PARTECIPAZIONISMO

PARTECIPAZIONISMO. - Le varie forme finora attuate di partecipazione dei dipendenti dalle imprese alla gestione o all'extraprofitto di queste rappresentano sostanzialmente un tentativo per maggiormente impegnare la collaborazione dei dipendenti stessi. Secondo il pensiero sociale cattolico, che si ispira all'insegnamento pontificio in argomento, detta partecipazione, nei suoi molteplici modi, dovrebbe tendere ad inserire nel contratto di noleggio della capacità lavorativa del dipendente (contratto di lavoro) elementi del contratto di società.

Ciò comporta che il p. debba essere giudicato come una soluzione del problema dei rapporti tra capitale e lavoro che sta a mezza strada tra il contratto di lavoro puro e semplice e la cooperativa di produ

zione, essendo quest'ultima una società nel pieno significato del termine, con tutte le conseguenze. Vale a dire che, mentre nella cooperativa di produzione i soci, e quindi gli stessi lavoratori che ne fanno parte, condividono appieno le sorti dell'impresa, nelle varie forme di partecipazione normalmente i dipendenti acquisiscono qualche vantaggio, in aggiunta al salario contrattuale, senza vedere per ciò crescere le loro normali probabilità di perdere, parzialmente o totalmente, il reddito di lavoro in conseguenza di uno sfavorevole andamento dell'impresa. Onde taluni semplicisticamente concludono che soprattutto certi sistemi di partecipazione comportano la partecipazione soltanto ai guadagni e non anche alle perdite dell'impresa.

La partecipazione dei dipendenti alla vita dell'impresa può estrinsecarsi in tre modi: 1) collaborazione a deliberazioni concernenti problemi tecnici e amministrativi dell'impresa; 2) partecipazione agli utili; 3) azionario operaio. Queste tre forme di partecipazione sono idealmente disposte in scala gerarchica, in relazione alla minore o maggiore loro capacità di rendere i dipendenti partecipi della vita della loro impresa.

La prima delle tre forme menzionate viene anche indicata come collaborazione alla gestione dell'impresa. Quando non sia invalidato il principio della proprietà privata del capitale, detta collaborazione non va normalmente oltre la partecipazione a organismi misti, incaricati di formulare indirizzi generali, comunque non strettamente vincolanti la libertà di azione del capo dell'impresa, oppure semplici consigli, allo scopo di accrescere l'efficienza dell'impresa stessa e di migliorare le condizioni di lavoro e di vita del personale. La seconda forma prevede la distribuzione al personale, in aggiunta al salario, ed a seconda dell'anzianità di servizio o del merito, di una parte dell'utile distributibile.

Ciò è possibile in quanto da un lato il salario è un elemento contrattuale del costo di produzione, vale a dire di ampiezza predeterminata, e dall'altro lato sia risultata la disponibilità di un margine di utile, tra il ricavato della vendita dei prodotti e il loro costo.

Pertanto, la partecipazione agli utili è possibile solamente allorché venga accertata l'esistenza di tale margine, cioè dopo che siano noti i risultati finali dell'esercizio produttivo, mentre in certo modo essa rappresenta un conguaglio del salario. Infatti, il salario è la quota del reddito dell'impresa spettante al fattore produttivo lavoro in relazione al suo rendimento (marginale) e il reddito dell'impresa coincide con il ricavato dalla vendita della produzione. In pratica non è facile determinare il salario in base alla sua produttività marginale; ed al pari le rimunerazioni degli altri fattori della produzione, attività direttiva compresa. Onde, alla chiusura di un esercizio favorevole, è possibile la distribuzione di conguagli tratti dal supero del reddito rispetto al costo di produzione (in gran parte risultante appunto da componenti determinati preventivamente ed in misura fissa).

La terza forma s'imparente con la seconda, in quanto l'assegnazione di azioni della società ai dipendenti molte volte si fonda sulla disponibilità di utili destinati alla ripartizione fra i dipendenti stessi ed invece impiegati nell'acquisto delle azioni da intestarsi a questi ultimi. L'azionariato dei dipendenti conferisce loro la qualifica di soci pro quota.

