SOCIOLOGIA

SOCIOLOGIA. — Il termine si fa per la prima volta usato da A. Comte (Cours de philos. posit., IV, lez. 47, Parigi 1839, p. 252) per indicare lo studio positivo delle leggi dei fenomeni sociali.

I. S. EMPIRICA O DESCRITTIVA. — Lo studio della fenomenologia sociale è già presente presso gli sto-rici e filosofi greco-romani, non solo come osservazione comparativa dei costumi umani, ma anche come constatazione di costanti fenomeniche e del condi-zionamento sociale dell’attività umana.

Se Erodoto, ancora implicato in considerazioni mitiche, non pervenne, nonostante le sue preziose osservazioni etologiche, al concetto di leggi sociali, queste vennero individuate da Tucidide che, alla luce della legge generale di potenza, tentò una spiegazione dell’ori-gine e dello sviluppo della guerra peloponnesica (cf. W. Jaeger, Paideia, trad. di L. Emery, 2a ed., Firenze 1943, p. 559 sgg.). Anche in Platone si può notare «uno sforzo per trattare scientificamente i fatti economici e sociali» (L. Robin, Platon et la science sociale, in La pensée hellén. des orig. à Epicure, Parigi 1942, p. 229); ma è Aristotele che fa dello studio positivo della materia sociale un elemento essenziale della sua concezione filosofico-politica: non solo infatti curò la silloge di 158 costituzioni greche, ma nella Politica studiò la morfologia (II. IV, VI), il dinamismo e la patologia (I. V) delle costituzioni alla luce di determinanti sociali di carattere etico, psicologico, economico e ambientale (cf. W. D. Ross, Aristotele, trad. di A. Spinelli, Bari 1946, p. 390 sgg.).

Nell’epoca moderna l’impulso allo studio della fe-nomenologia sociale venne dalle grandi scoperte geogra-fiche che suscitarono l’interesse del problema della civiltà e permisero l’uso scientifico del metodo comparativo. Soprattutto vi contribuì il rapido sviluppo demografico, economico e scientifico dell’80, che determinò una vasta e complessa problematica sociale e di conseguenza il sor-gere autonomo di innumerevoli scienze sociali e insieme la necessità di una scienza che studiasse il fatto sociale nella sua essenzialità unitaria. Questa scienza sociale fu chiamata dai sansimoniani «nuova scienza» e dal Comte «fisica sociale» prima, e «s. p.». Ma la mentalità positivistica e naturalistica che fu alla base del sorgere della s., impedì a lungo a questa di affermarsi nel suo valore scientifico di ricerca induttiva delle leggi del fatto sociale in quanto tale, sebbene fin dalla prima metà del-1’80 si fosse individuata la metodologia di tale ricerca, cioè, oltre all’applicazione del metodo comparativo, quella del metodo statistico (J. Quétel, Sur l’homme et le dé-veloppement de ses facultés ou Essai de physique sociale, Parigi 1835) e quella del metodo delle monografie e inchieste (F. Le Play, Les ouvriers européens, 1835). Per Comte la s. è la scienza generale e suprema, avente per oggetto i fenomeni sociali come un tutto indivisibile, con lo scopo di stabilire le leggi della natura umana specifica, espri-mentsi nella società (Système de polit. posit., ivi 1851-54): egli nega ogni valore scientifico alle scienze sociali partico-lari poiché distinguono un tutto indivisibile, e quindi vuole che siano completamente assorbite dalla s. (Cours de philos. posit., V, ivi 1852, p. 271). Spencer invece sostiene la necessità delle scienze sociali allo scopo di giungere, per

esse, a una sintesi superiore, cioè alla s., che in sé « assimila integralmente il vasto aggregato eterogeneo» dandogli un significato unitario (Principles of sociology, I. Nuova York 1882, p. 462). Dello stesso parere è lo Small che definisce la s. « un tentativo per integrare e generalizzare tutte le conoscenze, riferendosi alle diverse influenze che agiscono sulle associazioni umane» (General sociology, Chicago 1905, p. 7). F. H. Giddings invece fa della s. una scienza base, il cui scopo specifico è studiare « la natura del socius, le sue abitudini e le sue attività» (Elements of sociology, Nuova York 1898, p. 10). Tutte queste concezioni portano a un assolutismo sociologico, in cui la s., come scienza positiva, viene a sostituire l’interpretazione filosofica e a rappresentare il significato esplicativo di tutta la fenomenologia umana: si giunge così a un vero e proprio sociologismo, che trova la sua massima espressione nella scuola sociologica di E. Durkheim (Division du travail, Parigi 1893; Les règles de la méthode sociologique, 1895).

