INFANZIA

INFANZIA. - Da *infans* = che non parla. Subito dopo la fase neonatale, età della vita (v.) si incontra l'ì. In rapporto a considerazioni di indole varia sembra che essa meriti fanciullezza (v.) e dalle prime settimane di vita debba prolungarsi a circa tutto il sesto anno. Attraverso tale periodo l'individuo subisce uno sviluppo organico e psicologico, capace di renderlo adatto al suo vero incontro con la vita, nei primi rapporti extra-famigliari (scuola).

L'ì. può essere divisa in tre periodi. La prima, o piccola, dalla seconda settimana di vita comprende tutto il primo anno, durante il quale l'individuo, quasi centrando ogni sua attività nella vita vegetativa, in particolar modo fa funzione digerente, accresce così la propria massa corporea da triplicare, al termine del primo anno, il peso che aveva alla nascita. Però, anche nei riguardi della vita di relazione, l'organismo va sviluppando i suoi strumenti, come è provato dal fatto che mentre alla nascita del feto il cervello in media è di ca. 330 grammi, dopo un anno esso è più che raddoppiato (in media ca. 776 grammi). A tre mesi il bimbo comincia a sostenere il capo, a sei il tronco e, circa al termine dell'anno, muove i primi passi, tentando una prima esplorazione del ristretto mondo che lo circonda. Tale prima fase è contraddistinta anche dal successivo spuntare dei denti, dagli incisivi ai primi quattro piccoli molari, il che rende capace il bambino di passare dall'allattamento alle prime prove con una alimentazione più vicina a quella dell'adulto.

La seconda i. comprende il secondo e il terzo e i primi sei mesi del quarto anno di vita. Ora il bambino va acquistando una maggiore autonomia nei riguardi dei suoi allevatori, sempre più capace di muoversi liberamente e indipendentemente nell'ambiente in cui vive. Procede in lui di pari passo il riempimento delle sue forme corporee (fase di *turgor*) e l'arricchimento del patrimonio psicologico, per lo sviluppo del processo di fissazione delle immagini (particolarmente verso il 3° anno di età) e l'intenso desiderio di conoscere (e età del perché), fra il 3° e il 4° anno). In tale periodo la vita psichica è dominata dalle impressioni sensoriali e sensoriali e si svolge nel settore della affettività, prevalendo gli stati emotivi passionali della gioia e del dolore. La sua principale occupazione è il gioco, che, in tale età, non va considerato una forma di dissipazione o di riposo, ma il mezzo con cui il bambino, muovendosi, correndo, saltando, compie una efficace ginnastica, ottimo addestramento dei suoi muoversi; con le iniziative e le combinazioni dei suoi giochi, l'osservare, il maneggiare, lo scomporre, il distruggere i propri giocattoli, con il chiedere incessantemente il perché di tutte le cose, arricchisce il patrimonio della sua immaginazione, accumulando, senza avvedersene e senza fatica, i preziosi capitali di tutte le operazioni psicologiche che svolgerà poi nelle età successive.

Segue la terza i. che si chiude, circa alla fine del 6° anno di età, con una specie di rivoluzione fisico-psicologica («piccola pubertà») del Pende o fase di «piccolo schizoidismo») in cui, in contrasto con le precedenti fasi di *turgor*, si ha, dal lato del corpo, un prevalere della differenziazione organica, con dimagramento, allungamento degli arti, sviluppo in altezza (fase di *proceritas*); dal lato neuropsicologico, accentuazione del nervosismo, prevalere della vita di relazione; il sentimento diviene meno esuberante, va attenuandosi l'affettuosità prima più particolare verso la madre (Freud parla qui di fine del «complesso di Edipo»). Dispetto con quelli che lo circondano, più indifferente agli altri e più chiuso in se stesso, l'individuo è meno sensibile al rimprovero e al castigo, tendente alla disobbedienza e alla ribellione. In tal periodo la disobbedienza del bambino prende un aspetto particolare, non più la forma ostinata dell'ì., ma il manifestarsi di un proprio modo di vedere e giudicare le cose. Diminuisce la riservatezza e il naturale senso di pudore, con una maggior curiosità per gli organi e i fenomeni propri del sesso; una tale età è pericolosa dal lato educativo per il formarsi di prime impressioni, tendenze, complessi a contenuto sessuale.

Ma ormai questa piccola burrasca, ADOLESCENZA (v.), fanciullezza (v.), mentre il soggetto va riacquistando le proporzioni corporee e le caratteristiche endocrine e neuro-psichiche proprie dei periodi di *turgor*. Si è ormai entrati nella vera età educativa e nel periodo della scuola primaria, in cui il fanciullo comincerà a far tesoro delle prime esperienze del mondo, ormai più ampio, che lo circonda.

