OMBROSI, GIOVANNI PAOLO

OMBROSI, GIOVANNI PAOLO. - Giurista fiorentino del sec. XVIII (m. nel 1774-75). Figlio dell'avvocato rotale Bartolomeo, studiò giurisprudenza alla scuola di Vittorio Amadori (Martinius) e si perfezionò nella biblioteca del marchese Antonio Niccolini. Dopo essere stato a Roma come segretario di Cornelio Caprara, uditore della S. R. Rota e poi cardinale, esercitò l'avvocatura presso il Tribunale della Rota fiorentina.

Il suo nome è legato alla monumentale raccolta delle decisioni rotali fiorentine. Selectarum Rotae florentinae decisionum thesaurum ex bibliotheca Johannis Pauli O. jurisconsulti et in Florentina Curia advocati, tomi II, cum indice materiarum locupletissimae (Firenze 1760; 2a ed. 1772-85). Scrisse anche un Memoriale textuum cardinalium juris qui frequentius in foro ac quotidiana praxis occurrunt (ivi 1769, 1824, Genova 1799). Augusto Moreschini

OMBRELLONE - Tintinnabolo della basilica di S. Maria in Trastevcre - Roma.

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(lett. Enc. Catt.)

lenne (uso prescritto dalle rubriche, ecc. occorrente già nelle istruzioni di s. Carlo Borromeo); fuori d'Italia si usa di rado. È proprio solo del S.mo Sacramento, delle reliquie della S. Croce e degli strumenti della Passione; escluso per le reliquie dei Santi.

L'o. di damasco rosso o cremesino, trinato d'oro, era usato per i papi (p. es., nei loro possessi o viaggi), portato da un palafreniere per ripararlo dal sole; alcuni dignitari della Corte papale godevano l'insegna dell'o. di seta celeste. Lo usarono anche i sovrani; molti Comuni e magistrati municipali lo adoperavano come distintivo di dignità e segno di giurisdizione. L'o. venne dall'Oriente, dove era in uso come insegna di potenza divina e umana. Nelle processioni le statue degli idoli erano sormontate da un o. per indicare la loro maestà. Nei bassorilievi assiri i re vennero rappresentati sotto un o. Dall'Oriente, attraverso l'Egitto e la Grecia, passò ai Romani adoperato da distinti personaggi. Per l'uso cristiano del medioevo è prova una genuina, rappresentante verosimilmente Giovanni III vescovo di Pavia che ad istanza di Berengario ne aveva ricevuto (191) dal papa Anastasio III il privilegio. In un affresco del sec. XIII, della cappella di S. Silvestro ai SS. Quattro in Roma, si vede questo Papa seguito da un chierico con l'o. (v. tav. XL del vol. IV, col. 705).

BIBL.: B. Gaventus, Thesaurus s. Rituum, I, Venezia 1740, pp. 408, n. XLVIII; P. M. Paciardi, XXXXIV, 1752, cap. 9, sive de umbellae gestatione commentarius, Roma 1752, cap. 9, pp. LIV-LXI; J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo in Br. 1912, pp. 275-78; vers. it., Torino 1914, pp. 216-17; Moroni, XLIX, pp. 5-12 (e bibl. indicata); Venturi, II, pp. 363-75, fig. 266-67); M. Leclercq, Parasol, in DACL, XIII, II, 1639-40. Pietro Siffrin

OMBRELLONE (conopaeum, PADIGLIONE, SINNICCHIO). - È un'insegna in forma di grande ombrello detta «conopeo» (nei decreti = padiglione), propria delle basiliche romane maggiori e minori e di quelle fuori Roma che hanno il privilegio e il titolo di «basilica minore».

dei simili (similia similibus curantur) concepita da Ippocrate, confermata da Paracelso, definitivamente enunciata e valorizzata da Samuele Cristiano Federico Hahnemann (n. nel 1755, m. nel 1843), dottore in medicina dell'Università di Erlangen (Germania).

