PARTITO POPOLARE ITALIANO

PARTITO POPOLARE ITALIANO. - Partito politico, sorto dopo la prima guerra mondiale, a forte contenuto democratico, ispirato alle dottrine della scuola sociale cristiana.

I. ORIGINE

Fu fondato da d. Luigi Sturzo in unione con un gruppo di uomini politici, già noti nella vita pubblica ed amministrativa italiana, i quali, dopo alcune adunanze preparatorie (nel nov. e dic. 1918), la sera del 18 genn. 1919, da Roma, licenzia-rono alla stampa il primo appello al Paese ed il testo del programma. L'appello «ai liberi e forti» fu firmato da una commissione provvisoria composta di undici membri: d. Luigi Sturzo, on. avv. Giovanni Bertini, avv. Giovanni Bertone, Stefano Cavazzoni, rag. Achille Grandi, conte Giovanni Grosoli, on. dott. Giovanni Longinotti, on. avv. Angelo Mauri, avv. Umberto Merlin, on. avv. Giulio Rodinò, conte avv. Carlo Santucci. La commissione assunse temporaneamente la direzione del nuovo Partito e designò fin dal principio d. Sturzo quale segretario politico.

Il Partito traeva i suoi moventi dall'antitesi tra cattolici moderati e cattolici democratici che provocò – tra il 1904 ed il 1906 – Democrazia Cristiana (v.). D. Sturzo, fin dal suo discorso di Caltagirone (29 dic. 1905) aveva messo in luce la sintesi delle vaghe aspirazioni dei democratici cristiani, le quali si manifestavano spesso con intemperanze dirette ad affermare un autonomismo dottrinale religioso, dando così armi potenti nelle mani dei conservatori per reagire con-

tro l'azione democratica sotto veste di difesa della ortodossia. Fin d'allora, per operare efficacemente sul terreno politico e sindacale in Italia, aveva indicata la necessità di un partito a carattere strettamente nazionale, che non implicasse nei suoi atteggiamenti la responsabilità delle autorità ecclesiastiche; ma che, agendo in modo autonomo e con proprie forze sul terreno politico e sociale, potesse affermare, proprio su questo terreno della realtà storica e contingente, principi fondamentalmente cristiani. Egli, perciò, alla fine del 1918, gettando le basi del P. P. I., non fece che riprendere la linea logica del proprio pensiero. Il Partito si riallaccia storicamente alla dottrina sociale cristiana, da Ozanam a Toniolo, ma principalmente alla Remu Novarum, politicamente alla praxis politica dei partiti cristiani sociali del Democrazia Cristiana (v.).

La prima guerra mondiale non aveva soltanto mutato confini fra popolo e popolo, non soltanto risolto vecchi problemi e posto nuovi punti interrogativi nel campo internazionale, ma nell'interno di ogni nazione aveva apportato profondi mutamenti sociali. Tra i due Partiti dominanti – liberale e socialista – c'era posto per un nuovo partito, per l'affermazione di un nuovo concetto democratico dello Stato, basato non sulla dittatura di una classe qualsiasi, sia pure quella proletaria, ma basato sul decentramento di tutte le funzioni e di tutte le attività, sul rispetto di tutte le libertà, sulla rigorosa applicazione della giustizia. Le masse operaie aderenti alla Confederazione italiana dei lavoratori – premevano per incunearsi tra i due Partiti allora dominanti e tentare la riorganizzazione dell'Italia sulla base della giustizia cristiana.

Con il 4 nov. 1918 l'Italia entrava in armistizio e, il 17, d. Luigi Sturzo pronunciava il suo «discorso di Milano» sui problemi del dopoguerra, in intima connessione ideale con il programma del P. P. I. La caratteristica principale del discorso di Milano sta nell'aver segnato le fondamentali e necessarie riconosciute di libertà per poter agire poi efficacemente sul mondo moderno.

