SOFISMA. - Nell'uso primitivo σύριαμα (da σοφία, sapienza) è ogni ritrovato o invenzione del pensiero (inventum, scitum). Dopo che dalla sofistica (v. SOFISTI) la dialettica, attraverso espedienti verbalistici (cf. gli esempi riferiti da Aristotele nel De sophisticis elenchis, cap. 4 sgg.), fu fatta servire a intenti negativi, anche il termine s. assunse senso peggiorativo e fu usato a indicare un argomento illogico (o falso), apparentemente corretto: «quando sembri provare è s. non dimostrazione: (ἐν δὲ φαίνεται, σύριαμα ἔσται, οὐκ ἀπόδειξις: Top., VIII, 11, 162 a 14-15; cf. De soph. el., 1, 165 a 21; e Sesto Emp., Phyrrh. hypoth., II, 22, 229 sgg.: «i s. ledono la verità con parvenza di verosimiglianza»).
L'ulteriore significato assunto dal termine, come argomento intenzionalmente capzioso - per cui s. vien talora distinto dal semplice paralogismo o argomento illogico - è pure di derivazione sofistica: tale senso non si trova esplicito in Aristotele che identifica s. e paralogismo (De soph. el., 1, 164 a 21), ma è tuttavia contenuto nella qualifica del s. come «argomento contenzioso» (σύριαμα δὲ συλλογισμὸς ἐριστικὸς: Top., VIII, 11, 162 a 16-17; cf. 12, 162 b 3-5; cf. Reth., 1, 1355 b 17: «il sofista è tale per deliberazione», κατὰ τὴν προάγειν) e nell'affermazione che il sofista mira a trarre lucro da una scienza apparente (De soph. el., 1, 165 a 22). Il predetto significato è invece espresso dal termine latino «fallacia» (da fallere, ingannare), usato nel medioevo come sinonimo di s. (ma già Seneca, dopo Cicerone, rendeva s. con «cavillatio»; cf. Ep., 111, e Cic., Acad., IV, 24, 75: «sophismata appellantur fallaces conclusiunculae»; cf. anche s. Agostino, De doctr. christ., II, cap. 34, n. 48). C'è infine un terzo significato - discutibile peraltro - indicato dal Lalande (Vocab. techn. et crit. de la philos., 5ª ed., Parigi 1947, pp. 989-90), secondo cui s. è un argomento che da premesse vere, o accettate come tali, porta a conclusioni impossibili e paradossali e tuttavia non appare confutabile perché logicamente corretto: tali, p. es., secondo alcuni, gli argomenti di Zenone o le antinomie kantiane. L'esistenza di tali s. mostrerebbe, secondo il Lalande, che le leggi della logica «n'ont pas un champ d'application illimité» (loc. cit.).
Una classificazione delle varie forme di s. e insieme una minuta esposizione dei metodi per controbatterli è data da Aristotele nel De soph. el., cap. 4 sgg. Aristotele distingue le forme di s. derivanti dall'espressione o linguaggio («secundum dictionem»): equivocazione nei termini; ambiguità della frase; variazione nell'accento; passaggio dal senso diviso di una proposizione a quello composto e viceversa; somiglianza di espressione (cf. cap. 4, 165 b 24 sgg.); e le forme estranee al linguaggio («extra dictionem»): attribuzione al soggetto di ciò che appartiene soltanto a una sua determinazione, fallacia accidentis; accezione in senso assoluto di ciò che è vero solo in un determinato senso, dictum simpliciter et dictum secundum quid; ignoranza o confusione dell'argomento, ignorantia elenchi; vizio di inferenza, fallacia consequentis; assunzione a premessa di ciò che deve dimostrarsi, petitio principi; confusione di ciò che non è causa con la causa, non causa pro causa; interrogazione complessa che esige risposte contrarie, proposta come una sola interrogazione: sophisma plurium interrogationum ad modum unius (cf. cap.
5, 166 b 28 sgg.). La classificazione aristotelica era tratta dalla prassi dell'antica sofistica. Fra le ulteriori forme di s. non elencati nella logica di Aristotele, e da cui non sempre è andata esente la metodologia della scienza moderna, vanno ricordate: la generalizzazione fondata su un'induzione insufficiente (sophisma inductionis) o su semplice analogia (sophisma analogiae), e le deduzioni da un'ipotesi presentate come verità certe (sophisma hypothesis).