PARTITO POPOLARE ITALIANO

PARTITO POPOLARE ITALIANO. - Partito politico, sorto dopo la prima guerra mondiale, a forte contenuto democratico, ispirato alle dottrine della scuola sociale cristiana.

I. ORIGINE

Fu fondato da d. Luigi Sturzo in unione con un gruppo di uomini politici, già noti nella vita pubblica ed amministrativa italiana, i quali, dopo alcune adunanze preparatorie (nel nov. e dic. 1918), la sera del 18 genn. 1919, da Roma, licenziarono alla stampa il primo appello al Paese ed il testo del programma. L'appello « ai liberi e forti » fu firmato da una commissione provvisoria composta di undici membri: d. Luigi Sturzo, on. avv. Giovanni Bertini, avv. Giovanni Bertone, Stefano Cavazzoni, rag. Achille Grandi, conte Giovanni Grosoli, on. dott. Giovanni Longinotti, on. avv. Angelo Mauri, avv. Umberto Merlin, on. avv. Giulio Rodinò, conte avv. Carlo Santucci. La commissione assunse temporaneamente la direzione del nuovo Partito e designò fin dal principio d. Sturzo quale segretario politico.

Il Partito traeva i suoi moventi dall'antitesi tra cattolici moderati e cattolici democratici che provocò - tra il 1904 ed il 1906 - Democrazia Cristiana (v.). D. Sturzo, fin dal suo discorso di Caltagirone (29 dic. 1905) aveva messo in luce la sintesi delle vaghe aspirazioni dei democratici cristiani, le quali si manifestavano spesso con intemperanze dirette ad affermare un autonomismo dottrinale religioso, dando così armi potenti nelle mani dei conservatori per reagire con-

tro l'azione democratica sotto veste di difesa della ortodossia. Fin d'allora, per operare efficacemente sul terreno politico e sindacale in Italia, aveva indicata la necessità di un partito a carattere strettamente nazionale, che non implicasse nei suoi atteggiamenti la responsabilità delle autorità ecclesiastiche; ma che, agendo in modo autonomo e con proprie forze sul terreno politico e sociale, potesse affermare, proprio su questo terreno della realtà storica e contingenze, principi fondamentalmente cristiani. Egli, perciò, alla fine del 1918, gettando le basi del P. P. I., non fece che riprendere la linea logica del proprio pensiero. Il Partito si riallaccia storicamente alla dottrina sociale cristiana, da Ozanam a Toniolo, ma principalmente alla Rerum Novarum, politicamente alla praxis politica dei partiti cristiani sociali del Democrazia Cristiana (v.).

La prima guerra mondiale non aveva soltanto mutato confini fra popolo e popolo, non soltanto risolto vecchi problemi e posto nuovi punti interrogativi nel campo internazionale, ma nell'interno di ogni nazione aveva apportato profondi mutamenti sociali. Tra i due Partiti dominanti - liberale e socialista - c'era posto per un nuovo partito, per l'affermazione di un nuovo concetto democratico dello Stato, basato non sulla dittatura di una classe qualsiasi, sia pure quella proletaria, ma basato sul decentramento di tutte le funzioni e di tutte le attività, sul rispetto di tutte le libertà, sulla rigorosa applicazione della giustizia. Le masse operaie aderenti alla « Confederazione italiana dei lavoratori » premevano per incunearsi tra i due Partiti allora dominanti e tentare la riorganizzazione dell'Italia sulla base della giustizia cristiana.

Con il 4 nov. 1918 l'Italia entrava in armistizio e, il 17, d. Luigi Sturzo pronunciava il suo « discorso di Milano » sui problemi del dopoguerra, in intima connessione ideale con il programma del P. P. I. La caratteristica principale del discorso di Milano sta nell'aver segnato le fondamentali e necessarie riconquiste di libertà per poter agire poi efficacemente sul mondo moderno.