Circa la possibilità e la portata del ricorso ai tre mezzi indicati, si osserva che la partecipazione dei dipendenti, anzi dei loro rappresentanti, nella veste di consulenti, a decisioni concernenti l'organizzazione della produzione ma non la politica dell'impresa, può dare buoni frutti nell'interesse generale, può migliorare alquanto le condizioni dei lavoratori, mentre non presenta problemi particolari. Diversa si presenta la situazione se la partecipazione si estende a deliberazioni che riguardino la condotta degli affari (volume di produzione, prezzi di vendita, autofinanziamento, ecc.), perché sorgono allora problemi di notevole delicatezza, come l'unicità del go

verno dell'impresa, l'assunzione delle responsabilità, il segreto professionale ed altri analoghi.

L'inserimento, invece, di rappresentanti dei dipendenti nei consigli di amministrazione, volendosi per altro evitare le difficoltà testate menzionate - cosicché quello non supera i limiti della partecipazione di minoranza - riesce di limitata utilità, avendo un prevalente valore simbolico.

La partecipazione agli utili solleva questioni di natura prettamente economica, la maggiore delle quali è rappresentata dalla individuazione delle reali necessità di reinvestimento degli utili distribuiti, nell'ambito della singola impresa. Nei riguardi poi dell'economia di un paese, la convenienza della partecipazione agli utili può essere valutata in quanto si accordi oppure contrasti con la generale necessità di maggiori investimenti di capitale ovvero di un ampliamento del consumo. Di modo che non pare possibile affermare che detta partecipazione è sempre vantaggiosa o, al contrario, sempre controproducente, in termini di progresso dell'impresa e dell'economia nazionale.

Quanto all'azionariato operaio, a parte il fatto che il possesso di una quota del patrimonio sociale implica la partecipazione del dipendente anche alle perdite dell'impresa, esso conferisce una certa posizione morale al dipendente-azionista, allorché la parte del capitale azionario nelle mani dei dipendenti rappresenti una percentuale sensibile. Non si può sottacere la difficoltà connessa con la cessione delle azioni da parte dei dipendenti a terzi oppure alla stessa intrasferibilità delle azioni, che volesse rimediare all'altro inconveniente. Considerando le più recenti esperienze, si rileva che le due prime forme di partecipazione hanno maggiore diffusione e che la partecipazione agli utili trova più larga applicazione nelle economie, come quella nord-americana, caratterizzate da una produttività rapidamente crescente, che richiede, normalmente, un parallelo sviluppo delle spese di consumo. In conclusione, le tre forme qui illustrate di p., che sono le più comuni, si inquadrano in un sistema economico-sociale fondato sulla proprietà (e l'iniziativa) privata, di cui intendono temperare l'eccessivo individualismo.

BIBL.: oltre ai trattati generali di sociologia, si vedano, specificamente, i seguenti scritti: C. C. Balderston, Profit sharing for vagabonders, Nuova York 1935; A. Arnou, La partitioation des travailleurs à la gestion des entreprises, Parigi 1935; F. Perroux, Capitalisme et communauté de travail, ivi 1935; Association française de la société italienne per azioni, I consigli di fub-brica in Europa, Roma 1945; id. Il dibattito sui consigli di gestione, Studi per la Costituente, Milano 1946; L. A. Boers, Proletariaat en Déproletarisation, Leuven 1946; Presses Universitaires de Fran-ca, La participation des salariés aux responsabilités de l'entrepreneur, Parigi 1947; Confederazione generale dell'industria italiana, I consigli di gestione, Roma 1947; P. Lassagne, La réforme de l'entreprise, Parigi 1948; Associatione française de la société italienne per azioni, La participation aux salariés aux responsabilités de l'entreprise, Roma 1948; Vito, L'economia al servizio dell'uomo, Milano 1949; U. C. I. D., Relazioni umane nell'impresa moderna, Roma 1950; V. anche articoli vari in argomento apparsi nella Rivista internazionale di scienze sociali del ventennio 1930-50, Franco Feroldi.