INTUIZIONISMO. — Termine filosofico di significato non sempre esattamente precisabile, qualche volta sostituito dall'altro di intuitiesismo. In generale, esso INTUZIONE (v.) o al conoscere intuitivo un'importanza e una funzione superiori o speciali rispetto ad altre forme di conoscenza. In questo senso l'i. si distingue o si oppone al razionalismo, all'intellettualismo ecc., rispetto ai quali, nelle sue posizioni polemiche (caratteristiche soprattutto della filosofia contemporanea), si presenta, negativamente, come antirazionalistico ed
antintellettualistico. In se stesso, però, e nel suo aspetto positivo, esso non nega e non esclude la validità della conoscenza razionale o intellettiva. In qualunque caso, indica una conoscenza immediata o diretta e dunque diversa da quella mediata o discorsiva o indiretta. Da un lato, vuol soddisfare l'esigenza di un conoscere concreto e cioè che abbracci in un solo sguardo (sinottico), senza astrarre o depasperare e, dall'altro, il bisogno di un possesso più intimo, più interiore, più penetrante e più pieno della verità di quello consentito dal sapere razionale. Dal punto di vista mistico traduce (spesso in immagini possenti e in simboli pregnanti di spiritualità) il desiderio di un contatto sempre più pieno e diretto con Dio. Ciò spiega perché il sapere intuitivo ora è considerato come il grado iniziale del conoscere, ora come quello finale, in cui culmina la dialettica conoscitiva: nel primo caso resta assorbito nei gradi superiori, nel secondo include ed oltrepassa gli altri. I. in senso proprio è solo quest'ultimo.
Nella storia del pensiero esso presenta forme diverse: a) i. gnoseologico, quando una dottrina della conoscenza considera l'intuizione come fonte diretta e primaria della verità; b) i. etico, quando una dottrina morale assume l'esperienza diretta ed immediata come fonte di riconoscimento dei valori etici; c) i. estetico, quando l'attività estetica in generale è considerata un fatto di intuizione; d) i. scientifico, quando una teoria epistemologica attribuisce la scoperta scientifica ad una specie di divinazione intuitiva, a un «cogliere» rapido ed intuitivo.
Prima di approfondire, attraverso rapidi cenni storici, queste forme principali d'i., è necessario chiarire due posizioni fondamentali dell'i. stesso. Il modo d'intendere il valore dell'intuizione o della conoscenza intuitiva proprio del pensiero classico-cristiano è infatti diverso da quello proprio del pensiero moderno soggettivista ed immanentista: per il primo l'atto dell'intuizione è recettivo dell'oggetto intuito o della verità (sensibile o intelligibile che sia); per il secondo è, invece, creativo del suo oggetto, cioè, nell'atto che lo spirito intuisce, «costituisce», «pone», «crea» la verità o la realtà intuita. È la sostanziale differenza che passa (in questo come in altri problemi) tra il «realismo» greco-cristiano e il «soggettivismo» della filosofia moderna.
Quantunque manchi il termine, la conoscenza intuitiva (intuizione intellettuale) si trova a fondamento della gnoseologia platonica: la νόησις o conoscenza immediata dei principi è più perfetta della διάνοια o procedimento discorsivo analitico, che dà un sapere imperfetto e derivato «che sta alla scienza come l'immagine all'oggetto» (Respubl., 510 a). Quest'ultima presuppone la prima, la cui portata in Platone è metafisica: le anime hanno avuto un'intuizione originaria intellettuale prima ancora di cadere in un corpo, quando, al seguito degli dèi, esse, chi più chi meno, riuscirono «a fatica a scorgere le essenze» (μόγις καθορίσας τὰ ὄντα, Phaedr., 248 a). Il ricordo sopito di questa intuizione primale si sveglia al contatto con le cose sensibili, produce nell'anima «sbalordimento» e ne accende l'ἐρως fino al delirio (μανία, ibid., 250 a b). Di tutte le essenze, solo la Bellezza è visibile attraverso