II. PROGRAMMA

L. Sturzo con i suoi amici riprese il problema del decentramento regionale e lo pose sul terreno politico e parlamentare, impostandolo su una salda base nazionale, tenendo ben fermo il concetto anti-panteistico dello Stato quale organo di direzione, coordinamento, vigilanza e tutela, facendo della regione unità non divergente, ma convergente allo Stato, riconoscendola come un'unità specifica.

Una vivace campagna condusse il Partito, sotto il ministero Nitti nel primo semestre del 1919, per la rappresentanza proporzionale, che attraverso notevoli difficoltà ebbe vittorioso epilogo in Parlamento con l'approvazione della relazione Micheli. Il nuovo sistema elettorale sostituì alle competizioni delle persone e delle consorterie locali quella dei partiti, ossia delle idee. Le elezioni generali politiche, poggiate sulla proporzionale, del 16 nov. 1919, con la conquista di 100 seggi da parte del P. P. I. e con la riuscita di 156 deputati socialisti, posero sul terreno la discussione di un problema già altre volte presentato sulla scena politica: il problema della collaborazione dei liberali e democratici con i socialisti. Si pensò anche ad un accordo fra popolari e socialisti; ma, a tal riguardo, d. Sturzo, interrogato sull'argomento, fece rilevare come allora gli avvenimenti non fossero ancora maturi per simile collaborazione.

Quando più viva cominciò ad affermarsi la propaganda bolscevica, la direzione del Partito sentì il bisogno di lanciare un manifesto al paese, un vero proclama anti-bolscevico che chiedeva alle masse di « rifuggire da ogni violenza anarcoide » e che invitava il Parlamento ed il governo alla risoluzione rapida dei massimi problemi morali, sociali ed economici.

Il primo Congresso del P. P. I., tenuto a Bologna il 14 giugno 1919 sotto la presidenza di Alcide De Gasperi, riaffermava i cardini non teorici ma tecnici, economici e legislativi, diretti a frenare le agitazioni bolsceviche; chiedeva il riconoscimento giuridico delle classi organizzate, appunto per avviare la risoluzione di tutti i contrasti fra classe e classe verso orientazioni pacifiche, attraverso sta-

bili organi di rappresentanza, il riconoscimento giuridico delle organizzazioni di mestiere – per dar loro la responsabilità dei propri atti – la libertà effettiva d'organizzazione – la parità, cioè, di trattamento di tutte le organizzazioni di fronte alla legge, appunto per rimuovere le violenze anarcoidi fra organizzazioni e organizzazioni –; chiedeva infine la trasformazione del contratto di salariato e l'introduzione del compartecipazioni operaio e dell'azionariato operaio, per rendere solidali gli interessi del capitale e del lavoro e per sopprimere le lotte perturbatrici della pace sociale ed esiziali alla produzione nazionale. Nel secondo Congresso del P. P. I. – tenutosi a Napoli dall'8 all'11 apr. 1920 – i dibattiti furono vivacissimi, ma la linea programmatica centrale, rappresentata dal segretario politico, si era delineata con tanta precisione, che il consolidamento interno del Partito procede senza deviazioni. D. Sturzo riassunse gli scopi del Partito in tre punti: abbattere l'accentramento statale, ridare coscienza agli organismi naturali, eccitare le energie individuali. Passando poi alla discussione sulla riforma della scuola, si votarono ordini del giorno conclusivi i quali, mentre tracciavano un vasto programma di riforma delle scuole pubbliche, insistevano soprattutto sulla necessità di istituire l'esame di Stato per le scuole di ogni grado. Il problema agrario fu anche ampiamente discusso; la relazione presentata partiva da numerosi principi: funzione sociale della terra, problema della produzione, necessità di favorire il congiungimento della proprietà con il lavoro; necessità del decentramento regionale e della rappresentanza delle classi agricole, ecc. Un complesso programmatico notevolmente ardito, dal quale, tuttavia, esulava il concetto di confisca anche parziale della proprietà a profitto della collettività. La situazione politica e parlamentare, particolarmente grave in quel periodo, fu esaminata durante gli ultimi giorni del Congresso.

