EUGENICA. - Nome usato per la prima volta nel 1833 (Eugenics) da Francia Galton, insigne statista inglese (1822-1911), per indicare (secondo la sua più recente [1904] definizione) « lo studio de-
gli agenti che, sotto controllo speciale, possono migliorare o peggiorare le qualità razziali delle future generazioni, sia fisicamente che psichicamente».
Così concepita l'e. ha una vasta impostazione programmatica e trae il suo contenuto ed i suoi principi in parte dalla genetica, in parte dalle scienze sociali, dimostrando il senso di responsabilità che le generazioni viventi dovrebbero avere verso le generazioni future.
I. NOZIONI
L'e. ha per base l'eugenetica o « la scienza che propugna il miglioramento dell'uomo per mezzo di un'opportuna selezione degli accoppiamenti » (Gianferrari e Cantoni) in modo da diminuire la riproduzione degli individui considerati disgenici o antisociali e da favorire, invece, quella degli individui ritenuti portatori di qualità desiderabili. Allo sviluppo di tali qualità deve però concorrere il miglioramento delle condizioni ambientali (eugenica, igiene).Il termine e. per alcuni studiosi può essere interpretato come sinonimo di igiene della razza secondo l'espressione proposta dal Phoix.
Il Galton, precedentemente aveva definito l'e. « la scienza che si occupa di tutte le influenze che migliorano le proprietà innate di una razza e di portarle a svilupparsi per il maggiore beneficio della collattività ». Ciò, forse, potrebbe spiegare perché alcuni considerino l'e. sinonimo di eugenetica ed altri, invece, assegnino su due termini diversi significati ed estensioni; perché, secondo alcuni, l'e. sia una scienza pura e, secondo altri, una scienza applicata; perché alcuni la facciano etimologicamente derivare dall'aggettivo greco ἀβγανής = di buona discendenza a altri dal sostantivo: ἀβγάνια = buona razza; perché alcuni per i fini eugenici ritengano prevalente l'azione dei fattori creditari e altri l'azione dei fattori ambientali.
Lo stesso Galton, avendo studiato 977 biografie (1865-69), giungeva alla conduzione che il successo degli individui dipende in massima parte dai loro caratteri creditari; e confermava in seguito (1874) tale sua opinione dopo lo studio genealogico di 180 personalità. A riprova della prevalente azione dei fattori creditari su quelli ambientali si suole portare l'esempio dei negri e bianchi d'America che, pur vivendo in condizioni ambientali eguali, tuttavia sono ben diversi tra loro.
Al contrario, lo studio di alcune coppie di gemelli univolari - che come è noto hanno un patrimonio genico identico, derivando dalla fecondazione di una stessa cellula uovo - ha messo in evidenza differenze manifestatesi nel corso della loro vita che non si spiegherebbero se si escludesse l'azione dei fattori ambientali. Analoghe deduzioni si possono tirare da uno studio di E. Jold e E. H. Cluver (1941), medici sud-africani, su 32 giovani conosciuti come « poveri bianchi » (poor whites): essi non presentavano serie malattie ma soffrivano di raffreddori, reumatismi, emicranie, erano torpidi a tardi, non potevano trovare occupazioni essendo considerati dai datori di lavoro, come « poveri rifiuti bianchi » (poor white trash). Ricoverati in un istituto a sottoposti ad alimentazione conveniente, ad esercizi ginnastici e ricreativi, si constatò un grande miglioramento delle loro condizioni generali e nella loro agilità mentale. Si può perciò ritenere che le differenze individuali sono determinate da fattori creditari i quali possono però essere migliorati o peggiorati da favorevoli o sfavorevoli condizioni d'ambiente che attenerebbero il significato assoluto del verso oraziano: « naturam expellas furca, tamen usque recurrent » (Epist., I, 10, 24).
II. SCOPI E MEZZI DELL'E
Nel II Congresso di e., tenutosi a Nuova York nel sett. del 1921, furono distinte 4 sezioni con i seguenti gruppi di argomenti: a) l'ereditarità umana; b) i fattori che influenzano la famiglia umana, la relativa fecondità e le selezioni matrimoniali; c) le differenze razziali con partico-lare riguardo alle innaturali associazioni create da confini politici e nazionali, il problema degli ibridi (vantaggi e svantaggi), la morbosità e la psicologia; d) le applicazioni eugeniche in relazione allo Stato, alla società, all'educazione; i risultati dell'e. nella sociologia, economia e nel destino delle nazioni.
