SCHOPENHAUER, ARTHUR

SCHOPENHAUER, ARTHUR. - Filosofo, n. a Danzica il 22 febbr. 1788, m. a Francoforte sul M. il 21 sett. 1860. Educato in Francia e in Inghilterra, trascorse parte dell'adolescenza viaggiando con i genitori in Europa. Verso i diciott'anni venne addetto a una casa commerciale in Amburgo dove suo padre Enrico Floris, agiato mercante liberale, aveva posto la residenza da quando Danzica era passata ai Prussiani. Mancatogli il padre (probabilmente per suicidio), ottenne di proseguire gli studi interrotti e con la madre Giovanna Trosiener, nota scrittrice, si trasferì a Weimar. Qui conobbe, nell'ambito delle relazioni materne, Wieland e Goethe, con il quale s'incontrò nell'interesse per la teoria dei colori. A Gottinga e a Berlino ebbe per maestri di filosofia Schulze (v.) e Fichte (v.). In questo tempo, sia nei testi sacri indiani tradotti da Anquetil Duperron, sia in Platone ed in Kant, cercò motivi pessimismo (v.). Si addottorò a Jena nel 1813 dopo un isolamento studioso nella cittadina di Rudolstadt, deliberato per indifferente motivo particolare e pacifismo: poi, per ca. 5 anni, attese in Dresda alla sua opera capitale. Nel 1818-19 viaggiò in Italia: a Venezia, dove si trattenne più a lungo, fece progetti matrimoniali, ma se ne distolse bruscamente essendosi ingelosito di G. Byron. Abilitatosi in filosofia (libera docenza), tentò a Berlino l'insegnamento in rivalità con lo Hegel (v.). Non riscosse consensi né come docente né come autore e di ciò ebbe conferma negli anni che seguirono a un suo nuovo viaggio in Italia (1822-23). Si ritirò, nel 1831, a Francoforte, dove nel suo ultimo decennio la fama desiderata lo raggiunse. Morì, non preparato né disposto, per un improvviso male di petto.

Opere: Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichendem Grunde (Rudolstadt 1813; tesi di laurea).

Si distingue principio di causa da principio di ragione, presentando quest'ultimo come norma a priori delle nostre rappresentazioni dal cui connettersi secondo quattro forme risulta il mondo. È qui sviluppato, fichtianamente, l'idealismo della dottrina kantiana. Über das Sehen und die Farben (Lipsia 1816): è il risultato dei colloqui che S. ebbe con Goethe circa la teoria dei colori. Di essi viene data una spiegazione fisiologica dove si esclude, come nel'opera precedente, il presupposto realistico di un intelletto kantianamente separato dall'intuizione sensibile. Die Welt als Wille und Vorstellung con una Kritik der kantischen Philosophie in appendice (ivi 1818): opera principale. Consta di quattro libri, di cui i primi due espongono la dottrina gnoseologico-metafisica di S. e gli ultimi due la sua dottrina soteriologica. Il mondo, fenomeno (v.) rappresentativo (I. I.) della cieca Volontà noumenica (I. II), può venir superato, in ordine alla conoscenza, dall'intuire estetico che valica il principio di essa (I. III) e, in ordine alla Volontà, dalla conversione rinunciataria della medesima (I. IV). Questa opera appare accresciuta, nella 2a ed. (ivi 1844), da un volume di Supplementi. Über den Willen in der Natur (Francoforte s. M. 1836): vi è esposta la dottrina cosmologica di S., che riprende in parte l'argomento del I. II della sua opera principale e, tra altri temi, tratta anche della magia. Die beiden Grundprobleme der Ethik (ivi 1841): a) Preisschrift über die Freiheit des Willens, energica critica dell'operai umano fenomenico che, secondo S., sequitur esse; b) Über die Grundlage der Moral; in antitesi con il razionalismo etico kantiano (da lui frainteso notevolmente), S. intende rivendicare la spontaneità dell'azione virtuosa fondandola sul sentimento della composizione. Parerga und Paralipomena (2 voll., Berlino 1851): insieme di trattazioni minori di carattere popolare e divulgativo. Di genere analogo sono i Neue Paralipomena, usciti dopo la morte del filosofo per opera di E. Grisebach, che curò le pubblicazioni degli inediti schopenhaueriani: A. S. Handschriftlicher Nachlass (4 voll., 2a ed., Lipsia 1895-96).

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SCHONGAUER, MARTIN - S. Giovanni a Patmos. Incisione.

