IPOTESI

IPOTESI. - Termine logico indicante una proposizione posta a fondamento di un ragionamento nella ricerca della spiegazione di un fatto, o anche come congettura dubbiosa ma verosimile di una causa o realtà sconosciuta, cioè come anticipazione della verità, che dovrà essere ulteriormente comprovata o smentita. L'uso di i. fa parte della vita ordinaria e del ragionamento volgare ed ha assunto grande importanza nel metodo scientifico moderno.

I. STORIA

Aristotele parla ripetutamente dell'uso logico dell'ii.: l'υπόθεσις (lat. suppositio), come distinta dagli assiomi (v.), DEFINIZIONE (v.) POSTULATO (v.), è una proposizione assunta come principio della dimostrazione, che afferma o nega qualche cosa, senza che sia dimostrata o si imponga alla mente per immediata e necessaria evitazione, pur apparendo plausibile o verisimile (Anal. Post., I, 2, 72 a 14-24; 10, 76 b 23-29). L'II. può dare origine alla vera dimostrazione e alla scienza propriamente detta solo se sia dimostrata in una scienza superiore o se appa-risca immediatamente vera, a seguito della formulazione proposta dal docente (ibid., 2, 71 b 19-25; Top., I, 1, 100 a 27-29). Però anche nel caso contrario è utile indirettamente alla scienza in quanto forma le premesse di un ragionamento «dialettico», che svolgendo le premesse di opposte proposizioni probabili o verisimili costituisce un efficace strumento nella ricerca del vero e del falso e spesso l'unica via per pervenire a stabilire le premesse certe delle singole scienze (ibid., 2, 101 a 34-34). L'uso dell'argomentazione dialettica in Aristotele è tutt'altro che raro; l'esempio più noto è quello delle sfere celesti, da Aristotele accettate sull'autorità di Eudosso e Callippo, come spiegazione ragionevole dei moti apparenti delle stelle, ma non necessaria (Met., XII, 8, 1074 a 14-17).

Nel pensiero filosofico postaristotelico, e particolarmente nella scolastica, l'attenzione è diretta in prevalenza alla dimostrazione apodittica e alle condizioni delle sue premesse; è tuttavia avvertita l'utilità scientifica dell'uomo che congettura probabile nella ricerca della spiegazione di un fatto. S. Tommaso, parlando delle i. aristoteliche, si appreccia, afferma che «benché poste tali i. sembri aversi una soluzione del problema, tuttavia non è necessario dire che queste i. sono vere, giacché forse i fenomeni astronomici possono spiegarsi in altro modo ancora secondo il'umanità. Aristotele però si serve di tali i. come se fossero vere» (II De caelo, lect. 17). Aggiunge che di tali argomentazioni fondate su i. probabili si può far uso anche nella scienza sacra per mostrare la congruenza dei misteri della fede (Sum. Theol., 1ª, q. 32, a. 1, ad 2).

L'uso cosciente delle i. e la sua inserzione organica nel metodo scientifico risale a Galileo, che deve considerarsi il creatore del metodo sperimentale ipotetico deduttivo, consistente in quattro fasi distinte: osservazione dei fatti, formulazione delle i. esprimibili in formule matematiche o realizzabili in modelli meccanici, deduzione delle conseguenze, verifica sperimentale di queste e quindi conferma indiretta di quelle (cf. A. Pastore, Il problema della causalità con particolare riguardo alla teoria del metodo sperimentale, I, Torino 1921, cap. 7, pp. 119-140). L'II. galleggia quindi aveva caratteri ben distinti dalle i. dei naturalisti della scolastica decadente, che consisteva nell'affermazione di qualità occulte, semplici palliativi nominalistici privi di utilità scientifica. Controllati i., dette «metafisiche» in senso dispregiativo, e non contro tutte le i. scientifiche, devono essere intese le famose frasi del Newton: «Hypotheses non fingo. Quidquid enim ex phaenomenis non deducitur, hypothesi vocanda est, et hypotheses seu metaphysicae, sey physicae, seu qualitatum occultarum seu mechanicae, in philosophia experimentali locum non habent» (Philosophiae naturalis principia mathematica, Scholium generale, Amsterdam 1713, p. 487; cf. E. Meyerson, Identité et réalité, Parigi 1912, pp. 46 e 510-15).