Il P. P. I. si impose nelle Camere e nel governo con l'opera dei suoi ben preparati uomini politici e organizzatori: in primissimo piano Filippo Meda, e poi Angelo Mauri, Giuseppe Micheli, artefice della prima riforma agraria, Giulio Rodinò, Giovanni Battista Bertone, Fulvio Milani, Salvatore Aldisio, Antonino Anile, Giovanni Gronchi, Giovanni Maria Longinotti, Umberto Tupini, Mario Augusto Martini, Francesco Degni, Mario Cingolani, Vincenzo Tangorra, Umberto Merlin ed altri. Emergeva sin d'allora la figura di Alcide De Gasperi. La direzione del Partito era affiancata da un ufficio centrale, cui prestarono opera successivamente i due vice segretari politici Mario Cingolani e Giuseppe Spataro e da ultimo, nella segreteria particolare, Mario Scelba, e da un ufficio stampa diretto da d. Giulio de' Rossi (nobile figura di sacerdote e di scienziato) con la collaborazione di Igino Giordani, Giuseppe Fuschini, Vincenzo Mangano e Giuseppe Petrocchi. Quest'ultimo specialmente per i problemi della scuola e della cultura. Nel 1920, durante i due grandi scioperi postelegrafonico e ferroviario, il Partito fiancheggia le «organizzazioni bianche» contrarie allo sciopero; alla fine di ag. ed ai primi del sett. 1920, nella invasione delle fabbriche, sostiene l'organizzazione «bianca», il «Sindacato nazionale operai metallurgici» e lo valorizza politicamente, difendendolo contro le rappresaglie dei «rossi».

Il movimento fascista comincia a prendere sviluppo e a minacciare le organizzazioni socialiste e popolari, politiche e sindacali. Il Popolo nuovo, organo del P. P. I., deplora l'inerzia del governo.

III. CIMENTI ELETTORALI

Il 7 apr. 1921 l'on. Giolitti scioglieva la Camera e convocava i collegi elettorali. Il P. P. I. prendeva una posizione ben decisa nella lotta, levando la voce della disciplina nazionale, della riconciliazione sociale, della ricostituzione morale, giuridica ed

economica del paese. Nella battaglia elettorale d. Sturzo parlò all'Augusteo e poi a Torino e a Palermo, sostenendo il ripristino dell'autorità dello Stato ed il rispetto alle leggi.

Profonda fu la risonanza della vittoria del P. P. I. nelle elezioni del 15 maggio 1921 in cui conquistò 107 seggi, nonostante la lotta aperta di Giolitti che si alleò con i fascisti per combattere popolari e socialisti. L'ordine del giorno Tovini, firmato anche dall'on. Cavazzoni, segretario del gruppo parlamentare popolare, segnò la posizione del P. P. I., che era nel mezzo delle ali sovreme.

Finito lo sciopero degli impiegati, L. Sturzo, in un'intervista, dopo aver indicato una serie di riforme, non approvò l'atteggiamento di ribellione degli impiegati statali, riconoscendo che la crisi morale alla quale si era arrivati era dovuta ad un'ipertrofia statale «voluta, coltivata, alimentata, subita dalle classi dirigenti e dalle democrazie liberali». Durante il ministero Bonomi, chiara e conseguente fu l'azione svolta dal P. P. I., volta a difesa dello Stato, insidiato da opposte parti, e alla ricostruzione sociale. Nell'ag. 1921 il Consiglio nazionale del Partito segnava ferme direttive. L'ordine del giorno Gronchi affermava che ogni cooperazione con altre forze politiche poteva avvenire soltanto sulla direttiva del progressivo, profondo rinnovamento degli istituti economici e politici ed attraverso chiare impostazioni programmatiche.

