NOUMENO. - Dal greco νοοῦμενον (νοῦς, intelletto) significa, etimologicamente, intelligibile.
Il termine è da Platone (v.) riferito alle specie o idee « non percepibili da noi con i sensi, ma solo con l'intelletto » (ἀναλώσῃς ὡς ὄψων εἰς δὲ) νοοῦμενον μόνον, Tim., 51 d, cf. Resp., 508). IDEA (v.) era assunta da Platone a vera e sussistente realtà partecipazione (v.) le parvenze sensibili. Kant, riferendosi al significato platonico, riprese il termine n. per indicare la « cosa o realtà in sé » che sta oltre gli oggetti dei sensi come fenomeni: « possiam dire che sia non soltanto ammissibile, ma anche indispensabile la rappresentazione di tali esseri che son di fondamento ai
fenomeni, e quindi di puri esseri intelligibili » (Prolegomeni, parte 2ª, § 32; trad. II. di P. Carabellese, Messina 1942, pp. 126-27; cf. Critica della ragion pura, Logica trascendent., cap. 3, trad. it., I, Bari 1910, pp. 248, 250). Tale « realtà in sé » è, per Kant, inconoscibile all'intelletto umano che si rapporta solo, attraverso le intuizioni e i concetti, agli oggetti sensibili. Egli distingue, comunque, n. in senso negativo (« una cosa in quanto essa non è oggetto della nostra intuizione sensibile ») e n. in senso positivo (« l'oggetto di un'intuizione non sensibile cioè intellettuale, la quale però non è la nostra e della quale non possiamo comprendere nemmeno la possibilità »), ibid., p. 249): n. è pertanto, per la conoscenza umana teoretica che non può andare oltre i fenomeni, « solo un concetto limite (Grenzbegriff) » (ibid., p. 251). Il termine è rimasto nel linguaggio filosofico, a indicare, con riferimento prevalentemente kantiano, l'essere reale, la realtà, la « cosa in sé » indipendente dalla conoscenza.