EPILESSIA. -
I. MEDICINA
Disturbo accessionale (ἐν-λαμβάνο = « assalgo », « colpisco »; morbus sacer) della coscienza accompagnato da una scarica neurovegetativa, con o senza convulsioni; a seconda del prevalere di questo o quel sintomo il quadro può grandemente variare, perdendo quelle note che nell'opinione comune sarebbero la caratteristica dell'accesso epilettico.La crisi di « grande male » è di conoscenza classica nel successivo svolgimento dell'aura (sensitiva, sensoriale, motoria, vascolare, neuro-vegetativa, ecc.), segno prodromico d'allarme dello sostenersi del male; della fase tonica (contrattura della mandibola, morso della lingua, serrarsi dei pugni, rotazione dei globi oculari verso l'alto
con palpebre serrate, perdita della coscienza con pericolosa caduta senza controllo); della fase clinica (scosse convulsive muscolari rapide, violente, estese); dei disturbi neuro-vegetativi (bava alla bocca, respiro stertoroso, ipertensione, dilatazione pupillare, cianosi, perdita delle urine e delle feci); del coma post-epilettico (respiro superficiale e irregolare, pallore) che si continua in un sonno profondo più o meno lungo al cui risveglio l'infermo, pur con senso di forte malessere e le conseguenze traumatiche della crisi, non ricorda nulla dell'accaduto.
A parte tale episodio, rientrano nel concetto di e. manifestazioni a sintomatologia parziale, nelle quali, però, è sempre presente la nota caratteristica della subitaneità e della scomparsa di ogni memoria dell'accaduto. Così nel petit mal o « assenza epilettica » (alterazione accessionale della coscienza, più o meno grave e lunga, senza convulsioni); nella vertigo epilettica (subitanea sensazione di rotazione del proprio corpo con parziale obsubillamento della coscienza); nella « sincope epilettica » (improvviso vacillamento e caduta in terra privo di sensi); nella « epilessia affettiva » di Brata (insorgenza improvvisa dopo violenta emozione, contrarietà, ecc.); negli « equivalenti epilettici » (svariate manifestazioni motorie, sensitive, sensoriali, psichiche) che compaiono rapidamente seguiti da totale e parziale omnesia, durante la quale l'infermo può commettere azioni immorali o delittuose anche assai gravi e in un piano dall'apparenza coordinato e volontario di cui perde più o meno completamente il ricordo e di cui non sarebbe assolutamente capace, allo stato normale, per le caratteristiche della sua persona morale; di tale natura è l'improvviso impulso a bere alcoolici (dipsomania) in persona precedentemente anche asternia.
L'« epilettodismo » è uno stato psicopatico permanente che può però presentarsi anche in persone non veramente epilettiche, la cui note fondamentali sono: impetuosità, impulsività, incontinenza emotiva con facilità all'ira, alla violenza, all'assenza di scrupoli, volontà fiacca, irrequieta, volubile, egoismo, fanatismo, degenerazione bigotta della religiosità, carattere vischioso. Negli epilettici di antica data, facilmente appaiono forme a tipo demenziale con riduzione globale del patrimonio psichico, deviazioni PSICONEVROSI (v.), caratterizzate dall'insorgenza di stati d'eccitamento con allucinazioni, impulsività, appercezione ostile del mondo esterno, della durata di poche settimane. Uno status epilepticus può svilupparsi nella ripetizione subentrante di accessi di « grande male », con grave stato confusionale e pericolo per la vita.
Numerose e discordanti sono le opinioni sulle cause e il meccanismo dall'e.; disturbi circolatori spastici del cervello, crisi allergiche, alcoolismo o sifilide dei genitori, tossine neutrope che agiscono su un sistema nervoso tarato, esiti di traumi cerebrali (e. jacksoniana) o di encefaliti pre o neo-natali, disturbi del ricambio idrico della cellula nervosa, sclerosi del « corno di Ammone »; la moderna « elettroencefalografia » ha proposto nuove ipotesi causali e ha fatto fare grandi passi alla diagnosi particolarmente delle forme equivalenti.
Di grande importanza è differenziare la vera e. dall'attacco dell'isterismo (v.). La cura dell'a., per quanto possibile causale o soltanto sintomatica, è di piena competenza del medico.
Dal lato morale, la subitaneità, l'involontarietà, l'anormalità, e spesso la completa assenza della coscienza nell'epilettico segnano le limitazioni o addirittura l'abolizione della sua responsabilità legale e religiosa, anche nelle forme più larvate di « equivalenti » cui si dovrà sempre pensare in tutti quei casi in cui un'impensata azione immorale e delittuosa contrasti con la figura etica dell'individuo. L'educatore, in presenza di individui « difficili », impulsivi, dalla vita affettiva e volitiva malamente educabile, capricciosi e volubili, caparbi in alcuni loro atteggiamenti, dovrà pensare alla possibilità dell'« epilettodismo » e valersi dell'opera del medico.
