SOGGETTO

SOGGETTO. - Il termine s. presenta diverse accezioni. Nell'uso corrente si dice s. di una proposizione, di una discussione, di un'opera, di una scienza, ciò di cui in esse si tratta; deriva infatti dal latino subiectum: ciò che sottostà, che è sottoposto (a riflessione, discussione, ecc.).

Il termine latino traduce il greco ὑποκείμενον, che già in Aristotele assume un riferimento complesso, avendo insieme un valore logico e metafisico; logicamente è ciò di cui si afferma o nega un predicato, metafisicamente è sia la materia indeterminata, sia l'essere determinato che sostiene le qualità e le affezioni (cf. Phys., I, 2, 185 a 32; Met., VII, 3, 1029 a 1). Quest'ultimo significato, con quello logico, è passato direttamente alla tradizione, come il significato specifico di s. Aristotele stesso (Cat., 2) chiarisce e distingue questi due usi del vocabolario, dimostrando come non sempre il s. logico di una proposizione coincida con il s. reale, o di inerenza; infatti altro è affermare o negare l'attributo di un s., come nel caso in cui si predica il genere della specie o la specie dell'individuo (in Socrate è uomo l'uomo, in generale, è attribuito di Socrate, ma non è in Socrate), altro è riferire al s. una qualità, che anche senza esserne l'attributo essenziale, sia nel s. stesso (es., Socrate è sapiente). Va inoltre rilevata la distinzione fra s. logico e s. grammaticale; quest'ultimo è determinato soltanto dalla forma della proposizione e non sempre coincide con il primo.

Il significato fondamentale di s. nella filosofia post- aristotelica, fino all'età moderna, è quello derivante dal suo valore di essere sostanziale, in contrapposizione con gli attributi o accidenti che ad esso vengono riferiti. Esso diviene, in tal modo, sostanza (v.), essenza (v.), ipostasi, ecc. Nella terminologia scolastica esse subiective significa esistere per sé, esse obiective sussistere soltanto nel pensiero. Ancora Cartesio definisce come «soggettivo» ciò che è proprio delle cose, formaliter in se ipsis, e come «obiettivo» ciò che è appunto l'oggetto del pensiero, che esiste idealiter in intellectu (cf. Medit., III).

Soltanto dal sec. XVII in poi si viene accentuando quel significato del s., che deriva dal suo essere anche s. di attività, oltre che di qualità, e in particolare di attività conoscitiva. Inizialmente la coscienza stessa era considerata come una delle qualità di un s., poi, con le nuove formulazioni del problema gnoseologico, essa assume sempre più il valore di attività propria, essenziale del s., fino a coincidere con il s. medesimo. Al contrario il termine «oggetto» (v.) passa a significare la realtà in sé, indipendente dal pensiero. Questo capovolgimento di significati è definitivamente sanzionato dalla filosofia kantiana (Krik d. r. Vernunft, passim) e idealistica. S. e lo subiscono le medesime oscillazioni di valore e le medesime distinzioni (es., s. trascendentale, s. empirico, ecc.).

Il significato primitivo di s., rimasto nell'uso comune, viene spesso confuso con il significato ormai acquisito di «oggetto»; è possibile tuttavia una distinzione; s. è in generale ciò di cui effettivamente si tratta, «oggetto» più precisamente ciò che una discussione, una ricerca scientifica, ecc. si propongono di raggiungere.

BIBL.: A. Lalande, Vocabulaire technique et critique de la philosophie, 5a ed., Parigi 1947; R. Eisler, Wörterbuch d. philosophie, III, 4a ed., Berlino 1930, pp. 165-72; V. CONOSCENZA: IDEALISMO; PERSONA: REALISMO.