Nel dissidio da lui sofferto tra vocazione contemplativa e ardore sensuale, S. riconosce il dramma stesso dell'universo ch'è rappresentazione e volontà. La volontà è brama torbida, dolorosa; la rappresentazione, che culmina con la filosofia, esteticamente intuitiva, nell'oggettività dell'Assoluto, è di per sé luce limpida (Die Welt, I, § 15; II, 17, 34). Non tale, però, è la rappresentazione rivelatrice delle cose e degli individui. Rinvenuti mediante un processo per analogia da noi, che ci cogliamo nell'esperienza interna, e in via immediata, come volere, essi non sono che il correlato del nostro deficit costitutivo (ibid., I, § 18-19): la conoscenza che si ha di essi e del mondo in cui rientrano è pertanto mera illusione. S., identificando fenomeno con illusione, impiega a certi effetti il fenomenismo kantiano che, in piena divergenza con gli idealisti Fichte, Schelling, Hegel, egli noumeno (v.). L'inconoscibile noumeno è appunto l'essere che sta a fondamento del conoscere: è la Volontà nel suo dinamismo irrazionale originario. Sebbene essa, così intesa, soggetto (v.), S. SOGGETTO (v.) nel presentarla in qualità di voler vivere (Wille zu leben) che escogita i mezzi per realizzarsi (ibid., I, § 35). Qui S. segue gli schemi dell'emanatismo neoplatonico, risalendo con esso al Platone tradizionale delle idee archetipie. In queste la Volontà, che progettandosi nel molteplici ne fissa i modelli di qua dal tempo, ha il suo primo stadio di obiettivazione; poi c'è il passaggio dalle idee tipiche agli individui (secondo stadio) in virtù di principio di ragion sufficiente quadruplicemente determinato: principium essendi (spazio e tempo); principium fiendi (causa ed effetto); principium cognoscendi (principio e conseguenza); principium agendi (motivo. Cf. Über die vierfache Wurzel, § 46). Tutto quello che rientra in tale quadro, che è come l'implicatura su cui la Volontà costruisce l'edificio della sua obiettivazione definitiva, è nullavelante e inconsistente: degna opera del cieco autore. Naturalmente non c'è eccezione per l'uomo che, individuato nello spazio e nel tempo, opera in base a motivi. In conformità a ciò S. svaluta e nega tanto la storia, priva di un vero fine e di un progresso (Die Welt, I, § 38), quanto la virtù delle opere, riducibile a un egoismo lungimirante (ibid., § 70). Valore e virtù entrano sulla scena soltanto allora: quando l'illusione egoistica se ne ritrae e ritraendosene determina il venir meno simultaneo dell'individuo e dell'azione. Infatti la massima del diritto che costituisce per S. il primo capitolo della morale, suona negativamente: neminem laede. L'imperativo etico che le si aggiunge, completandola e superandola, imo omnes quantum potes uiva (Über die Grundl. der Mor., 17), afferma solo la positività di un sentimento negatore della ragione. È questo sentimento è la pietà (Mitleid). Nella pietà è compassione (scambiata e confusa da S. con l'ayáyŋŋ po- lina causa l'inesperienza di una reale socievolezza [ibid., 18]), l'uomo ravedutosi dall'inganno dell'individuazione vive il dolore degli altri noumenicamente e proprio perché quale suo proprio. S. tuttavia non sa spiegare come avvenga un simile ravvedimento, incompatibile con l'uomo che è tale perché fenomeno; ricorre pertanto, sempre a suo modo, a un altro concetto cristiano: quello di Grazia. La virtù autentica, non doverosa, è un vero miracolo della Grazia (della Grazia che ci è immanente [Die Welt, I, § 70]) e non è l'unico miracolo, né l'ultimo. Il miracolo-principe è l'ascesi (di là dal male quanto dal bene) nella vita alla conversione della Volontà che, abdicando a sé medesima come Noluntas, ci lascia limpidi conoscenti; liberi persino dal Mitleid della morale (ibid., 7, § 68; II, § 48). E oltre questo miracolo, la santità, c'è l'altro, per non durevole che sia, della contemplazione estetica (sul cui piano nascono le arti). In essa il soggetto varca il fenomeno e raggiungendo, oltre l'ambito dei concetti il lui, si presieduti dal principio di ragione, l'idea eterna, ne diviene partecipe (ibid., I, § 36). S., in proposito, parla di una perdita nell'oggetto dell'individuabilità che vi perviene (l'individualità empirica data già per esclusiva) ma in effetti il suo platonismo esorta fecondamente, in senso mistico positivo, sia dalla lettera gnoseologistica che lo deprime, sia dall'irrazionalismo che lo subordina formalmente con il relativo travolgimento di concetti e di valori. S. aspira (e questa è la sua vera anche se implicita esigenza) alla fondazione di una mistica in una ragione pura che dia il metro per giudicare ingannevole e sostanzia di cecità la ratio empirica mondana. In base a tale esigenza S. cerca di reintegrare come persone i soggetti negati come individui fenomenici, facendo corrispondere a ognuno di essi un'idea (v.) platonica nel mondo intelligibile. Rippristinando in questo libertà e responsabilità, egli mostra d'altronde come al di sopra delle negazioni brahamniche e buddhistiche il Nulla ascetico debba riempirsi di una positività assoluta (Die Welt, I, in fine). Tutto ciò sta a provare come certa metafisica nullistica contemporanea, di evidente ispirazione schopenhaueriana malgrado gli scagionamenti del fondatore (Heidegger), si definisca nel limite di S. (cf. T. Moretti Costanzi, L'ascetica di Heidegger, Roma 1949; id., Circa un giudizio dello Heidegger sulla mia «Ascetica di Heidegger», in Teoresi, 6 [1951], pp. 11-17). S. si affermò atteso ma non fu tale, forse, che nei confronti del Dio pre-cristiano e arti-cristiano (il «Dio giudaico», com'egli disse) istituito dall'umanesimo mondanistico. Dalla intenzione di condannare questa empietà in nome del cristianesimo, S. fu portato a contraddirlo con la sua metafisica pessimistica. Il suo pensiero è sostanzialmente un'eresia gnostica (cf. Ch. Renouvier, Schop. et la métaphysique du pessimisme, in L'année phil., 1892).