All'impiego sempre più vasto, nella scienza, dell'II. in senso galileiano, ha tentato opporsi il positivismo. Già Comte affermava che molte i. scientifiche del suo tempo reintroducevano nella scienza entità chimeriche, con la ricerca di cause occulte dei fenomeni e di agenti universali; l'II. per il Comte si deve ridurre alla semplice anticipazione probabile di un fatto o di una legge universale (Cours de philosophie positive, II, Parigi 1835, pp. 335-354). L'opposizione si è accentuata verso la fine del secolo scorso, dando luogo alla nota polemica fra meccanicisti e energetisti. Da una parte la scuola empiricristica e convenzionalista, con a capo E. Mach, H. Poincaré, H. Leroy, rigettata la distinzione aristotelica di assiomi e postulati, e il valore logico assoluto dei principi della scienza e delle leggi induttive fondamentali, mette l'II. come libera convenzione alla base di tutta la scienza sperimentale e razionale, fisica e matematica, ritenendo come unici criteri di scelta l'economicità, la comodità, l'utilità pratica. D'altra parte, anche autori più moderati, quali P. Duhem, W. Ostwald, negano ogni valore ontologico e causale alle i. quali anticipazioni sulla verità e realtà, attribuendo loro al più un valore puramente curi-stico quali modelli simbolici, schemi mentali o sintesi logiche delle leggi sperimentali.

Anche oggi le correnti epistemologiche sono divise su tale argomento; tuttavia si impone sempre più una teoria media. Molte i., che il positivismo considerava metodologicamente inaccettabili, si sono imposte definitivamente nella scienza, mentre altre i., specialmente quelle di natura rigidamente meccanica, sono apparse incompatibili con gli ulteriori progressi scientifici e non possono essere ritenute che come modelli simbolici e schemi mentali. A questo riguardo, di molta importanza è il metodo della definizione operativa, introdotto nella fisica moderna, che limita le i. scientifiche all'introduzione di quelle sole entità, che siano definibili mediante esperienza almeno concettualmente possibili, rigettando come privi di senso gli inosservabili.

II. GIUSTIFICAZIONE LOGICA DELL'I

L'uso metodico dell'II. è una necessità per le scienze naturali. Non è infatti possibile all'uomo una conoscenza intuitiva della realtà materiale e delle qualità fisiche che ne raggiungono immediatamente l'essenza; né la conoscenza di uno o più fatti, e anche di vere leggi universali, basta ordinariamente individuare le cause e la struttura del reale, potendo questa generalmente essere spiegata con cause diverse e parzialmente opposte. È indispensabile quindi ricorrere come strumento di ricerca ad i. che permettano la costruzione di ragionamenti teorici e matematici e il progresso delle indagini sperimentali. L'II. completa pertanto il metodo della scienza, appartenendo alla fase SILLOGISMO (v.) INDUZIONE (v.).

La formulazione dell'ii., pur essendo formalmente una convenzione libera, frutto della genialità del ricercatore, non è arbitraria, ma soggetta, in misura più o meno rigorosa, ad alcune esigenze logiche: 1) esenzione da contraddizione interna; 2) compatibilità con le verità razionali e sperimentali, già certamente acquisite; 3) veri-simiglianza e attitudine alla spiegazione dei fenomeni fisici già conosciuti; 4) fecondità, in quanto permette la previsione di nuovi fenomeni, che l'esperienza deve poi controllare; 5) semplicità, in quanto consenta la spie-

gazione di un maggior numero di fenomeni con un minor numero di elementi ipotetici. Le ultime due condizioni, meno sfruttate dagli antichi ma a loro non sconosciute (Aristotele: «la migliore dimostrazione è quella che fa uso di un minor numero di postulati, i predisposizioni»: Anal. Post., I, 25, 86 a 33-35), hanno il peso maggiore nella trasformazione delle i. in cognizioni accertate.