II. PROGRAMMA

L. Sturzo con i suoi amici riprese il problema del decentramento regionale e lo pose sul terreno politico e parlamentare, impostandolo su una salda base nazionale, tenendo ben fermo il concetto anti-panteistico dello Stato quale organo di direzione, coordinamento, vigilanza e tutela, facendo della regione unità non divergente, ma convergente allo Stato, riconoscendola come un'unità specifica.

Una vivace campagna condusse il Partito, sotto il ministero Nitti nel primo semestre del 1919, per la rappresentanza proporzionale, che attraverso notevoli difficoltà ebbe vittorioso epilogo in Parlamento con l'approvazione della relazione Michel. Il nuovo sistema elettorale sostituì alle competizioni delle persone e delle consorterie locali quella dei partiti, ossia delle idee. Le elezioni generali politiche, poggiate sulla proporzionale, del 16 nov. 1919, con la conquista di 100 seggi da parte del P. P. I. e con la riuscita di 156 deputati socialisti, posero sul terreno la discussione di un problema già altre volte presentato sulla scena politica: il problema della collaborazione dei liberali e democratici con i socialisti. Si pensò anche ad un accordo fra popolari e socialisti; ma, a tal riguardo, d. Sturzo, interrogato sull'argomento, fece rilevare come allora gli avvenimenti non fossero ancora maturi per simile collaborazione.

Quando più viva cominciò ad affermarsi la propaganda bolscevica, la direzione del Partito sentì il bisogno di lanciare un manifesto al paese, un vero proclama anti-bolscevico che chiedeva alle masse di «fruggiere da ogni violenza anarcoide» e che invitava il Parlamento ed il governo alla risoluzione rapida dei massimi problemi morali, sociali ed economici.

Il primo Congresso del P. P. I., tenuto a Bologna il 14 giugno 1919 sotto la presidenza di Alcide De Gasperi, riaffermava i cardini non teorici ma tecnici, economici e legislativi, diretti a frenare le agitazioni bolsceviche; chiedeva il riconoscimento giuridico delle classi organizzate, appunto per avviare la risoluzione di tutti i contrasti fra classe e classe verso orientazioni pacifiche, attraverso sta-

bili organi di rappresentanza, il riconoscimento giuridico delle organizzazioni di mestiere – per dar loro la responsabilità dei propri atti – la libertà effettiva d’organizzazione – la parità, cioè, di trattamento di tutte le organizzazioni di fronte alla legge, appunto per rimuovere le violenze anarcoidi fra organizzazioni e organizzazioni – chiedeva infine la trasformazione del contratto di salariato e l’introduzione del compartecipazione operativa e dell’azionariato operativo, per rendere solidali gli interessi del capitale e del lavoro e per sopprimere le lotte perturbatrici della pace sociale ed esiziali alla produzione nazionale. Nel secondo Congresso del P. P. I. – tenutosi a Napoli dall’8 all’11 apr. 1920 – i dibattiti furono vivacissimi, ma la linea programmatica centrale, rappresentata dal segretario politico, si era delineata con tanta precisione, che il consolidamento interno del Partito procede senza deviazioni. D. Sturzo riassume gli scopi del Partito in tre punti: abbattere l’accentramento statale, ridare coscienza agli organismi naturali, eccitare le energie individuali. Passando poi alla discussione sulla riforma della scuola, si votarono ordini del giorno conclusivi i quali, mentre tracciavano un vasto programma di riforma delle scuole pubbliche, insistevano soprattutto sulla necessità di istituire l’esame di Stato per le scuole di ogni grado. Il problema agrario fu anche ampiamente discusso; la relazione presentata partiva da numerosi principi: funzione sociale della terra, problema della produzione, necessità di favorire il conseguimento della proprietà con il lavoro; necessità del decentramento regionale e della rappresentanza delle classi agricole, ecc. Un complesso programmatico notevole atteso, ad tale, tuttavia, esulava il concetto di confidenza anche parziale della proprietà a profitto della collettività. La situazione politica e parlamentare, particolarmente grave in quel periodo, fu esaminata durante gli ultimi giorni del Congresso.