A dissipare quel tanto di paradossale che possa apparire nel concetto: le malattie si guariscono per mezzo di malattie somiglienti, stanno numerose osservazioni cliniche di guarigioni avvenute al sopraggiungere, in uno stesso malato, di una affezione morbosa molto simile a quella già esistente. Ma il commento migliore alla legge dei simili è nella concezione costituzionale e sintetica della malattia che Ippocrate ha avuto per il primo, che Hahnemann ha posto a fondamento dell'occhio. E che la clinica moderna ha ripreso, aggiornato e sviluppato per opera di A. De Giovanni, G. Viola, N. Pende, in Italia, ed all'estero soprattutto del francese L. Lévy e dello spagnolo G. Mafra. L'idea ippocrate si richiama soprattutto alle cause generali e costituzionali dei morbi; senza negare importanza agli agenti morbigeni esterni, vuol riconoscere soprattutto le caratteristiche del «terreno» morboso; e considerare i sintomi del malato non già come dannose molestie che il medico deve comunque allontanare, ma come espressione genuina di una difesa naturale dell'organismo. Ne consegue che una terapia razionale non sarà diretta a combattere, ma in certo senso a favorire e potenziare i sintomi del malato per aiutare lo sforzo della natura risanatrice.

È merito di Hahnemann avere intuito che i farmaci possono essere utilmente prescritti secondo questo criterio e utilizzati in modo da riprodurre in ogni malato un quadro sintomatico, una piccola malattia artificiale, che sovrapponendo i propri sintomi a quelli naturali in virtù di una perfetta somiglianza, li intensifica quanto basta per potenziare al massimo la reazione salutare.

Casi di affezioni morbose la cui guarigione non potrebbe spiegarsi senza l'intervento della legge dei simili, magari inconsapevolmente applicata, sono assai frequenti ed erano noti ai clinici anche prima dell'occhio. Così, p. es.: le osservazioni di Muralto e Wedel sull'azione benefica, in certe coliche dei bambini, della gialappa che, nella corrente posologia, produce coliche e scariche intestinali nei soggetti sani; la guarigione di alcune congiuntiviti a mezzo dell'euphrasia, che a dosi normali tende ad infiammare la mucosa dell'occhio (Murray); le emorragie che Baglivi, Barbeyrac e Dalberg hanno visto cessare sotto l'azione dell'ipoccauna, rimedio notoriamente atto, in determinate dosi, a produrre stati emorragici; il trattamento del mal di mare con il tabacco, che a sua volta può provocare caratteristiche sindromi di nausea e vertigini violente; i risultati benefici osservati da Whistling in certe varietà di epilessia con l'uso dell'agricus muscarius che, nei casi di avvelenamento, provoca essenzialmente tremori, convulsioni e perdita di coscienza, in un quadro somigliantissimo a quello di un attacco epilettico. In tutti questi casi appare l'intervento benefico di una malattia artificiale, certamente prodotta dal farmaco «simile», che ha agito nella stessa direzione della natura a guisa di stimolo supplamente e specifico sui poteri reattivi dell'organismo.

Per rendere possibile la ricerca del rimedio più adatto a produrre la malattia simile occorre conoscere con esattezza gli effetti dei singoli farmaci sull'uomo sano.

Eseguite con il necessario rigore scientifico, queste indagini hanno tra l'altro dimostrato che l'azione di un farmaco tende sempre ad esplicarsi in due tempi ben distinti: il primo, che Hahnemann chiamò «azione primaria» ed attribuì all'azione tossica del farmaco, quindi, praticamente, alla dose impiegata; il secondo, o «effetto secondario», che Hahnemann identificò con lo sforzo dell'organismo di liberarsi dai disturbi che il farmaco ha provocato. È dunque essenzialmente all'effetto secondario, cioè alla reazione vitale, che va attribuita l'azione salutare del rimedio; e siccome la reazione vitale viene eccitata da piccoli stimoli, mentre resta soffocata e persino anonime, dagli stimoli troppo forti (legge Arndt-Schultz di biologia fondamentale), una corretta posologia dovrà ri

durre al minimo l'azione primaria, quindi ridurre al minimo le dosi. Tale la ragione precipua per cui l'occhio di preferenza i suoi farmaci a dosi minime e spesso imponderabili; ma questo è da considerare soltanto un corollario logico della legge dei simili, e non già un cardine fondamentale del sistema; come da taluni è stato erroneamente creduto.