Tale trasformazione, che è lo scopo finale della scienza, in generale non si ha per la sola verificazione delle conseguenze, anche se numerose, pur acquistando con ciò l'ì. una maggiore probabilità. In questo caso inoltre si impone un'analisi critica dell'ì. e l'applicazione del principio logico di eliminazione degli elementi superflui, cioè di quegli elementi, che pur essendo storicamente connessi con l'ì. sono logicamente separabili da essa e la cui soppressione non ha alcuna influenza sulla deduzione teorica e matematica delle conseguenze confermate dall'esperienza; un elemento di tal genere è la natura meccanica delle vibrazioni luminose nella teoria ondulatoria del Fresnel, poi eliminata dalla teoria elettromagnetica del Maxwell-Lorentz. In casi particolari però è possibile passare dall'ì. alla conoscenza certa. Infatti, in alcuni casi la formulazione di un'ì. può permettere l'effettuazione di osservazioni o esperimenti che portino all'accertamento diretto dell'ì.; in altri casi è possibile stabilire un experimentum cruciale, che dalla verificazione del contraddittorio della conseguenza permette di risalire con certezza al contraddittorio dell'ì.; o finalmente si può giungere a stabilire una tale convergenza di probabilità e di indizi, che nel suo complesso non possa avere altra spiegazione che la verità di un'ì. determinata. Esempio del primo caso è la scoperta del pianeta Nettuno, prima supposto come ipotetica causa delle perturbazioni osservate nell'orbita di Urano, poi direttamente osservato nella posizione prevista; esempio del secondo caso è la radioattività, che ha costretto i chimici a rigettare l'ì. dell'indivisibilità dell'atomo; esempio del terzo il complesso di esperimenti e verifiche dedotte dall'ì. molecolare-cinetica dei gas, che faceva affermare allo stesso Poincaré «les atomes ne sont plus une fiction commode... L'atome du chimiste est maintenant une réalité» (Dernières pensées, Parigi 1913, pp. 196-99).

L'uso delle i. nella scienza, pertanto, è logicamente giustificato, non solo come strumenti di lavoro o schemi mentali destinati a rimanere sempre pure i. ma anche come anticipazioni della verità, che possono trasformarsi in certezze con il ragionamento induttivo e deduttivo.

III. L'ì. SCIENTIFICA E IL MAGISTERO DELLA CHIESA.
- La relazione tra i. scientifiche e verità della fede è un caso particolare delle relazioni tra scienza e fede (v. ragione), che però presenta una speciale difficoltà: mentre infatti si può essere certi a priori che nessun fatto realmente dimostrato può opporsi alle verità rivelate, non altrettanto deve dirsi per le semplici i. benché siano scientificamente fondate. Nei riguardi di queste si possono verificare tre possibili: o le i. non hanno alcuna relazione con verità di fede e allora lo scienziato gode di piena libertà dal punto di vista religioso; oppure «vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata (e) allora esse non possono ammettersi in alcun modo» (Pio XII, encicl., Humani generis; v.): ciò deriva logicamente dalla seconda esigenza logica delle i. conformemente alla definizione del Concilio Lateranense V: «Cumque verum vero minime contradicat, omnem assertionem veritati illuminata fidei contrariam omnino falsam esse definimus» (Denz-U, 738; cf. Concilio Vaticano, Denz-U, 1797); infine le i. possono «toccare la dottrina contenuta nella S. Scrittura o nella tradizione» ed apparire anche in contrasto con essa, senza che, «allo stato attuale della scienza e della teologia», sia possibile dare una soluzione certa; in tali condizioni il magistero della Chiesa giustamente dai suoi fedeli «esige la più grande moderazione e cautela», in modo tale che le opposte opinioni «siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura (da parte dei competenti in tutti e due i campi) e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa» (Pio XII, ibid.). Questa norma di rispetto e di cautela quindi non toglie la libertà di ricerca in tutte le questioni dubbie, né impedisce il progresso della scienza; giacché, anche quando l'ì. sia contraria ad un dato rivestito, come l'ì. della creazione ab aeterno, rimane libero l'esame scientifico di essa e anche il suo impiego come pura i. di lavoro, purché in tal caso non se ne affermi in alcun modo la realtà, neppure come probabile.

IV.

BIBL.: E. Naville, La logique de l'hypothèse, Parigi 1880; H. Poincaré, La science et l'hypothèse, ivi 1902; E. Mach, Erkenntnis und Irrtum, Lipsia 1905, cap. 14; P. Duhem, La théorie physique, Parigi 1906; F. Enriques, Problemi della scienza, Bologna 1906, cap. 11; E. Meyerson, Identité et réalité, Parigi 1907; id., De l'explication dans la science, ivi 1921; J. Stuart Mill, Système de logique, II, trad. franc. di L. Peisse, Parigi 1909, p. 1-27; E. Goblot, Traité de logique, ivi 1918, pp. 204-312; A. Pastore, Il problema della causalità, II, Torino 1921, sez. I; J. L. Destouches, Principes fondamentaux de physique théorique, Parigi 1942; F. Selvaggi, Il neopositivismo e il metodo della nuova scienza, in Civ. Catt., 1947, II, pp. 501-513; F. Amerio, Epistemologia, Brescia 1948 (per la parte storica); P. Hoenen, Filosofia della natura inorganica, trad. II. di M. Cavajoni-Bologna, Brescia 1949, pp. 168-76. Filippo Selvaggi.