Secondo lo Jennings (1930) « le sciagure del mondo ed il relativo rimedio raiedono fondamentalmente nelle diverse costituzioni ereditarie degli esseri umani. Alcuni uomini sono forti, sani, saggi, virtuosi. Altri sono deboli, deficienti, malati, immorali, criminali e sono questi che causano le sciagure del mondo. Leggi, costumi, educazione, condizioni materiali sono creazione degli uomini e riflettono la loro fondamentale natura. Cercare di correggere questi è semplicemente curare i sintomi superficiali. Per andare alla radice delle sciagure bisogna produrre una migliore razza umana: che non abbia a contenere tipi inferiori. Quando una migliore razza avrà in mano le redini e gli affari del mondo, leggi, costumi, educazione, condizioni materiali avranno cura degli stessi uomini. Buoni e saggi uomini faranno un mondo buono ».
I mezzi adoperati per le finalità eugeniche possono raggrupparsi in due grandi gruppi che potrebbero essere considerati come due diversi indirizzi: quello dei mezzi coercitivi e non coercitivi miranti a ridurre l'apporto procreativo (e. negativa) a quello dei mezzi miranti ad incoraggiare ed incrementare l'apporto procreativo degli individui desiderabili (e. positiva), ai quali mezzi vanno aggiunti tutti quelli rivolti al miglioramento dell'ambiente i quali costituiscono il campo d'azione della e.
Finalità eugeniche ed eutaniche hanno anche le norme profilattiche e le disposizioni protettive della maternità e infanzia, del lavoro, della salute individuale, ecc.
Nell'e. negativa i mezzi coercitivi da esercitarsi con la promulgazione delle leggi comprendono:
a) le restrizioni matrimoniali: divieto delle nozze tra consanguinei e affini sino ad un certo grado (v. CONSANGUINEITÀ), divieto delle nozze agli infermi di mente (deficenti, pazzi), epilettici, lustici, criminali abituali. Alcune di tali restrizioni vigono in quasi tutte le nazioni civili. In Cina sono proibiti i matrimoni tra individui con lo stesso cognome ed analogamente avviene presso alcune tribù indiane dell'America del Nord e di aborigeni dell'Australia;
b) la segregazione mediante ricovero in adatti istituti: mezzo preferibile ma molto dispendioso;
c) l'obbligatorietà del certificato prematrimoniale di idoneità eugenica al matrimonio. Tale disposizione vige in Argentina, Cile, Danimarca, Equatore, Germania, Jugoslavia, alcuni degli Stati Uniti d'America, Svezia, Turchia. In Norvegia ed in alcuni Stati nord-americani il certificato è sostituito da una dichiarazione giurata dei fidanzati e dei parenti;
d) la sterilizzazione raggiunta con mezzi chirurgici consistenti nell'asportazione dei condotti (deferente per l'uomo e salpingi per la donna) che devono essere attraversati dalle cellule sessuali per giungere all'atto procreativo. L'intervento (che nei maschi può essere eseguito con l'anestesia locale ed è meno serio che nelle femmine) non interessando le ghiandole sessuali, non comporta modificazioni dei caratteri sessuali secondari né dell'istinto sessuale.
Tale mezzo, usato per la prima volta (1907) nello Stato d'Indiana (S. U.) per i tarati, fu adottato per i frenastenici, i psicopatici, i criminali in altri Stati nord-americani, in pochi dei quali è legale addirittura la costruzione (asportazione delle ghiandole sessuali).
In Europa è stata adottata la sterilizzazione in Svizzera (Cantone di Vaud, 1928), Danimarca (1929), Svezia (1934), Germania (1934). Qui fu compiuto il più vasto esperimento di sterilizzazione essendo stati sterilizzati nel 1934 - secondo le statistiche del Wolf - (citato dal De Toni) - dai 180.000 ai 200.000 individui per le seguenti infermità: debolezza mentale congenita, schizofrenia,
follia circolare, epilessia ereditaria, corea di Huntington, cecità ereditaria, gravi deformità fisiche ereditarie e, in certi casi, l'alcoolismo cronico.
Tutti i mezzi coercitivi che ledono l'intogità fisica dell'individuo - scientificamente molto discussi perché non sempre l'eredità patologica ha carattere di fatalità - sono contrari ai principi giuridici, morali e religiosi (Enel. Casti Connubii di papa Pio XI, 1930).