sensibili immagini, solo essa splende alla vista (κάλλιος δὲ τότε ἦν ἰδεῖν λαμπρόν, ibid., 250 b) ed accende nell'«iniziato di fresco» un'intimità d'amore senza limiti, non «adulterata dall'assennatezza mortale, intenta a cose mortali e meschine» (σωροσύνη θνητῇ κεχαμένη, θνητὰ τε καὶ φειδωλὰ οἰκονομώσας, ibid., 256 e). Così Platone non disgiunge dall'intuizione intellettuale quella sensibile (si può dire anche «estetica») e fa dell'una e dell'altra l'origine, il fondamento e anche il fine (la contemplazione, come apice della dialettica, è anch'essa una forma d'intuizione) del conoscere discorsivo e razionale. E siccome la dialettica è anche (soprattutto) elevazione morale, si può dire che l'i. gnoseologico di Platone è implicitamente anche i. etico. Quantunque nella sua filosofia la ragione prevalga nettamente sull'intuizione,
Aristotele (v.) considera i principi (τὰ ἄμεσα) oggetto di apprensione immediata nel senso di evidenti di per se stessi. Plotino (v.), rifacendosi a Platone, identifica la pura contemplazione intellettuale (l'unione dell'anima, disciolta dal sensibile, al Νῶς) con il pensiero intuitivo. Anche per lui l'intuizione è dell'Anima prima (προτέρα) o superiore e il ragionamento discorsivo dell'Anima seconda (δεντέρα) o inferiore; anzi la scienza intuitiva esclude il ragionamento ed è propria dell'Intelletto divino (e di quello umano in quanto ritorna al Νῶς), poiché non è possibile ragionamento nell'esernità (ὁν γὰρ ἐνλογίζεσθαι ἐν τῷ ἀεί), dove tutto s'intuisce di colpo e dove di colpo si decide, senza ragionamento o scelta (Enn., VI, 7, 1-3).
Nella filosofia cristiana dei primi secoli, il sapere intuitivo acquista un significato e un'importanza rilevanti e nuovi, come esperienza interiore della verità, soprattutto con s. Agostino. Il concetto d'«interiorità» sostituisce quello platonico di «innatismo», l'intuizione intellettuale diventa partecipazione amorosa, vitale e vivente della verità, esperienza di vita spirituale. Il significato filosofico del termine si arricchisce di un senso mistico e si carica di un valore teologico (rapporti con il problema della Grazia), senza che vi sia tuttavia (almeno in Agostino) confusione o identificazione di significati. Alla mens ineriscono naturaliter la ratio e l'intelligentia o intellectus (De Civ. Dei, XI, 2): la prima «est mentis motio, ea quae discutur distinguendi et connectendi potens» (De ord., II, 11, n. 30); la seconda, superiore alla ratio, è veduta interiore della verità, alla mente oggettivamente presente. Perciò l'intelletto è il vero occhio dell'anima (ibid., 9, n. 26), mentre la ratio è la facoltà discorsiva (analisi e sintesi) che si applica ai sensibili per giudicarsi (De vera relig., cap. 29, n. 30). In breve: la ragione costruisce la scienza del mondo sensibile (De divers. quaest. ad Simplic., I, II, cap. 2, n. 3), l'intelligenza si applica intuitivamente al mondo intelligibile delle idee supreme (Solid., I, I, cap. 6, n. 13). L'i. agostiniano, che non esclude la ragione e non invalida il procedimento discorsivo (e che è realista, in quanto la verità intuita è oggetto dato alla mente) ha alimentato la filosofia cristiana posteriore fino a s. Anselmo, ontologico (v.) in quell'i. ha le radici; si ritrova nella scuola francescana (s. Bonaventura), nella filosofia cristiana moderna (p. es., Pascal, Rosmini ecc.), oltre che, nel suo significato più interiore di spiritualità, nella mistica cristiana di ogni tempo. La scolastica tomista accetta un sapere intuitivo nel senso aristotelico di evidenza immediata dei principi e, nell'altro, di conoscenza evidente di un oggetto esterno presente o attuale. Vi sono quindi impliciti i due sensi che l'intuizione ha avuto nel pensiero moderno, il cartesiano e il kantiano, ferma restando la differenza tra realismo e soggettivismo della verità e della realtà.