Nel Congresso di Venezia (20 ott. 1921) il P. P. I., constatato che «dal Congresso di Napoli in poi la collaborazione del gruppo parlamentare popolare ai vari ministeri era stata imposta dal dovere di far funzionare l'istituto parlamentare e di cooperare al ripristino dell'autorità dello Stato, e che la mancata attuazione dei punti programmatici posti come patto di alleanza (e specialmente la riforma agraria, la proporzionale amministrativa, l'esame di Stato, la legislazione cooperativa) era dovuta non solo al lento ed intralciato funzionamento della Camera, ma anche al succedersi di avvenimenti politici ed elettorali, riconfermò questo limite alla collaborazione con gli aggruppamenti politici. Nel Congresso di Venezia Sturzo riferì ampiamente sul problema della regione, impostandolo su basi organiche. La relazione fa testo anche oggi in materia. Qualche giorno prima che si riaprisse la Camera, nel genn. 1922, d. Sturzo, commemorando il terzo anniversario della nascita del Partito, pronunciava a Firenze un discorso sulla crisi e rinnovamento dello Stato, ponendo in rilievo le deficienze, le debolezze e gli errori della politica delle classi dirigenti, investendo in pieno il problema dello Stato e suggerendo una soluzione audace. Presentatosi dimissionario alla Camera a causa delle manovre giolittiane il ministero Bonomi, il direttorio del gruppo parlamentare popolare votava all'unanimità un ordine del giorno nel quale stabiliva che in caso di crisi dovessero restare «come pregiudiziali al suo compimento, da parte del gruppo popolare, la precisazione di un indirizzo al governo e di un programma di lavoro legislativo preventivamente concordati con gli organi responsabili dei gruppi, la costituzione di un comitato permanente di maggioranza, la proporzionalità nella partecipazione al ministero in rapporto all'efficienza numerica dei gruppi medesimi». Il Popolo nuovo del 5 marzo 1922, soffermandosi sugli avvenimenti, rilevava come il P. P. I. – dopo aver per il primo, fin dall'ott. 1920, gettato l'allarme contro i progetti finanziari dell'on. Giolitti, e concordata con il ministero Bonomi una sospensione all'applicazione della legge sulla nominatività – avesse risollevata la questione economica e finanziaria a proposito del ritorno o meno di Giolitti al potere, costringendo tutti a manifestarsi a favore di un mutamento di indirizzo.

Poiché la situazione parlamentare era oltremodo confusa, il Re respinse le dimissioni di Bonomi e lo indusse a ripresentarsi alla Camera (16 febbr. 1922). Ma il Gabinetto fu silurato nuovamente da Giolitti, il quale tentava di riprendere il potere. I popolari non potevano prestarsi a questi armeggi, specie considerando la gravissima situazione interna, quasi rivoluzionaria, provocata dai fascisti e dai comunisti. Pertanto il Partito si schierò riso-

lutamente contro Giolitti quale esponente della degenerazione politica democratica italiana, accusato anche, dice il de' Rossi, di avere « assunto le spoglie di difensore dello Stato laico contro l'invadente clericalismo » e di sotterranee manovre divorziste. Intervenne qui il famoso « veto » per la reincarnazione politica di Giolitti da parte della direzione del Partito e del gruppo parlamentare popolare. Giolitti comprese finalmente la inanità del proprio sogno e ripiegò sul debole e incerto on. Facta. La soluzione invece non poteva essere che quella di un gabinetto Meda, Amendola, Turati. Malauguratamente il Meda leader popolare si trasse indietro. Ma l'on. Giolitti era vecchio e stanco, i metodi da lui adoperati in passato non erano più valevoli; non aveva dietro a sé consenso di popolo, gli accordi con i fascisti nelle elezioni del 1921 per combattere i popolari e i socialisti legalitari lo avevano compromesso davanti alle loro masse. E chi avrebbe egli dovuto abbattere o piegare, ossia Mussolini, era a lui superiore per audacia e spregiudicata inventiva, sostenuto, com'era, da un'organizzazione armata che si era infiltrata anche nelle alte sfere dell'esercito, e da un movimento senza scrupoli e limiti d'azione.