Il P. P. I. si impose nelle Camere e nel governo con l’opera dei suoi ben preparati uomini politici e organizzatori: in primissimo piano Filippo Meda, e poi Angelo Mauri, Giuseppe Micheli, artefice della prima riforma agraria, Giulio Rodinò, Giovanni Battista Bertone, Fulvio Milani, Salvatore Aldisio, Antonino Anile, Giovanni Gronchi, Giovanni Maria Longinotti, Umberto Tupini, Mario Augusto Martini, Francesco Degni, Mario Cingolani, Vincenzo Tangorra, Umberto Merlin ed altri. Emergeva in d’allora la figura di Alcide De Gasperi. La direzione del Partito era affiancata da un ufficio centrale, cui prestarono opera successivamente i due vice segretari politici Mario Cingolani e Giuseppe Spataro e da ultimo, nella segreteria particolare, Mario Scelba, e da un ufficio stampa diretto da d. Giulio de’ Rossi (nobile figura di sacerdote e di scienziato) con la collaborazione di Igino Giordani, Giuseppe Fuschini, Vincenzo Mangano e Giuseppe Trocchi. Quest’ultimo specialmente per i problemi della scuola e della cultura. Nel 1920, durante i due grandi scioperi postelegrafi con e ferroviario, il Partito fiancheggia le «organizzazioni bianche» contrae allo sciopero; alla fine di ag. ed ai primi del sett. 1920, nella invasione delle fabbriche, sostiene l’organizzazione «bianca», il «Sindacato nazionale operai metallurgici» e lo valorizza politicamente, difendendo contro le rappresaglie dei «rossi».

Il movimento fascista comincia a prendere sviluppo e a minacciare le organizzazioni socialiste e popolari, politiche e sindacali. Il Popolo nuovo, organo del P. P. I., deplora l’inerzia del governo.

III. CIMENTI ELETTORALI

Il 7 apr. 1921 l’on. Giolitti scioglieva la Camera e convocava i collegi elettorali. Il P. P. I. prendeva una posizione ben decisa nella lotta, levando la voce della disciplina nazionale, della riconciliazione sociale, della ricostituzione morale, giuridica ed economica del paese. Nella battaglia elettorale d. Sturzo parlò all’Augusteo e poi a Torino e a Palermo, sostenendo il ripristino dell’autorità dello Stato ed il rispetto alle leggi.

Profonda fu la risonanza della vittoria del P. P. I. nelle elezioni del 15 maggio 1921 in cui conquistò 107 seggi, nonostante la lotta aperta di Giolitti che si alleò con i fascisti per combattere popolari e socialisti. L’ordine del giorno Tovini, firmato anche dall’on. Cavazzoni, segretario del gruppo parlamentare popolare, segnò la posizione del P. P. I., che era nel mezzo delle ali estreme.

Finito lo sciopero degli impiegati, L. Sturzo, in un’intervista, dopo aver indicato una serie di riforme, non approvò l’atteggiamento di ribellione degli impiegati statali, riconoscendo che la crisi morale alla quale si era arrivati era dovuta ad un’ipertrofia statale «voluta, coltivata, alimentata, subita dalle classi dirigenti e dalle democrazie liberali». Durante il ministero Bonomi, chiara e conseguente fu l’azione svolta dal P. P. I., volta a difesa dello Stato, insidiato da opposte parti, e alla ricostruzione sociale. Nell’ag. 1921 il Consiglio nazionale del Partito segnava ferme direttive. L’ordine del giorno Gronchi affermava che ogni cooperazione con altre forze politiche poteva avvenire soltanto sulla direttiva del progressivo, profondo rinnovamento degli istituti economici e politici ed attraverso chiare impostazioni programmatiche.