In contrapposizione a questa esagerata preminenza della s., J. MELLO (v.) nega la necessità e la possibilità stessa della s. come scienza speciale (A system of logic, Nuova York 1934, p. 547 sgg.), e molti moderni si fermano su una posizione del tutto empirica, che considera la s. più come metodo di ricerca o « spirito sociologico », che come vera e propria scienza distinta dalle molteplici scienze sociali (cf. J. Leclercq, Introduction à la s., Lovanio 1948, p. 199). Certamente la s. empirica, come ogni scienza riguardante l’attività umana, non può essere considerata scienza perfetta, in quanto non è in grado di pervenire a una interpretazione della fenomenologia sociale e a una certezza paragonabile a quella delle scienze naturali. Ma il problema che si pone è se la s. abbia un oggetto di ricerche su proprio che la distingua dalle altre scienze sociali: la maggior parte dei sociologi contemporanei, specialmente negli Stati Uniti d’America, lo afferma, senza più pretendere di dare ad essa una particolare preminenza sulle altre (H. E. Barnes-H. Becker, Social thought from lore to science, I, Nuova York 1938, p. x). Il Dictionary of sociology (ivi 1944, p. 302) considera come oggetto proprio della s. « i fenomeni che sorgono dai rapporti di gruppo degli esseri umani » o anche « l’uomo e il suo ambiente umano nei loro reciproci rapporti ». Ciò che sembra un tanto meno evidente è lo studio di quel complesso condizionamento sociale, in cui si deve concretizzare tutta l’attività umana, sia nella sua totalità che nei suoi particolari aspetti. In questo modo essa si serve di tutti i dati delle varie scienze sociali, e insieme li riconsidera tutti dal suo proprio punto di vista, determinando un’intima interdipendenza, del massimo valore per l’adeguata conoscenza di tutta le fenomenologia sociale. Evitando ogni postulato filosofico e ogni tentativo di pervenire a interpretazioni o a generalizzazioni anti-scientifiche, la s. empirica deve rimanere sul piano delle sistematiche osservazioni e delle metodiche verificazioni di ipotesi fenomeniche, per poter stabilire le leggi del condizionamento sociale.

II. S. RAZIONALE. – L’interpretazione della concretezza sociale non può fondarsi che su ipotesi prese dalla filosofia, la quale sola, stabilendo la natura dell’uomo e della sua attività, può comprendere tutta la fenomenologia sociale nel suo intimo significato umano. positivismo (v.), che pretese di sostituire la filosofia con la s. empirica quale scienza positiva interpretante la società e tutto il vivere umano, non fece che applicare presupposti filosofici a una più o meno valida indagine scientifica.

Il sorgere della s. razionale è intimamente connesso con il formarsi nel ’700 storia (v.) e della problematica dell’origine della civiltà e del progresso. G. B. Vico (v.) che si può considerare il suo primo rappresentante, ne indicava la natura, osservando « aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragione de’ filosofi » (Scienza nuova seconda, I, sez. 2, c. 140, Bari 1942, p. 77). Mentre l’idealismo hegeliano negò ogni possibilità della s., riducendo tutta la realtà stoico-sociale a momento della dialettica razionale dell’idea, il marxismo, con le sue teorie della preponderanza del fattore economico, delle superstrutture ideali e della lotta di classe, pose le basi di una vera e propria dottrina sociologica interpretante tutti i fatti sociali e storici alla luce del materialismo (v.) storico e dialettico (cf. F. Engels, Der Ursprung der Familie, des Privat-einhalts und des Staats, Zurigo 1884).