IV. NELLA GRANDE CRISI DEMOCRATICA

Sull'indirizzo del nuovo ministero Facta, il Consiglio nazionale del P. P. I. invitava la direzione del Partito e il gruppo parlamentare a fare opera presso il governo perché nella difesa delle libertà costituzionali e nella tutela dell'ordine pubblico contro una ripresa di violenza agrario-fascista di squadre armate, facesse sentire « alla coscienza pubblica la forza dell'autorità dello Stato e delle ragioni morali del vivere civile ».

Caduto il ministero Facta nel luglio 1922 la crisi fu laboriosa e il Re riconfermò Facta che si ripresentò con lo stesso ministero alla Camera. Fu allora imposta dai popolari l'approvazione della riforma agraria (colonizzazione del latifondo) approvata dalla Camera il 10 ag. 1922. Ciò determinò l'intensificazione della lotta dei fascisti, afficati agli agrari, e le occupazioni dei municipi, gli incendi delle cooperative, le aggressioni di strada e di piazza. Il Consiglio nazionale del P. P. I., riunitosi in Roma d'urgenza, il 20 ott. 1922 emanava un appello per il ritorno alla pace interna. B. Mussolini, che dal '21 al '22 si era preparato ad entrare in un governo di coalizione, aveva poi puntato su un governo d'unione nazionale che facesse perno sulla destra; ora, pur conducendo irrisorie trattative con Giolitti, Orlando e Salandra, mirava invece alla scalata integrale. Il Congresso fascista di Napoli non fu che un preludio alla marcia su Roma. I ministri popolari ed il segretario politico, che fin dalle prime apparizioni avevano compreso dove mirasse il fascismo, tentarono di segnalare il pericolo al presidente del Consiglio Facta, senza riuscire a scuoterne la fiducia.

Già verso la fine del 1920 d. Sturzo aveva definito il fascismo come un movimento scaturito dalla guerra a cui si poteva concedere il merito della riabilitazione della guerra e della vittoria, che i socialisti avevano avuto il torto di deprimere; ma era un movimento, nato socialistoide, rivoluzionario-anticlericale che si veniva appoggiando agli « agrari » della Valle Padana. Struttando il sentimento nazionale e patriottico avrebbe servito di pretesto all'industrialismo ed all'agrarismo dell'Alta Italia per polarizzare intorno a sé le forze di reazione e di conservazione del privilegio contro le esigenze delle classi lavoratrici. « Il governo — aggiungeva d. Sturzo — con la sua classica tattica di contingentismo e di adattamento, assecondarà ed aiuterà il fascismo, e poi ne sarà succube e vittima ».

V. CON IL FASCISMO AL GOVERNO

Dopo l'avvento del Mussolini al potere e la costituzione del primo ministero di coalizione in cui erano entrati i liberali, i popolari e i democratico-sociali, insieme con i nazionalisti ed i fascisti, d. Sturzo non accettò la collaborazione e si riserbò di portare la questione al Congresso; dichiarò di lasciar libero il gruppo popolare alla Camera a far fare l'esperimento

(a titolo personale del gruppo); questo fu lo spirito del discorso del 1° dic. 1922 a Torino.

La collaborazione non poté durare: la frattura avvenne poco dopo. Sturzo non aveva dato alcuna carta bianca a Mussolini. L'autonomia e la dignità del P. P. I. dovevano rimanere integre a qualunque costo. Quindi precisazioni e messe a punto: riserve e critiche quando fosse necessario. I trafiletti critici pubblicati di volta in volta da d. Sturzo, il suo discorso di Torino del 20 dic. 1922 esunarono reazioni sempre più gravi, e la relazione al Congresso nazionale di Torino del 12 apr. 1923 segnò la definitiva uscita dei popolari dal governo.