Nel Congresso di Venezia (20 ott. 1921) il P. P. I., constatato che «dal Congresso di Napoli in poi la collaborazione del gruppo parlamentare popolare ai vari ministeri era stata imposta dal dovere di far funzionare l’istituto parlamentare e di cooperare al ripristino dell’autorità dello Stato, e che la mancata attuazione dei punti programmatici posti come patto di allanza (e specialmente la riforma agraria, la proporzionale amministrativa, l’esame di Stato, la legislazione cooperativa) era dovuta non solo al lento ed intralciato funzionamento della Camera, ma anche al succedersi di avvenimenti politici ed elettorali, riconfermò questo limite alla collaborazione con gli aggruppamenti politici. Nel Congresso di Venezia Sturzo riferì ampiamente sul problema della regione, impostandolo su basi organiche. La relazione fa testo anche oggi in materia. Qualche giorno prima che si riaprisse la Camera, nel genn. 1922, d. Sturzo, commemorando il terzo anniversario della nascita del Partito, pronunciava a Firenze un discorso sulla crisi e rinnovamento dello Stato, ponendo in rilievo le deficienze, le debolezze e gli errori della politica delle classi dirigenti, investendo in pieno il problema dello Stato e suggerendo una soluzione audace. Presentatosi dimissionario alla Camera a causa delle manovre giolittiane il ministero Bonomi, il direttore del gruppo parlamentare popolare votava all’unanimità un ordine del giorno nel quale stabiliva che in caso di crisi dovessero restare «come pregiudiziali al suo compimento, da parte del gruppo popolare, la precisazione di un indirizzo al governo e di un programma di lavoro legislativo preventivamente concordati con gli organi responsabili dei gruppi, la costituzione di un comitato permanente di maggioranza, la proporzionalità nella partecipazione al ministero in rapporto all’efficienza numerica dei gruppi medesimi». Il Popolo nuovo del 5 marzo 1922, soffermandosi sugli avvenimenti, rilevava come il P. P. I. – dopo aver per il primo, fin dall’ott. 1920, gettato l’allarme contro i progetti finanziari dell’on. Giolitti, e concordata con il ministero Bonomi una sospensione all’applicazione della legge sulla nominatività – avesse risollevata la questione economica e finanziaria a proposito del ritorno o meno di Giolitti al potere, costringendo tutti a manifestarsi a favore di un mutamento di indirizzo.

Poiché la situazione parlamentare era oltremodo confusa, il Re respinse le dimissioni di Bonomi e lo indusse a ripresentarsi alla Camera (16 febbr. 1922). Ma il Gabinetto fu silurato nuovamente da Giolitti, il quale tentava di riprendere il potere. I popolari non potevano prestarsi a questi arreggi, specie considerando la gravissima situazione interna, quasi rivoluzionaria, provocata dai fascisti e dai comunisti. Pertanto il Partito si schierò riso-

l'utamento contro Giolitti quale esponente della degenerazione politica democratica italiana, accusato anche, dice il de' Rossi, di avere «assunto le spoglie di difensore dello Stato laico contro l'invadente clericalismo» e di sotterranee manovre divorziste. Intervenne qui il famoso «veto» per la reincarnazione politica di Giolitti da parte della direzione del Partito e del gruppo parlamentare popolare. Giolitti comprese finalmente la minuta del proprio sogno e ripiegò sul debole e incerto on. Facta. La soluzione invece non poteva essere che quella di un gabinetto Meda, Amendola, Turati. Malaviguratamente il Meda leader popolare si trasse indietro. Ma l'on. Giolitti era vecchio e stanco, i metodi da lui adoperati in passato non erano più valevoli; non aveva dietro a sé consenso di popolo, gli accordi con i fascisti nelle elezioni del 1921 per combattere i popolari e i socialisti legalitari lo avevano compromesso davanti alle loro masse. E chi avrebbe egli dovuto abbattere o piegare, ossia Mussolini, era a lui supplicare per audacia e spregiudicata inventiva, sostenuto, com'era, da un'organizzazione armata che si era infiltrata anche nelle alte sfere dell'esercito, e da un movimento senza scrupoli e limiti d'azione.

