IMPULSIVITÀ

IMPULSIVITÀ. - Nel linguaggio comune indica la tendenza a compiere, sotto la spinta di un sub-taneo stato psichico ideativo-affettivo cosciente o subcosciente, atti improvvisi caratterizzati da note di irragionevolezza, inopportunità, subitaneità, irresistibilità.

Normalmente l'atto di appetizione motrice intellettuale, inquadrato nel piano di una rappresentazione di finalità, è sostenuto e si estrinseca sotto la spinta di un motivo, complesso psicologico costituito da una idea più o meno carica di tensione affettiva. Per ciò le caratteristiche dell'atto di volontà si modellano su quelle del motivo animatore, logico o illogico, legittimo o illegittimo, proporzionato o sproporzionato; così l'atto impulsivo, la cui determinazione è legata al sorgere nella mente del soggetto di un motivo improvviso, spesso tirannicamente ossessivo, carico di tensione affettiva, che non nasce logicamente da una serie ben ordinata di ragionevoli premesse, e si scarica tumultuosamente, disordinatamente attra

verso il momento psico-fisiologico («impulso»), nell'atto pratico.

All'ì. concorrono ancora due circostanze; una psicologica, rappresentata dalla vuotezza permanente o momentanea della coscienza, povera o privata di contromotivi inibitori per cui l'idea-motivo tende automaticamente a tramutarsi in atto; l'altro di natura fisiologica, per cui gli impusi operativi tendono a dilagare dai delimitati canali di conduzione, scatenando, in una specie di corto circuito interno, una bufera di reazioni emotive e motorie estranee o sproporzionate al piano di risposte volute dalle particolari circostanze del momento. L'ì. può manifestarsi in differenti gradi, dai più leggeri in cui l'atto volontario perde in parte minore o maggiore la sua caratteristiche di ponderazione e di logica motivazione, alle più gravi in cui assume l'aspetto di reazione istintiva, immediata, violenta, in cui l'elemento intellettivo sembra assolutamente assente, tutto assorbito dalla violenta scarica emotiva e motoria. Alcuni autori (G. H. Schneider) vogliono porre stretti rapporti, fino all'identità, tra impulso e istinto, parlando d'impulsi istintivi che raggruppano in «impulsi-sensazioni», «impulsi-percezioni», «impulsi-idee».

In modo particolare, si assiste alle manifestazioni più gravi d'ì. EPILESSIA (v.), sia nelle sue forme clamorose di accessi convulsivi, sia negli aspetti larvati di «equivalenti» o nei subitanei impulsi a commettere atti di violenza, a incendiare (pirromania), a distruggere (clastomania); ALCOOLISMO (v.) cronico; nell'accesso maniacale e nel _raptus melancholicus_ della psicosi maniaco-depressiva, che può culminare nell'improvviso suicidio dell'inferno; in molte altre forme d'intossicazione cronica o di psicosi, cocainismo (v.), DE MENZA (v.), paranoia (v.) persecutoria, la frenastenia, ecc. Sorge così la figura medico-legale del pazzo impulsivo, capace dei più efferati e improvvisi delitti, cui caratteristica è la mancanza di motivazione utilitaria, l'incomprensione e l'indifferenza del danno compiuto, la mancanza di pentimento.

Dagli impulsi degli psicopatici vanno psicosi ossessiva (v.), in cui l'individuo ha l'improvvisa idea di compiere un'azione per lui sgradevole o in contrasto con l'impostatura intellettuale o morale della propria personalità; il soggetto ha l'impressione che non potrà resistere all'impulso ossessivo che lo tormenta e che è così dolorosamente sentito dalla sua coscienza (e in questa opposizione intellettuale e in questa sofferenza morale è, per l'appunto, lo specifico divario con le impulsioni dei malati di mente). Se l'azione oggetto dell'impulso ossessivo è di scarsa importanza, inoffensiva, priva di portata morale, l'individuo finisce per compierla, riacquistando così, almeno momentaneamente, la propria pace; se l'idea comporta un'azione ripugnante o gravemente dannosa o comunque peccaminosa, questa viene inibita e repressa, pur rimanendo la sofferenza della lotta e del timore di una eventuale futura sconfitta.

L'ì. rappresenta sempre un vizio del normale svolgimento dell'attività volitiva e corrispondentemente dell'imputabilità dell'atto compiuto. Non è possibile dar qui un criterio generale di giudizio, essendo esso legato alla caratteristica della malattia produttrice del difetto, per cui si può andare dal caso della più piena irresponsabilità a quello della più modesta attenuante. Si rimanda, perciò, alle singole voci di trattazione delle differenti intossicazioni croniche e psicosi capaci d'influire sull'attività psico-motoria dell'individuo; V. PASSIONE.

BIBL.: O. Bumke, _Trattato di psichiatria_, Torino 1927 (v. indice); R. De Smet, _Psicopatologia e direzione sessuale_, Brescia 1937, p. 30 seg.; U. Cerletti, _Malattie nervose e mentali_, Roma 1946, pp. 646 seg.; S. S. S. G. Moglie, _Manuale di psichiatria_, ivi 1946, pp. 98, 106, 530, 581; A. Vallejo Nágera, _Trattato de psiquiatria_, Barcellona 1949, pp. 173, 211, 213, 214, 863, 1029-1030. Giuseppe de Ninno