PARTECIPAZIONE. - P. o metessi (gr. μάθος) come concetto filosofico assume la sua prima determinazione nel platonismo.
Platone usa il termine: 1° (insieme con μετρόν, παροῦσαι: Phaed., 83 A, 100 D) a caratterizzare il rapporto fra le cose e proprietà del mondo visibile e le idee con esse omonime. Le cose sensibili posseggono, in ciò che contengono di intelligibile, una p., cioè una immagine (εἰκών; Tim., 92 C) o imitazione (μίμησις: Phaed., 74 A) della essenzialità pura delle idee, limitata e oscurata dalle condizioni dell'essere contingente e mutevole; 2° nei dialoghi metafisici, specialmente nel Parmenide, Sofista e Politico (insieme con κονωνία, μετέξεις), descrivere le relazioni che esistono fra le idee stesse secondo le implicazioni e presupposti dei loro contenuti nozionali (μέθες, τῶν γενῶν).
Aristotele, con il suo senso più critico per le differenze fra ordine reale e ordine logico, rifiuta la concezione di metessi in ambedue i sensi sopra definiti (Met., 1, 6, 987 b 10-13; 9, 991 a 20-23). Soltanto nei Metis, che nella loro maggior parte appartengono al periodo platonizzante, è presente il concetto di metessi, inteso in un senso puramente logico come relazione fra i precedenti (v.) secondo il loro grado di generalità. In questo senso il termine è stato ripreso da Porfirio nella sua Isagoge in Categorias Aristotelis, che ha avuto grande influsso sulla logica medievale.
L'idea della p. neoplatonismo (v.). Il significato del concetto diviene più preciso e univoco, e combinato con un determinato schema di produzione o processione degli esseri partecipanti. Caratteristico è inoltre, che le p. si susseguono con un ordine di gradazione che, iniziando dalle forme più universali e nozionalmente più fondamentali, si estende fra il principio supremo e trascendente, l'interpretazione, fino al mondo empirico. Le cose sensibili risultano per via di una specie di generazione per cui le forme più universali, nella materia, immagini e rassomiglianze di se stesse. Queste immagini però non si uniscono fisicamente con la materia, la quale perciò, propriamente, non partecipa delle forme (Platon, Emn., III, 6, 11-14). Nel neoplatonismo pagano questa gerarchia di p. si produce come espansione necessaria del primo principio. I filosofi e teologi cristiani (Origene, s. Agostino, lo Pseudo-Dionigi, Scoto Eriugena) e musulmani (al-Kindi, al-Farabi, Ibn Mikawyah, Avicenna, Avicebron) hanno cercato, in vari modi, di concordare la metafisica della p. con i dogmi della libertà di Dio nella sua creazione e della causale dipendenza immediata di tutte le creature da Dio. Negli scritti del giovane Origene le idee, che prefigurano il mondo, rappresentano forse ancora un regno di esseri prodotti per una creazione eterna e necessaria (De Prine., I, 8, 4; Hom., in Genes., I: PG 11, 146). I neoplatonici cristiani posteriori, riprendendo un pensiero di Filone, concepirono le forme come idee immanenti allo spirito divino e come divine perfezioni partecipabili. Non tutti però riuscirono a svincolarsi dalle implicazioni del concetto di produttività emanativa che tende a concepire la p. come comunanza con una forma o perfezione, la quale, in ultima analisi, è identica con Dio stesso.
Gli scolastici, confrontando le loro fonti neoplatoniche con l'aristotelismo, hanno elaborato e precisato il concetto di p. S. Tommaso specialmente lo ha distaccato dall'associazione con malsicuri elementi immaginativi o con schemi esplicativi ingiustamente generalizzati e lo ha chiarito nella sua teoria delle analogie formali fra l'essere divino e l'essere finito. Egli adotta una definizione molto formale della p.: «Est autem participare quasi partem capere et ideo quando aliquid particulariere accipit id quod ad alterum pertinet universaliter, dicitur participare illud» (In Boethii De hebdom., cap. 2), definizione che lascia aperta la possibilità di specificare il contenuto filosofico dell'idea di p. a seconda dell'ordine e del modo di essere a cui viene applicata. S. Tommaso la chiarisce inoltre combinandola con la coppia aristotelica di potenza e atto (C. Gent., II, 53). Nella determinazione del rapporto fra Dio e gli esseri finiti la distinzione fra «cons commune» ed «cons primum», e fra le perfezioni trascendentali e le perfezioni assolute ed essenziali, sussistenti nell'essere divino, elimina il pericolo di implicazioni paneticistiche. La funzione dell'idea di p. in questo problema riguarda in prima linea il suo aspetto statico-strutturale, cioè la questione della possibilità di molteplici esseri finiti, sostanzialmente distinti da Dio, per quel che concerne la loro costituzione entitativa. L'aspetto dinamico-causale del rapporto viene determinato con concetti derivati dall'idea dell'azione creatrice che procede dalla sapienza, dalla scelta libera e dall'amore di Dio. Per l'applicazione del concetto di p. nella dimostrazione dell'esistenza di Dio V. DIO.