II. TEOLOGIA MORALE
Dalla frequenza della delinquenza tra gli epilettici alcuni (Scuola positiva) si sono lasciati indurre a trovare un rapporto generale di causa e di effetto tra e. e delinquenza. L'atto delittuoso sarebbe il risultato funesto di un'« assenza » epilettica si da poter fare un'equazione : criminalità = e. Nella prima le convulsioni sono sostituite da impulsi violenti e irresistibili a compiere il delitto. Progredendo nei suoi concetti, la Scuola positiva arrivò ad affermare l'equivalenza tra pazzo morale, epilettico o delinquente nato.L'ipotesi è ben lungi dal venir confermata dall'esperienza, almeno con la frequenza necessaria a trarne conseguenze etico-giuridiche, ed il rapporto assoluto tra e. e criminalità è oggi comunemente rigettato.
Non può tuttavia negarsi negli epilettici una diminuzione ed a volte un'assenza assoluta di responsabilità morale, in quanto l'integrità mentale degli epilettici viene più o meno profondamente compromessa negli stessi intervalli « liberi »; e nelle forme più gravi la disgregazione psichica assume l'aspetto della demenza. E per precisare, l'imputabilità morale manca completamente durante la crisi epilettica. Per la determinazione dell'imputabilità morale degli atti posti fuori della crisi, occorre tener conto sia delle disposizioni del carattere, sia dello stato dell'infermo, sia della periodicità delle crisi, che, se si ripetono con molta frequenza, creano una situazione abituale di semi-infermità mentale. In linea di massima gli epilettici sono da considerarsi sotto un profilo generale di diminuita capacità di intendere e di volere. E di questa diminuzione si deve tener conto sia nell'amministrazione dei Sacramenti, sia nella valutazione del delitto e irrogazione delle pene.
Date le manifestazioni impressionanti della malattia, almeno durante lo stato di crisi, gli epilettici non possono ricevere alcuni Sacramenti per il pericolo di irriverenza.
Così durante la crisi epilettica non si può amministrare loro la S. Comunione, a meno che non ci sia pericolo di morte, consti della precedente volontà di riceverla e sia rimosso il pericolo di irriverenza (Ritnale Rom., tit. IV, cap. 4, n. 4).
Inoltre, stante l'impossibilità od almeno la grande difficoltà di allontanare la malattia, coloro che furono o sono epilettici nel CIC (can. 684, 3°) sono considerati come irregolari per difetto (irregolares « ex defectu ») in relazione al sacramento dell'Ordine Sacro.
Il CIC non distingue tra e. pre-puberale e post-puberale, e poiché la dottrina antecedente al CIC riteneva, almeno secondo la sentenza prevalente, non esistere irregolarità in caso di e. con manifestazioni pre-puberali, senza ricaduta in seguito, in modo che si avesse la certezza morale di assoluta guarigione, speculativamente può ritenersi anche oggi altrettanto, in base al can. 6, 2°, 4°. (cfr. F. M. Cappello, De Ordine, 2ª ed., Torino 1947, n. 483). Ma in pratica i medici molto difficilmente si pronunziam per una completa e perfetta guarigione.
Se poi le manifestazioni dell'e. si hanno dopo l'Ordinazione sacra o si ha la certezza morale del superamento della malattia, l'Ordinario può permettere di suoi sudditi l'esercizio degli Ordini ricevuti (can. 684, 3°).
Passando al diritto penale canonico, poiché la responsabilità penale non scaturisce dalla imputabilità fisica, se non mediante ed intercedente la imputabilità morale, è evidente che ove questa manchi, come durante la crisi epilettiche, si abbia l'incapacità al delitto (can. 220: § 1). Ed anche fuori crisi, è necessario che il giudice ecclesiastico nell'irrogare la pena tenga presente lo stato di mente dell'epilettico (can. 2218 §§ 1-2).
corporis, Parisi 1933; F. Roberts, De delictis et pounis, I, 1. Roma
s. d., nn. 108-109; M. De Mennacher, De actibus hominis, 5°
ed., Moliner 1939, pp. 104-106; B. Di Tullio, Trattato di antropologia criminale, Roma 1943, pp. 483-90; F. M. Cappello, De Saramensis, I, 3° ed., Torino-Roma 1947, n. 406; A. Lanza, Treologia moralis, I, Torino-Roma 1949, n. 111, 3.