Infatti Cartesio identifica verità intuita e verità evidente, principio e fondamento del ragionamento discorsivo: l'intuizione è la «conception évidente», che nasce dalla sola luce della ragione ed è più sicura «parce qu'elle est plus simple que la déduction». O, come dice ancora: «Atque perspicuum est intuitum mentis tum ad illas omnes extendi [naturas simplices], tum ad necessarias illarum inter se connexiones cognoscendas, tum denique ad reliqua omnia quae intellectus praecise, vel in se ipso, vel in phantasia esse experitur» (Regulae, XII). Cartesio ammette ancora una conoscenza intuitiva che, può dirsi, deriva dall'esercizio discorsivo: la quarta regola del metodo rende così agile il pensiero (lo «esercita») da fargli poi abbracciare con un atto della mente quello che prima vedeva successivamente e discorsivamente (Discours de la méthode, parte 2a). In breve, vi è un'intuizione lentamente e laboriosamente acquisita, come rileva il Blondel. Sia il Locke che il Leibniz conservano la cartesiana intuizione come evidenza: tutte le verità primitive si conoscono «par intuition», siano esse «vérités de raison ou vérités de fait» (Nouv. Essais, I, IV, cap. 2, § 1).
Intuizionistica è la filosofia della cosiddetta Scuola scozzese (v. REID; STEWART) a cui si legano l'Hamilton e l'eclettismo francese: fondamento della conoscenza è l'intuizione delle verità razionali, superiori alla esperienza; d'altra parte, il soggetto conosce direttamente
l'esistenza degli oggetti materiali, senza che intervenga la ragione. Basta percepire un oggetto, dice Reid, perché vi sia la « convinzione irresistibile » o la « credenza » fuor d'ogni dubbio della sua esistenza attuale. Questa convinzione è immediata e non l'« effetto del ragionamento », cioè « non è in seguito al ragionamento e alla dimostrazione che arriviamo a convincerci dell'esistenza degli oggetti che percepiamo ». In breve, basta percepire (intuire) un oggetto per ammetterne l'esistenza (Reid, Essays on power of the human mind, Edimburgo 1785, saggio II, cap. 6). Vi è nell'uomo una « suggestione », un « istinto », una « credenza » originaria connaturale e infallibile che lo porta ad ammettere la realtà delle cose percepite, come attesta anche il consenso universale di tutti gli esseri pensanti. Anche i principi della morale sono immediati e diretti. Già Shaftesbury – e con lui i filosofi del cosiddetto senso morale – aveva ammesso nell'uomo un « istinto » innato di stima e di ammirazione per ciò che è nobile e giusto e aveva con esso identificato il principio dell'etica. HUTCHESON, FRANCIS (v.) pone a fondamento della morale il sentimento innato ed immediato di aiutare gli altri, di cui la ragione si serve (e perciò la sua funzione è secondaria e non primaria) per trovare i mezzi adatti alla sua attuazione pratica. Così, a breve distanza dalla comparsa del criticismo kantiano, come reazione al fenomenismo dello Hume e, dall'altro, all'egoismo sistematizzato dallo Hobbes nascono, in seno all'empirismo inglese (anche per influenze platoniche), l'i. gnoseologico e ontologico degli scozzesi e l'i. etico dei filosofi del senso morale.
Kant (v.) la conoscenza intuitiva acquista un senso originale, soprattutto nell'estetica trascendentale. L'intuizione (Anschauung) è la conoscenza che si riferisce immediatamente agli oggetti, ma a condizione che l'oggetto sia dato e modifichi in certo modo lo spirito. Gli oggetti son dati per mezzo della sensibilità (la capacità di ricevere rappresentazioni) « ed essa solo ci fornisce le intuizioni » (Critica d. ragion pura, Est. irasc., § 1). Ma ogni intuizione non è che la rappresentazione di un fenomeno. L'uomo non conosce gli oggetti in sé, ma solo il suo modo di percepirli (ibid., sez. II, § 8). L'intuizione, per Kant, si ricollega al senso, ma essa contiene un elemento formale: spazio e tempo sono le « forme pure », che si conoscono a priori, cioè prima di ogni reale percezione, sono intuizione pura (reine Anschauung: ibid.). Da questa, che è la sensibile, Kant distingue l'intuizione intellettuale o quella con cui è data l'esistenza dell'oggetto dell'intuizione, appartenente soltanto, per quanto l'uomo possa conoscere, all'Essere supremo; la sensibile è derivata (intuitus derivatus), l'altra è originaria (intuitus originarius: ibid., sez. II, § 8, IV). Per Fichte, l'intuizione intellettuale s'identifica con l'autocoscienza, ma non è separabile da un concetto e da