La teoria sociologica naturalistiche partono da una doppia premessa filosofica: l’attività umana vincolata da un determinismo naturale; e la società concepita o atomisticamente come risultante di energie individuali, o realistica come una totalità anteriore agli individui. Le concezioni naturalistiche, sia quelle fondate sull’atomismo nominalista che sul realismo totalitario, si preoccupano di determinare i fattori naturali predominanti, con cui spiegare tutta la fenomenologia sociale non solo sul piano morfologico, ma anche su quello dinamico. I sociologi naturalisti, in conformità ai filosofi della storia, nell’800 e nel primo ’900, cercarono di stabilire le leggi di un progresso evolutivo in linea retta, costante, uniforme e universale (cf. P. T. Sorokin, Social and cultural dynamics, I, Nuova York 1937, cap. 4); nel corso invece del sec. XX, respingendo la teoria lineare, si sono sempre più interessati a studiare i processi di trasformazione sociale, per stabilire le leggi delle loro costanti, delle loro varietà, delle loro ripetizioni cicliche. I rappresentanti della scuola fisico-meccanistica o dinamica (E. Solvay, W. Ostwald, W. Bekheteref) e della scuola geografica (W. S. Jevons, H. L. Moore) partono da fattori cosmologici; quelli delle scuole biologiche (E. G. Conklin, F. Galton, K. Pearson, H. S. Chamberlain, C. Lombroso) ricorrono, per stabilire il fattore determinante bio-sociale, evoluzione (v.), selezionare naturale o adattamento, di ereditarietà, di razza; quelli delle innumerevoli scuole psicologiche (v. società) spiegano il fattore psico-sociale, attraverso le varie teorie degli istinti, sentimenti, desideri, attitudini, comportamenti, reazioni, limitazione, ecc.; quelli infine della scuola propriamente sociologica (Durkheim) mirano a stabilire il fattore specificamente ed esclusivamente sociale nelle leggi della solidarietà (v.) e nel meccanismo della coscienza collettiva.

Giustamente W. Diltey (Einleitung in die Geisteswissenschaften, Lipsia 1883) si opponeva alla s. positivista, affermando che le scienze dello spirito non possono essere trattate alla stregua delle scienze della natura. Egli a questo fine ricorse all’esperienza interiore (Erlebnis), respingendo ogni astrazione derivante dall’analisi bruta dei fatti, poiché solo l’intuizione vitale può dare il senso intimo della realtà storico-sociale: lo studio della storia e della società deve compiersi attraverso categorie, con cui l’individuo diventa interpretato dalla realtà a lui vitalmente unita (Lebenseinheit). Da questi principi si è svolta, in opposizione al naturalismo, ma spesso in ibrida confusione con esso, la s. tedesca. F. Tönnies (Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) tenta di fondare una « s. pura », avente per oggetto i vincoli sociali (Verbandenheit), secondo le due categorie fondamentali (op. cit., 2ª ed., ivi 1912) di « comunità » e « società », derivate dall’esperienza psicologica delle forme del volere umano, spontaneo o vitale e riflesso o razionale (cf. J. Leif, La s. de Tönnies, Parigi 1946). G. Simmel è l’iniziatore della s. puramente « formale » (Soziologie. Untersuchungen über die Formen der Vergesellschaftung, Lipsia 1908); egli, lasciando alle scienze sociali e alla s. empirica lo studio del « contenuto » sociale, intende unicamente dedicarsi alle « forme » sociali, risultanti dalle possibili relazioni interindividuali, determinante dall’analisi psicologica (Le problème de la s., in Rev. métaph., 2 [1894], p. 497). Max Weber, collegandosi più strettamente al Dilthey e al Rickert, concepisce il fatto sociale come essenzialmente storico, e quindi comprensibile solo attraverso l’intuizione soggettiva: egli fonda la « s. comprensiva » (verstehende Soziologie), il cui compito è di rilevare gli Idealtypus, stabilendo uno « Zweckrationales Schema », che permette di raggiungere il significato soggettivamente pensato delle forme sociali, e quindi il motivo interiore di tutti

gli atti sociali (Gesammelte Aufsätze zur Sozial-und Wirtschaftsgesch., Tubinga 1924). In O. Spann (Gesellschaftslehre, Lipsia 1914; Der wahre Staat, ivi 1921) la s. a. surge a vera e propria metafisica di tipo platonico. Anche O. Spengler (Der Untergang des Abendlandes, Monaco 1918-22) sembra dare alla società, intesa come cultura, un significato metafisico, a cui stranamente collega quello di corpo vivente con la sua parabola vitale, facendo della s. un romanzo metafisico con sfondo pessimistico. La storicità è sviluppata soprattutto da A. Weber (Kulturgesch. und Kultursoziologie, Leyda 1935), che vede tutto il processo storico-sociale secondo i concetti fondamentali di società, civilizzazione e cultura; e da K. Mannheim (Mensch und Gesellschaft im Zeitalter des Umbaus, ivi 1935).