I mezzi non coercitivi comprendono: il controllo delle nascite (Birth-control), forma di neo-malthusianesimo, basato su pratiche anti-concezionali, molto diffuso nei paesi anglosassoni; il cosiddetto «matrimonio in prova», legale ma limitato nel tempo; il «matrimonio cameralesco» legale ma con limitazione delle nascite ed, in caso di infecondità, con possibilità di divorzio (mezzi questi anch'essi tutti immorali e condannati dalla Chiesa) ed infine l'educazione eugenica che, divulgando le nozioni sulle malattie trasmissibili ereditariamente, mette l'uomo di fronte alle sue responsabilità senza menomare la dignità della sua persona.
Per l'e. positiva sono stati suggeriti mezzi che non sono tutti rispondenti ai principi giuridici e morali. Tra questi, ad es., la poligamia, il permesso al coniuge fecondo di procreare con una terza persona, ecc.
Consigliabili sono ritenuti, invece, i mezzi atti a creare una coscienza eugenica nelle masse diffondendo l'educazione religiosa, morale, sessuale ed igienica, associati eventualmente, a provvedimenti di carattere sociale ed economico, quali premi di incoraggiamento alla nuzialità giovanile, agevolazioni per le famiglie numerose, prestiti di nuzialità, disposizioni adeguate per il celibato, ecc.
III. BREVI CENNI STORICI SUI PROVVEDIMENTI EUGENICI
Provvedimenti a scopo eugenico, sotto forma di precetti religiosi o di disposizioni legislative, esistevano anche nell'antichità.La castità pre-nuziale e l'obbligatorietà del matrimonio - vietato però tra consanguinei - erano prescritte presso gli Indiani, gli Ebrei ed i Greci; i Romani consideravano il matrimonio un obbligo morale; i celibi non avevano diritto ad ereditare e pagavano tasse. Particolare durezza ebbero le leggi spartane di Licurgo: il celibato era considerato colpa infamante al punto da fare pubblicamente schenire dalla donna: i celibi denudati; le donne, specie se mogli giovani di mariti vecchi, potevano procreare con maschi forti e belli; i neonati, giudicati sani e belli, raggiunti i 6 anni passavano a carico dello Stato per ricevere un'educazione rigida per fini militari, mentre quelli affetti da deformità o ritenuti deboli venivano precipitati dal monte Taigeto, vittime di malintesi principi estetici e sociali.
Anche in Atene gli infanti deboli venivano abbandonati. Infanticidi a scopo propiziatorio praticavano i Fenici, i Filistei, i Moabiti, i Cartaginesi (De Toni). Presso i Romani, fino all'epoca augustes, il padre era libero di riconoscere a no i figli: specie se deboli o deformi, potevano essere uccisi, abbandonati o venduti. Per contro leggi protettive dell'infanzia (punizione dell'infanticidio ed obbligatorietà di allevare i figli, comunque generati, a carico dei genitori o dello Stato) esistevano presso i Babilonesi, gli Egiziani e gli Ebrei.
Cesare e Augusto promulgarono leggi per le quali venivano elargiti premi in denaro e benefici ai padri fecondi.
Tali disposizioni ebbero impulso e vigore maggiore sotto Costantino, dopo l'avvento del cristianesimo che, insieme al diritto romano, influì poi nel far promulgare leggi protettive dell'infanzia presso i popoli che invasero i territori amministrativi da Roma.
Anche la religione maomettana incoraggia il matrimonio e la prolificità ammettendo però il matrimonio tra cugini, la poligamia ed il concubinato.
Nel medioevo, inoltre, sorsero nei vari paesi, specie ad opera di religiosi, alcuni brefotrofi (primo in Europa quello fondato nel 787 dall'arciprete milanese Dateo [De Toni]), benefiche istituzioni, encomiabili per la affermazione del principio di tutelare la vita dei piccoli, ma difettosi dal lato pratico-organizzativo perché -
per la ignoranza delle più elementari norme d'igiene - la mortalità tra i ricoverati era altissima.
Lentamente a sporadicamente si fecero poi sempre più strada i principi igienici dal punto di vista dottrinario e, successivamente, i concetti dell'ereditarità. Possono essere ricordati qui il medico Aldobrandino da Siena (sec. XIII), Vittorino da Feltre (sec. XV), Tommaso Moro (sec. XVI), Tommaso Campanella (sec. XVIII) e nei secc. XVIII e XIX Paré, Morel, Carlo Darwin, Lamarck, Mendel ed infine Francia Galton con il quale si iniziò la divulgazione delle nuove idee.
