IPPOCRATE. - Medico greco, n. a Coo intorno al 460 a. C., m. centenario a Larissa. Studiò sotto la guida di suo padre Eracleide, di Erodico da Lentini e forse anche del retore Gorgia. Viaggiò come medico periedueta, ma impresse ai suoi viaggi valore di moderne spedizioni scientifiche, in quanto fatti con i suoi discepoli a scopo di studio. Tornato in Coo, si dedicò alla professione e all'insegnamento. La sua figura informa di sé tutta la scuola di Coo e l'opera sua simboleggia la massima evoluzione raggiunta nel sec. V. a. C. dal pensiero greco.
L'opera di I. è raccolta nel Corpus Hippocraticum, e dei suoi allievi (53 opere in 72 libri, raccolte dai bibliotecari alessandrini). Da citare tra di essi gli Afrissini, che esprimono in breve i più alti concetti dell'arte salutare; dei 7 libri sulle epidemie sono di I. il primo e il terzo, frutto delle osservazioni fatte nei viaggi e che riferisce pure nei libri Delle acque, delle arie e dei luoghi, da considerarsi una prima vera opera di patologia costituzionale. Si ricordano ancora i libri a contenuto prognostico e, infine, alcuni scritti di chirurgia.
Base della medicina ippocratica è la teoria umorale, per cui lo stato di salute è dato dalla «crasi», dall'equilibrio cioè dei quattro umori: il sangue proveniente dal cuore, il flegma o piutina dal cervello, la bile gialla dal fegato e la bile nera (atrabile) dalla milza. Dallo stato di perfetto equilibrio si può passare a quello di «discrasia» o malattia. Ma alla crasi concorre anche lo pneuma, aria vitale che dai polmoni penetra nel cuore, dove per il calore di quell'organo viene cotta e immessa in tutto il corpo a regolare la giusta mescolanza degli umori. Così, nel concetto medico di I., la patologia, prima localizzata nei singoli organi, si fa generale. Con lui nasce anche il concetto di costituzione, in quanto uno degli umori può prendere il sopravvento sugli altri, giungendosi a un nuovo equilibrio organico con ben determinate caratteristiche psichiche e somatiche, nei tipi individuali sanguigni, flemmatici, biliosi, atrabilari. Non manca però in I. il concetto e la conoscenza di alcune determinate malattie con sede in particolari organi.
Con I. nasce la clinica, dal momento ch'egli s'accosta al letto dell'infermo, su cui legge come in un libro aperto; nasce altresì la semiotica, in quanto si giunge alla diagnosi solo dopo un lungo e minuzioso esame del malato e dei segni manifesti del male, preceduto da un accurato interrogatorio. Tuttora il nome di I. vive nella denominazione di particolari quadri clinici; così vige ancora per gli addominali acuti la facies Ippocratica. Si
servi anche della palpazione, della ascoltazione e, in taluni casi, della percussione; senti i rumori di sfregamento e i rantoli umidi; si usa tuttora la «soccussione ippocratica» per svelare le raccolte idroaeree. Di contro, non menziona mai il polso e la sua chirurgia è limitata a pochi interventi rivestenti la più assoluta necessità; grava lacuna della medicina ippocratica, la scarsa conoscenza ed importanza dell'anatomia e della fisiologia. Dal lato curativo, I. si basa sulla vis medicatrix naturae, forza contro il male insita nella natura stessa dell'uomo e che il medico deve in tutti i modi aiutare, con mezzi piuttosto igienici che curativi, basandosi sull'aureo precetto: «Primum non nocere». Anche per ciò, egli curò molto la dietetica, insegnando l'uso dei cibi e delle bevande, sia nello stato di malattie che in quello di salute. Con I. si pone il susseguente evolversi della medicina dalla forma sacerdotale alla forma demotica.
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