Molto più importante è la s. fenomenologica, che ha suoi massimi rappresentanti in Max Scheler (Versuche zu einer Soz. des Wissens, Monaco 1924; Die Wissensformen und die Gesellschaft, Lipsia 1926). A. Vierkandt (Gesellschaftslehre, 2a ed., Stoccarda 1928), Th. Litt (Individuum und Gemeinschaft, 3a ed., Lipsia 1926). Per escludere il pericolo di totalitarismo in cui sono incorsi molti rappresentanti della s. tedesca, G. Gurvitch elabora la dottrina del «pluralismo sociale», considerando la s. come espressione di varie forme sociali fisse e immutabili, che varamente collegandosi formando il complesso sociale amalgamato nell’unità del «controllo sociale» (autori vari, Le contrôle social, in La sociologie au XXe siècle, I, Parigi 1947, p. 271 sgg.).

Tutte queste teorie sociologiche, fondate su categorie formali, su forme astratte di relazioni, su una analisi fenomenologica della coscienza, non possono interpretare la realtà concreta della società, ma solo costruire ipotesi arbitrarie. La s. razionale non può fondarsi che su ipotesi derivate dalla metafisica della persona umana. Per i sociologi cristiani quindi essa deve fondarsi sulla considerazione che tutta l’attività sociale, anche quella propria del complesso sociale, è essenzialmente perenne espressione della razionalità e libertà individuale, la quale, pur condizionata da leggi naturali biologiche, fisiche, psicologiche e sociologiche, si afferma nella «collaborazione» sociale, per la realizzazione del suo fine eterno attraverso la conquista dei beni finiti.

Oggetto della s. razionale è lo studio positivo della società in concreto, nel suo immanente significato di storica processualità, allo scopo di stabilire le leggi che determinano la sua formazione e il suo sviluppo. Suo scopo non è di dare giudizi di valore, ma di interpretare la concretezza storico-sociale. Tuttavia essa permette, con la verificazione delle ipotesi e la determinazione delle leggi sociali, la piena comprensione della natura sociale dell’uomo e quindi la formulazione successiva di giudizi di valore, che diventeranno criteri di attività pratica attraverso la filosofia e politica sociale. L. Sturzo, riallacciando alla posizione viciana (G. Marchello, Storicismo e spiritualismo, in Riv. intern. di scienze sociali, 22 [1950], fasc. 1), tenta di stabilire su questi principi una s. storica, applicando allo studio positivo della società in concreto il metodo storico-critico (La società: sua natura e suoi leggi, Bergamo 1949, p. 28).

Egli difende anche la necessità di una s. del soprannaturale, in quanto solo con ipotesi teologiche si può dare un’adeguata interpretazione alla concretezza sociale in cui opera la vita soprannaturale dei singoli e della Chiesa (cf. La vera vita, Roma 1947).

Il pensiero contemporaneo, nonostante l’atteggiamento negativo dell’idealismo e del relativismo e la giustificata diffidenza della maggior parte dei filosofi spiritualisti, sente la necessità di giungere a un’esatta formulazione della s. razionale, come scienza positiva distinta dalla s. descrittiva e dalla filosofia sociale.

Bibl.: D. Essertier, Philosophie et savants français du XXe siècle, t. V, La sociologie, Parigi 1930; P. Bureau, Introduit. à la méthode sociolog. ivi 1933; P. Deschamps, La s. expériment. ivi 1933; P. A. Sorokin, Les théories. sociologie. contempor. Paris 1938; E. Diaconide, Une s. objective est-elle possible?, ivi 1939; B. Magnino, Storia della s. Brescia 1939; A. Povinelli, Historia de la s. en Latino-America, Messico 1941; J. Bernardo, Origines of american s., Nuova York 1943; autori vari, La s. a. XXe siècle, 2 vol., Parigi 1947; J. Leclercq, Introduction à la s. Louvain 1948; L. Sturzo, La società, Bergamo 1949; id., De metodo sociolog. ivi 1950; A. Culliver, Manuel de s., 2 vol., Parigi 1950; V. J. Mc Gill, La tendance dominante des doct. soc. en Amérique, in autori vari, L’activité phils. contempor. en France et aux Etats-Unis. I. ivi 1950, p. 382 sgg.; B. Magnino, S., Brescia 1953.