IV. IL MOVIMENTO EUGENICO NEI VARI PAESI
Come si è visto, Francia Galton, cugino di Carlo Darwin, deve essere considerato il padre dell'e. intesa nel senso moderno. A lui si deve la fondazione (1903) presso l'Università di Londra, del primo laboratorio di e. denominato alla sua morte «Galton eugenics laboratory», la cui direzione venne affidata al Pearson. Nel 1908, sempre in Inghilterra, veniva fondata la prima società: «Eugenics Education Society» e nel 1912 vi si tenne il primo congresso internazionale.Dall'Inghilterra il movimento si estese in Svezia (specie per opera del Lundborg), dove furono fondati due istituti presso le Università di Uppsala e Lund, in America - dove esiste il maggior numero di istituti ed associazioni, tra i quali l'«Eugenics Record Office», l'«Eugenics Section of the American Breeders' Association» alla quale è stato dato il massimo impulso durante il segretariato di D. B. Davenport, che può essere considerato oggi come uno dei più autorevoli assertori dell'importanza dell'e., ecc. - in Norvegia, in Germania, in Finlandia, in Danimarca, in Olanda, in Francia, in Russia, in Ungheria, in Portogallo, in Svizzera.
In Italia nel 1912, per iniziativa di Giuseppe Sergi, in seno alla Società romana di antropologia, si costituiva un comitato per gli studi di e., del quale facevano parte: G. Sergi, S. De Sanctis, C. Artom, C. Gini, L. Mangiagalli, A. Nicofaro, M. Saffiotti.
Nel 1920, per iniziativa di E. Pestalozzi, C. Gini e C. Artom, si fondava la «Società italiana per gli studi di genetica ed e.» ed a Milano, presso la cui Università veniva stabilito uno speciale corso d'insegnamento, si svolsero i due primi Congressi italiani di e. nel 1924 e nel 1929.
BIBL. F. Galton, Eugenics, its Definition, Scope and Aims, Sociological Papers, Londra 1904-1909; H. S. Jennings, The Biological Basis of Human Nature; Baur, Faber, Lenz, Mraubliche Erlebnisse, 4ª ed., Monaco 1936; G. De Toni, Fascicoltura, in Minerva medica, Torino 1939; H. Newman Hackett, Exaltation, Genetics and Eugenics, 3ª ed., Chicago 1944, 7ª rist. 1947; L. Gianferrari e G. Cantoni, Manuale di genetica, 2ª ed., Milano 1945; E. C. Colin, Elements of Genetics, 2 ed., Philadelphia 1946. Venerando Correnti
V. MEDICINA PASTORALE
È doveroso riconoscere all'e. una buona intenzione e un fine moralmente buono, allorché cerca di scoprire le leggi che regolano la riproduzione dell'individuo e lo svolgimento della specie; di ridurre, annullare o, per lo meno, controbilanciare le cause di decadenza fisica e mentale e di morte prematura; di arrestare le malattie a diffusione sociale e il dilagare delle abitudini malsane che minano la specie umana; di lavorare al risanamento e all'elevazione della parte fisica e sociale del matrimonio. Vanno, però, denunciati e condannati quegli aspetti e quelle manifestazioni di e. negativa che, disconoscendo la natura mista dell'uomo o in essa il preponderante valore e i più assoluti diritti dello spirito, propongono o attuano sistemi che violano la libertà e la dignità umana.La regolamentazione coercitiva del matrimonio, la sterilizzazione, il controllo delle nascite (birth-control), la fecondazione artificiale a tipo zootecnico, l'aborto eugenico, l'uccisione dei minorati cronici e degli infermi presunti inguaribili (v. EUTANASIA), pur nella buona intenzione di voler liberare l'indi-
viduo e la società dal gravame del bisogno, della malattia, della sofferenza, sono mezzi in contrasto non solo con la morale cattolica, ma spesso addirittura con la stessa legge naturale. Per tale ragione, la Chiesa cattolica (più volte in cruento contrasto con leggi civili promulgate dal nazionalismo laico di alcuni Stati o con morali particolaristiche sostenute da alcune confessioni religiose dissidenti) sempre e tutt'ora condanna alcune forme d'e. negativa, lesive di diritti naturali dell'uomo (diritto alla vita e alla procreazione), contrarie al rispetto e all'integrità della persona umana (sterilizzazione, castrazione), ai fini primari e alle caratteristiche giuridiche, naturali e canoniche, del matrimonio (birth-control, fecondazione artificiale nella forma più ampia). Le illiceità di tutti questi mezzi viene spiegata alle singole voci.