un'intuizione sensibile: tutte e tre fanno sintesi. Schelling si ricollega direttamente a Fichte: l'autocoscienza è conoscenza « assolutamente libera » (non per prove, non per ragionamenti, non per concetti) e dunque è un'intuizione, nella quale l'intuente e l'intuito sono « identici ». Egli la chiama « intuizione intellettuale », in opposizione a quella sensibile che non produce il suo oggetto, come avviene invece nella conoscenza dell'io. « L'intuizione intellettuale è l'organo di ogni pensiero trascendentale »; il quale dunque è costantemente accompagnato da essa (Sistema dell'idealismo trascendentale: Werke, III, p. 361). SCHOPENHAUER, ARTHUR (v.) parla di intuizione nel significato più esteso di conoscenza immediata e non concettuale, sia delle cose che dei loro rapporti. Ogni intuizione è intellettuale, cioè « ci mette in presenza del reale » (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio subitaneo dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'Idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tien più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì posa in ferma contemplazione dell'oggetto offertogli, e in questo s'immerge » (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savi Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo
il principio di ragione, di pensare secondo le categorie razionali e concentrare tutto lo spirito nell'intuizione, « sprofondandosi in essa », perché la « conoscenza intera » si riempia « della tranquilla contemplazione dell'oggetto naturale che ci sta dinanzi » quale che esso sia, purché « ci si perda appieno nell'oggetto ». In quest'intuizione contemplante l'uomo cessa di essere « individuo » e diventa « puro soggetto della conoscenza », il cui oggetto sono le idee (e non gli oggetti singoli), fuori della volontà, del dolore, del tempo (ibid.). L'essenza del « genio » è appunto l'attitudine alla contemplazione o all'assorbimento intero nell'oggetto (idea), per cui « genialità » è « obiettività » o « l'attitudine a contenersi nella pura intuizione, a perdersi nell'intuizione » (ibid., I, III, § 36). Così, per lo Schopenhauer, l'intuizione nella sua forma estetica ha una portata metafisica; è rivelatrice dell'Idea e con essa del senso inscindibile del soggetto intuente e dell'oggetto intuito.
Pure di origine platonica (ma quanta diversità di significato!) è l'i. che sta ROSMINIANI (v.) Gioberti (v.). Per il roveretano non c'è conoscenza oggettiva ed universale senza un elemento a priori, che non è però (come per Kant) funzione dell'intelletto o forma della sua attività, ma intuizione della mente come suo oggetto, lume della ragione. Tale è l'idea dell'essere, di cui la mente ha l'intuito fondamentale oggettivo. Dunque immanenza di essa alla mente, ma insieme trascendenza, in quanto l'idea dell'essere è data e, come tale, rimanda all'Essere reale assoluto, da cui è data. Essa « è una cosa eterna », scrive il Rosmini, « che illumina la mente; è un modo primitivo dell'essere che in Dio stesso ha la sua sede; è il lume essenziale; è ciò che forma l'essenza del conoscere », l'idea madre di tutte le altre idee (Introduz. alla filos., Casale 1850, p. 351); non formata per astrazione, ma intuita « da noi naturalmente », anche se ci si accorge assai tardi d'intuirla (Il rinnovamento della filos. in Italia, Milano 1856, l. II, cap. 24, p. 167). L'intuitivismo rosminiano, dopo la critica kantiana e risolvendo i problemi di essa posti, intende restituire all'intuizione il suo autentico valore gnoseologico e metafisico, che è quello di Agostino: l'intuizione dell'essere ideale è oggetto primo del conoscere e di ogni conoscere fondamento ed è, contemporaneamente, come costitutiva della capacità di pensare, una delle strutture metafisiche del soggetto umano. Il Gioberti, invece, tende all'ontologismo, Malebranche (v.), in quanto ammette l'intuito dell'Ente reale. « Io chiamo Primo psicologico », egli scrive, « la prima idea, e Primo ontologico la prima cosa; ma siccome la prima idea e la prima cosa a parermi s'immedesimano tra loro, e perciò i due Primi ne fanno uno solo, lodò a questo principio assoluto il nome di Primo filosofico, e lo considero come il principio e la base unica di tutto il reale e di tutto lo scibile » (Introduz. allo studio della filos., II, Bruxelles 1844, l. I, cap. 4, p. 152). È così non si sfugge al panteismo con tutte le sue conseguenze erronee ed ingiustificabili.