Comunque la dose minima degli omeopatici non è il risultato di una attenuazione pura e semplice. Quando Hahnemann, infatti, progressivamente diminuendo le dosi nel corso dei suoi esperimenti, ebbe superato i confini dell'imponderabile, cominciò seriamente a temere di aver superato anche i confini del ragionevole. Le sue dosi, ormai irrisorie, non erano più che soluzioni diluissime; senz'altra pretesa che quella di assicurare nel solvente una uniforme distribuzione del rimedio, egli prese allora la consuetudine di diluire sistematicamente secondo una scala progressiva (decimale o centesimale) e di imprimere ai flaconi un certo numero di scosse ad ogni passaggio tra una concentrazione e quella immediatamente inferiore. Seguendo questo sistema egli vide che l'azione terapeutica delle sue soluzioni persistiva non soltanto in modo specifico, ma persino in misura crescente; e d'altra parte questo intensificarsi dell'attività del farmaco non si verificava omettendo di scuotere le soluzioni. Hahnemann dette a questo procedimento il nome di «dinamizzazione» a indicare che con esso si tende a liberare dalla materia le forze immateriali in essa contenute. E in realtà la quotidiana conferma del controllo biologico autorizza a pensare, con Hahnemann, che la pratica della dinamizzazione può svelare nei farmaci energie specifiche ed affinità biochimiche latenti, forse attraverso una modificazione e disgregazione della struttura fisica originale di essi.

A parte ogni ipotesi sullo stato fisico cui il farmaco può pervenire per mezzo della dinamizzazione hahnemanniana, è provato che la dose infinitesimale si dimostra attiva soltanto quando il rimedio è perfettamente «omeopatico» al caso clinico, cioè quando il quadro dei sintomi che esso può provocare nell'organismo sano è molto simile (simillimum) a quello del malato. È quindi indispensabile che il paziente sia esaminato a fondo, non soltanto con la ispezione accurata degli organi e delle funzioni colpite, ma anche con lo studio delle sue sensazioni subiettive e dei suoi sintomi mentali, valorizzando soprattutto quei fatti peculiari e individuali che, essendo caratteristici del suo modo di reagire, ne definiscono meglio la personalità morbosa. Il medico omeopatico non può utilizzare i sintomi patognomonici della malattia, che servono unicamente alla diagnosi clinica, ma soltanto i sintomi patognomonici del malato, i soli utili ai fini della diagnosi psico-biologica, che in o. si identifica con la diagnosi del rimedio. La prassi omeopatica richiede pertanto una duplice diagnosi, e fronteggia la malattia non già con un rimedio per ciascun sintomo (come si fa nelle cure sintomatiche), ma somministrando quel rimedio che ripete da solo tutta la sindrome morbosa, con le migliori possibilità di azione polivalente, quindi specifica nel senso più ideale della parola.

Gli aggiornamenti scientifici, i nuovi mezzi d'indagine clinica, la evoluzione complessiva della scienza medica e della terapia, non soltanto hanno lasciato intatto l'edificio costruito da Hahnemann, ma in molti casi lo hanno rafforzato di autorevoli conferme. Teorie nuove e nuovi sistemi terapeutici compaiono e scompaiono ogni giorno; la dottrina di Hahnemann, unica forse a conoscere l'insidia di opposizioni e di critiche fin dai suoi primi albori, appare fra le pochissime che hanno conservato la loro vitalità e migliorato la loro efficienza.

BIBL.: A. Rapou, Histoire de la doctrine médicale homéopathe, Paris, 1847; J. H. Clarke, Dictionary of Materia Medica, 3 voll., Londra, 1925; E. B. Nash, Leaders in Homeopathic Therapy, Filadelfia, 1926; E. A. Farrington, Clinical Materia Medica, Calcutta, 1932; W. Schwabe, Homöopathisches Arzneibuch, Lipsia, 1934; O. Leeser, Lehrbuch der Homöopathie, Stoccarda, 1935; J. T. Kent, Repertory of the Homoeopathic Materia Medica, Chicago, 1935; S. Hahnemann, Organon dell'arte di guaiere, trad. it., Belluno, 1941; R. Larnaudie, La vita sovrumana di S. Hahnemann, Milano, 1942; A. N. Marzetti, La homeopatica medicina del porvenir, Buenos Aires, 1946; H. Duprat, Traité de