Passando a una critica più particolare, in primo luogo si pone ogni riserva sull'assetto dell'e., che il migliorare le condizioni di salute fisica dell'umanità corrisponda senz'altro a renderla moralmente migliore, laddove l'esperienza assai spesso mostra non procedere d'accordo il meglio fisico con il meglio morale.
Infatti, pur ammettendo che per un normale svolgimento della nostra vita etica è necessaria una base minima di integrità, di potenzialità, di tranquillità fisiologica delle strutture fisiche del nostro organismo, particolarmente di quelle bioregolatrici (sistema nervoso, apparato endocrino), fattore essenziale del progresso, dell'ascesa, della perfezione morale, e la libera determinazione della volontà verso il bene. Non solo, ma la stessa intelligenza spesso è svincolata dalla necessità del valore fisico dell'individuo e non raramente si vedono intellettuali vasti e virili spaziale dalle angustie d'un organismo assai deficient; la società sarebbe stata privata della loro luce se, applicati ad oltranza i principi dell'e., il loro valore fosse stato mostrato alla stregna dello sviluppo, delle buone proporzioni, dell'equilibrio fisiologico della loro massa corporea.
In secondo luogo, in tema di contributo medico-morale, bisogna vagliare la legittimità scientifica delle applicazioni pratiche dell'e., vedendo se alcuni postulati e metodi dei suoi sviluppi negativi non siano, oltreché immorali, anche antiscientifici. Ci si domanda, cioè, se in realtà da uno studio obiettivo di fatti a teorie non debba concludersi che le cosiddette leggi dell'ereditarietà, fericcio di molti adomitori dell'e. ad oltranza, più che vere e proprie leggi secondo il senso assoluto e scientifico della parola, non siano piuttosto ipotetici, provvisori, modificabili inquadramenti di fenomeni di cui non si conosce l'essenza, passibili di molte eccezioni e quindi privi di quel valore normativo assoluto che si vorrebbe dar loro nella pratica.
È in realtà, una critica obiettiva, mentre da un lato mostra la limitatezza e la relatività delle odierne conoscenze sui fenomeni dell'ereditarietà, demolisce dall'altro il concetto corrente che ereditario significhi fatale e inevitabile a un qualcosa in nessuna maniera modificabile dall'ambiente. In tal guisa, non solo in nome della morale, ma anche al lume della scienza si possono condannare le aberrazioni del naturalismo eugenico materialistico, e alimentare le più ampie speranze di migliorare la specie umana in virtù delle tendenze autoselutive e automoglicative proprie alla riproduzione degli individui piuttosto che con la soppressione eugenica delle stirpi tarate.
La teoria cromosomica di Morgan attribuisce (v. GENETICA) il trasporto e la determinazione dei caratteri ereditari ai «genidi» o «geni», i quali non si comportano singolarmente come fattori unici di un determinato carattere, ma ne regolano il ricomparire collaborando in complesse e numerose combinazioni; probabilmente oltre cinquanta genidi, sistematizzati in differenti cromosomi, concorrono al ricomparire nel discendente di una nota ereditaria che, a volte, richiede anche il concorso di genidi citoplasmatici, cioè ubicati, invece che nei cromosomi, nel plasma cellulare. Si può così intravedere l'enorme complessità del meccanismo che regola la ricomparsa
di un carattere ereditario. D'altra parte, accanto al fatto della necessità di si gran numero di fattori concorrenti, sta quello del vasto sviamento e delle inutilizzazione di larghe masse di genidi nel fenomeno della «meiosi» o mitosi di maturazione degli elementi sessuali, per cui l'ovulo o lo spermatozoo, pronti per la fecondazione, si trovano ad aver perduto metà dei loro cromosomi a quindi del loro bagaglio ereditario. Si ritiene che nella specie umana, nel fondersi dei due gameti, si abbia soltanto una probabilità contro 1996 che nell'ovocellula fecondata, da cui si svilupperà il nuovo organismo, possa ritrovarsi tutto riunito insieme il patrimonio ereditario di uno dei genitori! Va ricordato inoltre come la catena dei genidi nei cromosomi sia doppia, per cui un genidio difettoso può essere compensato da uno sano posto parallelamente. E inoltre vanno ricordate le pochissime unità di figli proprie delle famiglie umane, contro lo stragrande numero di spermatozoi (varie centinaia di milioni per ogni emissione) e la molteplicità di ovuli (ca. 450 dalla pubertà alla menopausa) che non prendono parte alla riproduzione. Su tali fenomeni, di una vastità e di una portata non facilmente concepibile, trova la sua base il cosiddetto «automoglicamento dell'ereditarietà» (Kleist), per cui può assistersi, nel giro di poche generazioni, alla scomparsa di tare patologiche che si trasmettono con le caratteristiche della recessività, se il soggetto tarato si unisce con uno sano.