Ai nostri giorni, Bergson (v.) identifica il sapere intuitivo con la metafisica, che è appunto un modo speciale di conoscere, « de posséder une réalité absolument au lieu de la connaître relativement, de se placer en elle au lieu d'adopter des points de vue sur elle, d'en avoir l'intuition au lieu d'en faire l'analyse, enfin de la saisir en dehors de toute expression, traduction ou représentation symbolique » (Introd. à la métaph., in Revue de métaphys. et de mor., 1 [1903], p. 9). L'intuizione (a differenza del sapere razionale o scientifico) penetra nell'intimo della creatività « individuale » degli esseri; è una specie di sympathie intellectuelle « par laquelle on se transporte à l'intérieur d'un objet pour coïncider avec ce qu'il a d'unique et par conséquent d'inexprimable » (ibid., p. 12). L'intuizione pertanto si definisce in contrapposizione all'intelletto astratto e discontinuo, come quella che è capace di cogliere l'assoluta originalità e continuità del reale, quantunque il Bergson ammetta (A. Lalande, Vocabulaire technique et critique de la philos., I, 4ᵉ ed., Parigi 1938, p. 402) che « une connaissance scientifique et précise des faits est la condition préalable de l'intuition métaphysique qui en pénètre le principe ». Il Croce
invece, identifica l'intuizione con l'arte: le opere d'arte sono conoscenze intuitive (Estetica, 6ª ed., Bari 1928 p. 17). La conoscenza intuitiva si distingue da quella logica: la prima è conoscenza per la «fantasia», dell'«individuale», delle cose «singole», produttrice di «immagini», l'altra per l'«intelletto», dell'«universale», delle «relazioni» tra le cose, produttrice di «conecti» (ibid., p. 3). Ogni vera intuizione o rappresentazione è, insieme, «espressione» (ibid., p. 11). Perciò si distingue anche dalla sensazione che non si oggettivizza in un'espressione. È una forma teorica autonoma, che s'identifica col fatto estetico e artistico.
Mentre il Bergson oppone l'intuizione all'astratto intellettualismo scientifico, altri pensatori, invece, colgono un sapere intuitivo anche nelle scienze e ad esse pertinente. Così W. Whewell osserva che l'induzione non è un ragionamento né distinto né riducibile al sillogismo; è un ragionamento logicamente scorretto e procedente per supposizioni ipotetiche. «L'induzione non è concludente in quanto ragionamento. Non è un ragionamento; è un'altra via per giungere alla verità» e precisamente quella della «congettura» (guessing: Filos. della scienza induttiva. Sulla filos. della scoperta, Edimburgo 1860, p. 454). Pertanto la scoperta richiede l'iniziativa ardita, il genio scientifico, l'intuito. Poincaré (v.) dà grande rilievo all'intuizione dell'ordine matematico «qui nous fait deviner des harmonies et des relations cachées» (Science et méthode, Parigi 1908, p. 47). Con la logica «si dimostra», con l'intuizione «s'inventa». «La faculté qui nous apprend à voir, c'est l'intuition: sans elle le géomètre serait comme un écrivain ferré sur la grammaire, mais qui n'aurait pas d'idées» (ibid., p. 137).
L'intuizione è una forma di conoscenza su cui non può cadere dubbio. Però l'i. inteso in opposizione alla ragione e al sapere discorsivo o come svalutazione o negazione di esso è una posizione polemica e come tale negativa: lo stesso sapere intuitivo perderebbe il suo valore se fosse negativo della ragione o ad essa antitetico. È l'errore delle forme antintellectualistiche e antirazioni d'i., pericolose per la filosofia ed anche da un punto di vista teologico, se si spingono fino ad ammettere l'intuizione diretta ed immediata dell'Essere in sé o di Dio. L'i. moderno, da parte sua, identificando nel conoscere umano la verità o la realtà conosciuta con l'atto soggettivo dell'intuizione, con ciò stesso nega l'intuire, perché non c'è più intuire se il soggetto e l'oggetto fanno uno e se quest'ultimo è una posizione o una creazione del primo. L'intuizione nell'intelligenza finita ha senso come presenza o interiorità della verità alla mente di cui è oggetto (Agostino) senza che sia la Verità in sé (Dio), a cui però rimanda, ma la verità come può essere presente alla mente nell'ordine naturale, di cui la ragione si serve per giudicare delle cose e stabilire tra esse nessi e rapporti.
#### INUMAZIONE: V. CREMAZIONE.