innocenti salmodiante in Paradiso.

Esistono un Martyrium Matthaei in Ponto, gnostico, gli Atti etiopici di M. in Kahanat, una leggenda di M. partica, il martirio di M. copto (etiopico), una leggenda locale di Gerapoli ed un'altra etiopica connessa con la leggenda indiana di Bartolomeo.

BIBL.: C. Tischendorf, Acta Apostolorum apocrypha, Lipsia 1851, pp. 167-89; R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichten, II, 2ª ed., Braunschweig 1884, pp. 100-41; R. A. Lipsius-M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, II, Lipsia 1898, pp. XXXIII-XXXV, 217-62; J. B. Frey, in DBs, I, col. 508 sg.

Bonaventura Mariani

VI. ANONIMO IN M

Cinque frammenti di un commentario latino su M. furono pubblicati per la

Article illustration
(per cortesia di mons. A. P. Frutaz) MATTEO DA BASCIO - Incisione al bulino (sec. XVIII).
prima volta da G. Mercati e attribuiti da lui a Vittorino di Pettau per il loro millenarismo e perché Vittorino è l'autore di un Commentario su M.

Ma sia A. Souter, sia Th. Zahn sono d'accordo Ambrosiaster (v.), mentre Turner è di parere contrario.

BIBL.: G. Mercati, Varia sacra, I (Studi e testi, 11), Roma 1903, pp. 1-49; cf. id., Opere minori, II (ibid., 77), Città del Vaticano 1937, p. 84 sg. Una nuova edizione dei frammenti

presso C. H. Turner, An exegetical fragment of the third century, in Journal of theol. stud., 5 (1904), pp. 218-41. Sull'attribuzione all'Ambrosiaster, V. A. Souter, ibid., pp. 608-21; Th. Zahn, Neue Funde aus der alten Kirche, in Neue kirchliche Zeitschrift, 16 (1905), pp. 409-27; C. Martini, Ambrosiaster. De auctore, operibus, theologia (Spicileg. P. Athenaei Antoniani, 4), Roma 1944, p. 50 sg. Erik Peterson

Cite this article

“MATTEO, APOSTOLO, EVANGELISTA, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 301. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/matteo-apostolo-evangelista-santo.