Enciclopedia Cattolica vol. IX, 1952 Filosofia Problemi e argomenti particolari

OGGETTO

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OGGETTO. - Da ob-icere (ob-iectum, gr. ἀντι-κλίμενον) è ciò che sta di fronte, che è posto innanzi. Implica pertanto, etimologicamente, un rapporto di presenza di qualcosa a qualcuno: non, quindi, una pura realtà in sé, ma nelle sue possibili relazioni a un soggetto (v.). Nel significato corrente o. vale, in genere, « cosa », « argomento » (ad es.: o. di un discorso, di un processo).

Nell'uso filosofico il termine ha due riferimenti principali: a) o. è il termine cui si rapporta una facoltà, una tendenza, un atto, un'abitudine (il bene o. della volontà, l'espressione estetica o. dell'arte, l'ossequio e il culto a Dio o. della religione, ecc.). Analogo il significato di o. riferito a scienza: dove è tradizionale la distinzione dell'o. in materiale (la realtà, il contenuto o argomento preso in considerazione da una scienza) e formale (l'aspetto caratteristico sotto cui una scienza considera la sua materia): p. es., l'uomo (o. materiale) studiato dalla scienze sociologiche nell'esplicazione delle sue attività di relazione (o. formale). Tale distinzione peraltro si applica anche a o. come termine di una facoltà: in questo senso o. formale e detto da s. Tommaso « illud sub cuius ratione omnia referuntur ad potentiam » (Sum. Theot., 1°, q. 1, a. 7, c.): così il colore è o. formale (sub quo) della vista, mentre le cose colorate sono suo o. materiale. S. Tommaso, con Aristotele, distingue ancora l'o. « comune » che può essere termine di facoltà anche specificamente diverse (p. es., lo spazio o. della vista e del tutto), e l'o. « proprio » « quod est primo et per se cognitum a virtute cognoscitiva » (ibid., q. 85, a. 8, c.). Dall'o. formale-proprio il tomismo deriva la specificazione delle facoltà e degli atti (ibid., q. 77, a. 3, c.; cf. 1°-2°, q. 18, a. 2 e III Sent., dist. 27, q. 2, a. 4, q. 1 ad 3).