Il Congresso di Torino fu un « atto di ardire » della direzione del Partito, ed i pavidi benpensanti non volevano che fosse tenuto, ma d. Sturzo ne aveva colto l'assoluta necessità ed anzi previsto la funzione storica. Nel frattempo era uscito Il Popolo, il quotidiano del P. P. I. diretto da Giuseppe Donati. Organo di battaglia, Il Popolo contribuì alla chiarificazione del Partito e alla sua differenziazione, sino al definitivo distacco dalla collaborazione al primo ministero Mussolini, culminante nell'opposizione aperta.

Riuscito vano il tentativo d'inserire la rivoluzione fascista nell'orbita della costituzione e della legalità, approvata, malgrado gli sforzi del gruppo popolare autorevolmente capeggiato da De Gasperi, la riforma elettorale del 23 luglio del 1923, che ab initio assicurava una maggioranza al governo mussoliniano, il P. P. I. passò definitivamente all'opposizione, nonostante la defezione di un tenue gruppo dei propri deputati. Chiusa la legislatura il 24 genn. '24 (nel dic. era avvenuta in Roma la prima aggressione contro Amendola e si susseguirono altri gravissimi episodi di violenza contro le organizzazioni cattoliche e popolari), le elezioni politiche indette il 6 apr. del '24 si svolsero in un clima acceso di violenze con la vittoria decisiva del Partito fascista. « Con tali elezioni, la posizione del P. P. I. nella vita pubblica italiana subisce un radicale mutamento », rileva lo Jacini, « non più partito di governo e di centro, non più fulcro della maggioranza parlamentare, libero nei suoi movimenti, svincolato anche formalmente da una collaborazione che ogni di più gli pesava, viene a trovarsi affiancato, con funzioni integrative, ad una crescente schiera di liberali, di democratici, di socialisti, formando con essi la svariata compagine dell'opposizione costituzionale impegnata a difendere le libertà statutarie ».

Ma occorre risalire ad un fatto oltremodo significativo nella vita del Partito. D. Sturzo, sopraffatto dalla reazione, presentò le sue dimissioni il 10 luglio 1923 al Consiglio nazionale del Partito, radunatosi in quei giorni, nel vivo dell'opposizione condotta dal gruppo parlamentare contro la riforma elettorale e contro il governo fascista. Egli dichiarò che non era mosso a ciò da divergenze con il gruppo parlamentare, ma per non dare più oltre agli avversari il pretesto di equivocare sui rapporti del P. P. I. con la Chiesa e quindi coinvolgere questa negli inevitabili contrasti politici che il Partito doveva affrontare per la difesa e la realizzazione del suo programma ideale e pratico. Il Consiglio nazionale decise allora di affidare le funzioni della segreteria politica ad un triumvirato, al quale furono nominati l'on. Rodinò quale presidente, l'on. Gronchi quale segretario e l'avv. Spataro quale vice segretario. L'impressione nel Partito fu intensa, e imponente la manifestazione di omaggio a d. Sturzo. Le dimissioni di lui vennero variamente spiegate: nel campo ministeriale come un successo di Mussolini, in altri campi come preludio ad un irrigidimento del gruppo popolare all'opposizione; ma esse erano divenute inevitabili in quanto le direttive di persecuzione da parte del governo fecero temere che l'ostilità fascista contro d. Sturzo ed il Partito potesse estenderci al clero in genere. Intanto avveniva l'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e di d. Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta (14 ag. 1924).

Dopo le dimissioni e fino al giorno dell'esilio, d. Sturzo riprese intensamente gli studi e diede vita al Bollettino di scienze sociali e politiche, viva rassegna critica di esame e di dibattito dei principali problemi che si

agitavano nel campo della cultura sociale e politica italiana e straniera. Quando d. Sturzo partì da Roma per Londra, il 25 ott. 1924, la segreteria e la direzione del Partito furono assunte da Alcide De Gasperi, che con l'aiuto di Spataro mantenne e rinsaldò le file fino a che non venne travolto dalla violenza.