BIBL.: un preciso rendiconto delle varie edizioni parziali e complete, con relative ristampe, delle opere di S. trovasi in Überweg, IV, pp. 133-47, dove è data, altresì, una vasta informazione bibliografica (pp. 686-90). La migliore edizione critica delle opere di S., compresi inediti e carteggi, è quella di P. Deussen in 16 voll., Monaco 1911-42. Delle A. S. sismitiche Werke a cura di J. Frauenstädt, c'è una nuova edizione riveduta e rielaborata da A. Hübscher in 6 voll., Wiesbaden 1946 sgg. Traduzioni italiane: La quadriflore radice del principio di ragion sufficiente, Lanciano 1915; Il mondo come volontà e rappresentazione, 3ª ed., 2 voll., Bari 1928-30 (notevole, per la prefazione di B. Varisco, è la traduzione italiana di N. Palanga della stessa opera [vol. I] edita a Perugia nel 1913); Saggio sul libero arbitrio, Milano 1908; Metafisica dell'amore (dal Die Welt a. W. u. V., vol. II), Napoli 1906; S., scelta antologica a cura di P. Martinetti e con sua pref., Firenze 1941; dai Parerga und Paralipomena: La filosofia delle università, Torino 1949; Morale e religione, ivi 1908; Memorie sulle scienze occulte, ivi 1939 (il primo cap. di questo libro è tratto da Über den Willen in der Natur). Nel campo della vastissima bibliografia su S. valga soprattutto, per una informazione esauriente, lo Jahrbuch der S. Gesellschaft, Kiel 1912-48. Qui ci si limita all'indicazione degli studi che interessano maggiormente da un punto di vista cristiano: E. Seillière, S., Parigi 1912; G. Faggin, A. S. e la mistica, in Sophia, 1 (1933), pp. 430-35; e 2 (1934), pp. 84-105; P. Mignosi, S., Brescia 1934; U. A. Padovani, S., Milano 1934; T. Moretti Costanzi, S., Roma 1942. Le più note opere d'insieme su S., ovunque citate, sono: K. Fischer, S. (Gesch. d. n. Philos., 9), Heidelberg 1893; 3ª ed. ivi 1908; J. Volkelt, A. S., Stoccarda 1900; A. Covotti, La vita e il pensiero di A. S., Torino 1909; Th. Ruyssen, S., Parigi 1911. Per le notizie riguardanti la persona e la famiglia di S., l'opera più esauriente è quella di R. Borch, S., Berlino 1941. Bibl. recente in G. A. De Brie, Bibliographia philosophica 1934-45, I, Utrecht-Bruxelles 1950, pp. 455-59; G. Faggin, S., il mistico senza Dio, Firenze

1951. Teodorico Moretti Costanzi SCHÖPFER, AEMILIAN

Politico e sociologo tirolese, n. il 29 apr. 1858 a Bressanone, m. il 24 marzo 1936 a Innsbruck.

Ordinato sacerdote nel 1880, dal 1887 al 1913 fu professore di S. Scrittura e lingue orientali nel Seminario di Bressanone. Attivo come era, cercò di organizzare varie opere sociali e culturali e di diffondere la sana dottrina per mezzo della stampa. A Bressanone fondò la Brixener Chronik, poi l'Unione cattolico-politica per la stampa (Catholic-Polit. Pressverein), nel 1892 la rivista Tiroler Volksbote, nel 1907 la casa editrice "Tirolia" con propria tipografia a Innsbruck; nel 1913 la rivista Alpen-länderbote e nel 1918 il settimanale Neues Reich. Capo del Partito sociale cristiano, il S. fu membro del Consiglio del Tirolo (Tiroler Landtag, 1895-1927), e nel periodo 1897-1923 anche del Consiglio imperiale e quindi nazionale austriaco (Reichs, poi Nationalrat). Si distinse specialmente nel campo della politica agraria.

Scritti: Geschichte des Alten Testaments (1893, 6a ed. 1923); Bibel und Wissenschaft (1896, 2a ed. 1932); Schutz dem Bauernstand (1898); Verschuldungsfreiheit oder Schuldenfreiheit (1904, 2a ed. 1906); Monarchie oder Republik (1919); Th. V. Aquin als Bahnbrecher der Wissenschaft (1925).

BIBL.: G. Uhlhorn, Dem Gedächtnis von A. Sch., in Schöne Zukunft, 11 (1936), pp. 734-35.