b) O., con significato essenzialmente gnoseologico, e contrapposto a soggetto (v.), è il contenuto e termine della conoscenza. Esso ha assunto nella storia della filosofia determinazioni assai diverse, in rapporto alle varie interpretazioni metafisiche della conoscenza stessa. Nella scolastica medievale l'espressione « esse obiectivum » indica frequentemente la forma di essere rappresentativo che un contenuto ha nella conoscenza, mentre « esse subiectivum », è la modificazione reale che un atto di conoscenza importa come forma della mente: « esse obiective idem est quod esse in prospectu intellectus » (Erveo di Nedellec, Quodl., I, 1; cf. M. De Wulf, Storia della filos. mediev., III, trad. it. di V. Miano, Firenze 1949, pp. 58-59 e 40 [per Occam]). Ma accanto a questo senso c'è già l'opposto uso moderno che identifica o. con « cosa in sé » contraddistinta dal soggetto conoscente e dalla stessa immagine rappresentativa: « obiectum non potest secundum se esse praesens intellectui nostro et ideo consequitur species quae est praesens, quae supplet vicem obiecti » (Duns Scoto, Reportationes, I, 36, q. 2, 34; G. Occam, Sent., II, 15; cf. De Wulf, op. cit., p. 15). La stessa accezione in Campanella: « realiter agunt in nos obiecta » (Metaph., I, 38). In Cartesio coesistono il senso medievale e quello moderno: « una cosa esiste oggettivamente o per rappresentazione nella mente, per mezzo della sua idea », mentre « esistere formalmente e di fatto » appartiene alle cause delle idee (Medit., III; trad. it. di A. Tilgher, I, Bari 1938, pp. 122-13, 124); ma insieme: o. è la realtà « fuori di me » cui possono essere e non essere simili le idee (ibid., pp. 109-10; cf. Princ. philos., I, 70; Passiones, I, 23). In Berkeley (v.) o. è il contenuto immanente della conoscenza e cioè la stessa idea (v.) : « gli o. del sapere umano sono idee »; « l'o. e la sensazione sono la stessa cosa e perciò non si può separare l'uno dall'altra » (Principles, trad. it. di G. Papini, Bari 1925, pp. 27-28; cf. Siris, § 292). Analoga accezione in Hume (Tractise of human nature, parte 4°, sez. 2°). In Kant non manca l'uso di o. come realtà effettiva : « Spatium non est aliquid obiectivi seu realis... sed subiectivum et ideale » (De mundi sens. atque intell. forma et princ., § 15); ma poi, nella Critica o. è la rappresentazione conoscitiva (fenomeno [v.]), distinta dalla cosa in sé, sebbene a questa rapportata per via dell'intuizione empirica (v. OGTTIVISMO). In Fichte (v.) o. è lo stesso Soggetto assoluto come termine a se stesso della propria rappresentazione : « L'Io rappresenta se stesso... e solo allora è Qualcaea, un o. »; « L'Io originariamente pone assolutamente il proprio essere » per cui « l'Io è necessariamente identità del Soggetto e dell'O. : Soggetto-O. » (Wissenschaftslehre, trad. it. di A. Tilgher, 2° ed., Bari 1925, pp. 57-58). Anche Schopenhauer (v.) distingue l'o. dalla cosa in sé : « L'O. non è cosa in sé; ma esso è, come o. empirico, reale »; « tutto ciò che esiste per la conoscenza, adunque questo mondo intero, è solamente o. in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce : in una parola, rappresentazione » (Die Welt, etc., II, cap. 2; trad. it. di G. De Lorenzo, II, Bari 1930, p. 29 e I, ivi 1928, pp. 3-4). N. Hartmann (Metaph. der Erkenntnis, I, cap. 8) distingue quattro significati di o. : « ciò che è effettivamente conosciuto (objectum); ciò che è ancora da conoscersi (obijciendum); ciò che non è di fatto conosciuto (transoggettivo); infine ciò che non è conoscibile (irrazionale o transintelligibile). Dall'o. inteso in questi 4 sensi va distinta la creazione [la rappresentazione] realizzata nella coscienza ».

In una concezione realistica della conoscenza sembra doversi ammettere una distinzione fondamentale di o. : l'o. immanente (interno, gnostologico, attuale) e l'o. trascendente (esterno, ontologico, potenziale). O. immanente è il contenuto intrinseco della rappresentazione conoscitiva : in questo senso esso coincide con il « dato » della conoscenza; o. trascendente è la realtà in sé cui eventualmente si rapporta l'o. immanente. La conoscenza ammette o. puramente immanenti, che, come tali, non hanno effettiva consistenza fuori della coscienza (pure immaginazioni, entità logiche, ecc.). Ma nel suo complesso la conoscenza umana si rapporta a un o. ontologico, trascendente : la realtà in sé, il mondo sensibile-intelligibile, Tuttavia, per il limite, la storicità e il margine di relatività inerente alla conoscenza umana, essa non comporta, per nessun o. reale-ontologico, una piena adeguazione e coincidenza fra l'o. immanente e l'o. trascendente (v. CONOSCENZA).

Bibliografia6 opere
BIBL.: oltre le opere citate, v. A. Lalande, Vocab. techn. et critique de la philos., 5° ed., Parigi 1947, pp. 684-85. Ampia informazione storica in R. Eisler, Wörterbuch d. philos. Begriffe, II, 4° ed., Berlino 1929, pp. 274-328; S. Adamczy, De obiecto formali intellectus nostri (diss.), Roma 1933; A. Guzzo, L'io e la ragione, Brescia 1947, pp. 111-21; J. Maréchal, Le point de départ de la métaphysique, V, 2° ed., Bruxelles-Parigi 1949, pp. 549-53, 519-28 e passim (v. indice, p. 616). V. anche ai singoli autori, e inoltre : CONCETTO; CONOSCENZA; IDEALISMO; VERITÀ.

Ugo Viglino

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), coll. 84–85.

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Viglino, Ugo. “Oggetto.” In Enciclopedia Cattolica, vol. IX, coll. 84–85. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952. https://azioneromana.com/it/article/oggetto.

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Viglino, Ugo. “Oggetto.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952, coll. 84–85. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/oggetto.

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