Nei riguardi dell'equilibrio endocrino e neuro-vegetativo, nella prima fase dell'ì. prevale l'azione del timo, del pancreas, della corteccia surrenale e del parasimpatico; durante la crisi della «piccola pubertà» si ha una temporanea iperfunzione della tiroide, di alcuni ormoni della preipofisi, della midollare dei surreni, delle gonadi endocrine che tentano un primo liberarsi dall'azione inibitorie dell'epifisi (v. ENDOCRINE, GLANDOLE, GLANDOLE), del simpatico.

Secondo i differenti autori, la voce i. è usata a comprendere periodi di differenti estensioni e caratteristiche. Così, da alcuni il vocabolo viene applicato a tutto il periodo di vita compreso dalla nascita al 12° anno, con divisione in prima i. (fino al 5° anno) e seconda i. o fanciullezza (dal 5° al 12°). Altri riservano il nome al 1° anno, escluse le prime due settimane di vita neonatale, chiamando già fanciullezza l'età del 2° al 10° anno di vita, divisa in prima e seconda fanciullezza con taglio circa sui seni anni. L'inquadramento prescelto per questa voce sembra più corrispondente all'uso del linguaggio comune ed ai successivi aspetti assunti dalla vita nel periodo che va dalla nascita all'adolescenza.

Il comportarsi dello sviluppo e della muta dei denti contribuisce a segnare bene i confini terminali e intermedi dell'ì.; su ciò V. ETÀ DELLA VITA; FANCIULLEZZA.

BIBL.: N. Pende, *Crescenza e ottogenesi*, Milano 1936; C. Midulla, *La crisi puberale*, ivi 1938, pp. 12-22; M. Barbera, *Ottogenesi e biotipologia*, Roma 1943; N. Pende, *La scienza moderna della persona umana*, Milano 1947. Giuseppe de Ninno

LA PEDAGOGIA DELLA I. - La fase dello sviluppo, ora considerata, coinvolge problemi della massima importanza, non solo in se stessi, ma anche e soprattutto per le conseguenze che potranno ripercuotersi sulle fasi successive in bene o in male; donde la necessità per l'educatore di studiare attentamente la linea di condotta e gli atteggiamenti da seguire.

1948. Il problema della suggestionalità

Fino ai 4 anni si ha generalmente nel bambino, che non possiede ancora la capacità critica, soltanto l'imitazione; egli si limita a riprodurre con la maggiore fedeltà i gesti e le parole degli altri, senza rendersi conto di ciò che vede fare o sente dire; si tratta di semplice esplicazione del suo bisogno di attività. Dai 4 anni circa, in poi, subentra il fat

tore suggestivo; il bambino non agisce più passivamente come prima, ma attivamente, subendo l'ascendente delle persone che lo circondano o si curano di lui, e anche dell'ambiente; si tratterà ancora in moltissimi casi delle medesime azioni di prima, ma ora esse vengono compiute sotto un impulso diverso, con una certa coscienza, perché quella determinata persona, e non altre, fa o parla così. E l'imitazione non avviene solo quanto alle parole e agli atti, ma anche quanto ai sentimenti, ai giudizi e alle disposizioni della volontà. Di qui il forte potere livellatore della suggestione nel campo della educazione.

L'educatore, pertanto, se ne potrà servire per formare nel bambino abitudini buone e impedire il formarsi di quelle cattive, p. es., per indurlo a compiere una azione ripugnante o noiosa (mangiare un cibo che non piace, trangugiare una medicina amara o nauseante, resistere ai piccoli dolori, studiare la lezione, scrivere correttamente, ecc.). Se ne servirà soprattutto per combattere la paura (entrare in una camera al buio, maneggiare un arnese, passare tranquilli accanto a qualche animale o a qualche macchina). Se in tutti questi casi la persona, per così dire, suggestione trae precoce con l'esempio, il bambino prenderà il medesimo atteggiamento e non cederà alla paura, né alla ripugnanza, né alla noia. Il bambino non lo si deve intimorire con la insinuazione di pericoli o fantasmi illusori, ma piuttosto influenzare nel senso necessario al formarsi di disposizioni, che gioveranno nelle fasi ulteriori della educazione.

Non tutte le persone esercitano il medesimo ascendente. La prima e la più importante è la madre; il bambino giudica bello e brutto, vero e falso, giusto o ingiusto tutto ciò che la mamma gli rappresenta come tale. Vengono poi il babbo, le persone che gli vivono vicino, insegnanti compresi, che il bambino considera in qualunque modo superiori a sé. È necessario tener conto anche dell'influsso dei compagni di scuola e di gioco; degli amici che frequentano la casa, delle domestiche e delle nutrici; tanto più che il fascino suggestivo di queste persone, che si possono considerare come estranee alla famiglia, può talora rivelarsi più potente e allettatore che non quello degli stessi genitori e può portare a deviazioni fatali o almeno difficili a correggere.