Si ponge mente, inoltre, alla progressione geometrica decrescente (1/2, 1/4, 1/8, 1/16, ecc.) con cui va diminuendo nei figli il patrimonio degli avi in rapporto alla mitosi di maturazione, compensata, nell'atto della fecondazione, dal riacquisto di cromosomi di natura differente portati dall'altro genitore. È questa la «legge della gerarchia ancestrale» del Galton, per cui ciascun genitore dona al figlio metà dei propri caratteri ereditari, pari ad un quarto di quelli ricevuti dai propri genitori, a un ottavo di quelli dei nonni e così via. Se pure, in pratica, una tal legge non corrisponde con il rigore matematico con cui è formulata, nelle grandi linee si dimostra però vera e in realtà avviene che tanto minori sono le probabilità che un carattere morboso riappaia in un discendente, quanto più esso è lontano nelle serie degli ascendenti.
A tal proposito, si rifletta qui al gran numero di ascendenti di ciascuno di noi (55.324 già solo alla 16ª generazione), da ciò, mentre da un lato vien dimostrato quanti provvidi incroci e rinnovamenti concorrono nella formazione del nostro patrimonio ereditario, dall'altro appare l'inutilità pratica del programma di purificare ad oltranza la specie dalle malattie ereditarie, se si considerano le centinaia e le migliaia di volte che gli individui necessariamente devono essersi intrecciati consanguineamente tra loro. Chi volesse seguire le inflessibili regole dell'e. negativa dovrebbe bandire ogni matrimonio o imporre all'umanità una sterilizzazione in massa! Ciò, in particolare, dato che molte malattie trasmissibili alla discendenza, ad es., le mentali, si comportano come caratteri recessivi, per cui i genidi difettosi sono portati da individui apparentemente sani e il provvedimento coercitivo non è capace che di colpire i malati patenti, non i portatori nascosti del carattere. È stato calcolato che, per tal via, nel caso dei deficienti di mente, per ridurre la percentuale riguardo i normali dal 1:1000 a quella dell'1:100.000 sterilizzando gli infermi manifesti, sono necessarie 68 generazioni, come dire ca. 2-3000 anni!
Un altro elemento che fortemente incide sulla assolutezza delle cosiddette leggi dell'ereditarietà è il fenomeno della «mutazione» (v.), variazione subitanea del plasma germinale, per cui appare nell'individuo un nuovo carattere o sostanzialmente si modifica uno già esistente. Il fenomeno della mutazione infirma la asserita immutabilità delle leggi ereditarie e mostra come l'ambiente possa influire sull'ultima costituzione del «gene» e modificare un carattere ereditario.
Ma, accanto alla preoccupazione del ripetersi ere-
ditario delle tare morbose, non si deve dimenticare il grave danno che può infiltrarsi nella discendenza attraverso quelle malattie che, non avendo a che vedere nulla (ad es., l'alcoolismo, la sifilide) o solo parzialmente (la tubercolosi, per l'elemento predisposizione organica) con l'ereditarietà, sono capaci di infliggere i più gravi guasti al germe (« blastofioria » di Forel), all'embrione o al feto nel periodo di vita intrauterina, dando origine a tarati, a dispetto di ogni migliore condizione di connubio eugenetico.

Il pensiero cattolico sulla e. è riaffermato con chiarezza e precisione nelle encic. di Pio XI, Casti connubii del 31 dic. 1930 (AAS, 22 [1930], pp. 539-592); e nei due decreti del S. Uffizio del 21 marzo 1931 (ibid., 23 [1931], pp. 118-19) e del 24 febbr. 1940 (ibid., 32 [1940], p. 73). Cf. anche i Association mariage chrétien, L'Église et l'engénisme, Parigi 1930.