I popolari diedero soccorso validissimo al movimento politico detto dell'Aventino, provocato dai delitti politici e da altri gravissimi attentati liberticidi compiuti dalle squadre nere, che rendevano inattuabile l'esercizio del potere parlamentare da parte dell'opposizione.

La campagna Matteotti fu per il giornale del Partito, Il Popolo, il maggior titolo di onore. Donati, con la sua denuncia contro De Bono, presentata all'Alta Corte di giustizia, e con una serie di articoli minutamente documentati, denunciò in modo inoppugnabile le responsabilità politiche del delitto. Lo stesso ardore manifestò nella campagna giornalistica e nella denuncia contro Balbo per l'assassinio di d. Minzoni (dopo il delitto Matteotti, De Gasperi, che fu uno dei membri più attivi del comitato direttivo dell'Aventino, insieme con Amendola e Di Cesarò si recò al Quirinale per presentare al Re le richieste dell'opposizione contro il delitto).

VI. ULTIMO CONGRESSO

L'ultimo Congresso del P. P. I. fu tenuto in Roma, nella primavera del 1925, in un'angusta sala nei pressi di S. Andrea della Valle, dove De Gasperi riunì gli amici fedeli. Dopo un esame della situazione si concluse che, tolta ormai ogni possibilità di azione o di reazione, non rimaneva che affermare la propria indipendenza morale. Il 14 dic. 1925 anche De Gasperi fu costretto a dare le dimissioni da segretario politico del Partito e a ritirarsi a vita privata.

Il 25 genn. 1927 fu decretato lo scioglimento della Camera ed il gruppo parlamentare popolare, già stroncato con il provvedimento di decadenza del mandato parlamentare dei deputati aventiniani, cessò di esistere anche teoricamente. La maggior parte degli esponenti del Partito fu privata del passaporto e del porto d'armi e costretta a ricevere la carta d'identità munita delle impronte digitali. Qualsiasi carica pubblica fu loro inibita e fu loro consentita solo, in limiti molto ristretti, l'attività professionale.

VII. FUNZIONE STORICA DEL PARTITO

Per riassumere in un giudizio sintetico la funzione storica del P. P. I., si può legittimamente affermare che il Partito, trasferendo in sede autonoma i principi della scuola sociale cristiana, diede una coscienza democratico-cristiana ed una responsabilità ad una frazione notevole di cattolici italiani, sottraedoli alla tutela e minorità delle classi politiche dirigenti; e d'altra parte contribuì a disimpegnare la Chiesa dai contrasti dei partiti.

L'odierno Partito democratico cristiano non ne è che l'erede ed il continuatore.

BIBL.: G. de' Rossi, Il P. P. I. dalle origini al Congresso di Napoli, Roma 1920; id., I popolari nella XXVI legislatura, ivi 1923; L. Sturzo, Dall'idea al fatto, ivi 1921; id., Riforma statale e indirizzi politici, Firenze 1923; id., Popolarismo e fascismo, Torino 1924; id., L'Italie et le fascisme, Parigi 1927; G. Salvemini, Il P. P. I. e la questione romana, Firenze 1922; G. Petrocchi, Collaborazionismo e ricostruzione popolare, Roma 1923; id., D. Luigi Sturzo, ivi 1945; id., De Gasperi, la democrazia cristiana e la politica italiana, ivi 1946; I. Giordani, La politica estera del P. P. I., ivi 1924; id., La verità storica e una campagna di denigrazione, ivi 1925; id., Pionieri della democrazia cristiana, ivi 1944; G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944; A. De Gasperi, Studi ed appelli della lunga vigilia, Roma 1946; G. Volpe, L'Italia moderna, II, Firenze 1949; S. Jacini, Storia del P. P. I., Milano 1951.

Giuseppe Petrocchi

Cite this article

“PARTITO POPOLARE ITALIANO.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 551. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/partito-popolare-italiano.