1949. Il problema della bugia infantile

Si vorrebbe da alcuni attribuire all'ì, come una nota caratteristica, la bugia. Si deve invece notare che la bugia (affermazione a proprio vantaggio per ingannare riguardo a fatti avvenuti o a stati di animo) implica un grado di coscienza, che in realtà il bambino non possiede ancora; mentre esso facilmente confonde l'immaginazione con la realtà e con altrettanta facilità considera veri un fatto o una affermazione per la sola ragione che li pensa e li desidera. Convenirà quindi andare canti nel taccarolo di bugiardo ed esaminare bene. Come canti e delicati bisogna mostrarsi quando si tratta di distinguere la responsabilità di un fanciullo in qualche atto particolare (p. es., frodi, liti nel gioco, piccoli furti, monellerie, accuse gettate su altri).

Ci sono però fin dai primi anni degli atteggiamenti che si devono considerare piuttosto come disposizioni alla simulazione o alla bugia (fingere di aver male per attrarre l'attenzione; mezzucci di difesa per evitare un castigo; lacrime amare per ottenere qualcosa). Contro queste manifestazioni è necessaria una specie di profilassi, che consiste nel trattare il bambino con vigile dolcezza, ispirandogli una grande confidenza, affinché non senta il bisogno istintivo di difendersi, seguendo una via erronea.

1950. Il problema delle punizioni

Senza voler bandire in maniera assoluta le punizioni dalla pratica educativa, occorre tuttavia notare che si può facilmente cadere in esagerazioni controproducenti. Così: l'affogare il bambino sotto un diluvio di proibizioni, sia pure in ordine all'igiene, alla salute, alla correttezza delle maniere; il punire senz'altro per indurre a vincere certe manifestazioni meno buone del carattere (glosista, pigrizia, gelosia, ecc.); il giudicare della sua condotta secondo le norme con cui si giudicherebbe quella di un adulto; il considerare senz'altro colpa da punire quello che colpa non è, ma semplice inclinazione; l'ostinarsi nel punire e nel costringere a cedere, quando s'incontra nel bambino ostinazione contro le proibizioni. In tutti questi casi, l'esagerazione, creando un complesso associativo spiacevole, che fa come da alone alle singole mancanze, finisce con l'opprimere e soffocare i germi della personalità; scavare una fossa, e talora un abisso, tra il bambino e l'educatore, spegnere ogni fiducia e produrre anche una specie di fatalismo. Il che non vuol dire di dover cadere nell'eccesso opposto di «lasciar andare l'acqua per la sua china»; soltanto si deve ricorrere alla punizione quando gli altri mezzi si sono dimostrati inefficaci; quindi: studio di guadagnarsi la confidenza del bambino; di ammonirlo con dolcezza; di filtraggi a poco a poco nell'animo, per mezzo di un persuasione adeguata all'età e alla capacità di dover dire correggersi, di badarsi, di comportarsi a modo, di non dare dispiacere ai genitori, ecc. E quando si deve ricorrere a castighi, vigilarsi a che non siano sproporzionati alla mancanza; preferire quelli non corporali ai corporali. L'esperienza dimostra assai bene come il bambino non è sordo agli ammonimenti in cui parla il cuore; a poco a poco riesce a persuadersi, almeno vagamente, della relazione di causa e di effetto tra la mancanza e la punizione, fino a giungere a farsi una coscienza, che avverte la colpa, comprende la giustizia della punizione, sente il bisogno di confessare e riparare.

1951. Il problema della sincerità

I pedagogisti non ritengono buona tutta quella serie di finzioni, anche pie, che si adoperano per impressionare il bambino e vanno dal babbo a «dall'oro» ai doni di Gesù bambino e dei re magi nel Natale e nella Epifania. Perché, anche se qualche vantaggio immediato non manca, tuttavia potrebbe derivarne sia una diminuzione di prestigio da parte dei genitori, quando il bimbo, diventato fanciullo, verrà a scoprire la verità; sia anche la falsa deduzione che dunque anche altri punti di credenza insinuatigli (pratiche di pietà, verità della fede, angelo custode, demonio ecc.) sono invenzioni. Maggior attenzione alla sincerità, pur non dicendo se non quello che occorre secondo l'età, è richiesta quando la curiosità del bambino, massime negli ultimi anni dell'ì, invade il campo della generazione. Le comuni fiabe, che costituiscono la risposta comune a tali curiosità, possono avere cattive conseguenze (v. educazione; per la santità nell'ì, V. Fanciullezza).
BIBL.: F. Gay-L. Cousin, Comment j'élève mon enfant, 27e ed., Parigi 1931, pp. 387-96; A. Gemelli-A. Sidlauskaite, La psicologia dell'età evolutiva, Milano 1945, pp. 115-22; L. Guernero, Iniziazione alla psicologia scientifica e pedagogica, Torino 1946, pp. 59-68. Celestino Testore