IV. NELLA GRANDE CRISI DEMOCRATICA

Sull'indirizzo del nuovo ministero Facta, il Consiglio nazionale del P. P. I. invitava la direzione del Partito e il gruppo parlamentare a fare opera presso il governo perché, nella difesa delle libertà costituzionali e nella tutela dell'ordine pubblico contro una ripresa di violenza agrario-fascista di squadre armate, facesse sentire «alla coscienza pubblica la forza dell'autorità dello Stato e delle ragioni morali del vivere civile».

Caduto il ministero Facta nel luglio 1922 la crisi fu laboriosa e il Re riconfermò Facta che si ripresentò con lo stesso ministero alla Camera. Fu allora imposta dai popolari l'approvazione della riforma agraria (colonizzazione del latifondo) approvata dalla Camera il 10 ag. 1922. Ciò determinò l'intensificazione della lotta dei fascisti, alleati agli agrari, e le occupazioni dei municipi, gli incendi delle cooperative, le aggressioni di strada e di piazza. Il Consiglio nazionale del P. P. I., riunitosi in Roma d'urgenza, il 20 ott. 1922 emanava un appello per il ritorno alla pace interna. B. Mussolini, che dal 21 al 22 si era preparato ad entrare in un governo di coalizione, aveva poi puntato su un governo d'unione nazionale che facesse perno sulla destra; ora, pur conducendo irrisorie trattative con Giolitti, Orlando e Salandra, mirava invece alla scalata integrale. Il Congresso fascista di Napoli non fu che un preludio alla marcia su Roma. I ministri popolari ed il segretario politico, che fin dalle prime apparizioni avevano compreso dove mirasse il fascismo, tentarono di segnalare il pericolo al presidente del Consiglio Facta, senza riuscire a scuoterne la fiducia.

Già verso la fine del 1920 d. Sturzo aveva definito il fascismo come un movimento scaturito dalla guerra a cui si poteva concedere il merito della riabilitazione della guerra e della vittoria, che i socialisti avevano avuto il torto di deprimere; ma era un movimento, nato socialistico, rivoluzionario-anticlericale che si veniva appoggiando agli «agrari» della Valle Padana. Sfruttando il sentimento nazionale e patriottico avrebbe servito di pretesto all'industrialismo ed all'agrariismo dell'Alta Italia per polarizzare intorno a sé le forze di reazione e di conservazione del privilegio contro le esigenze delle classi lavoratrici. «Il governo — aggiungeva d. Sturzo — con la sua classica tattica di contingentismo e di adattamento, asseconderà ed aiuterà il fascismo, e poi ne sarà succube e vittima».

V. CON IL FASCISMO AL GOVERNO

Dopo l'avvento del Mussolini al potere e la costituzione del primo ministero di coalizione in cui erano entrati i liberali, i popolari e i democratico-sociali, insieme con i nazionalisti ed i fascisti, d. Sturzo non accettò la collaborazione e si riserrò di portare la questione al Congresso; dichiarò di lasciar libero il gruppo popolare alla Camera a far fare l'esperimento (a titolo personale del gruppo) : questo fu lo spirito del discorso del 19° dic. 1922 a Torino.

La collaborazione non poté durare : la frattura avvenne poco dopo. Sturzo non aveva dato alcuna carta bianca a Mussolini. L'autonomia e la dignità del P. P. I. dovevano rimanere integre a qualunque costo. Quindi precisazioni e messe a punto : riserve e critiche quando fosse necessario. I trafetti critici pubblicati di volta in volta da d. Sturzo, il suo discorso di Torino del 20 dic. 1922 causarono reazioni sempre più gravi, e la relazione al Congresso nazionale di Torino del 12 apr. 1923 segnò la definitiva uscita dei popolari dal governo.

Il Congresso di Torino fu un «atto di ardire» della direzione del Partito, ed i padidi benpensanti non volevano che fosse tenuto, ma d. Sturzo ne aveva colto l'assoluta necessità ed anzi previsto la funzione storica. Nel frattempo era uscito Il Popolo, il quotidiano del P. P. I. diretto da Giuseppe Donati. Organo di battaglia, Il Popolo contribuì alla chiarificazione del Partito e alla sua differenziazione, sino al definitivo distacco dalla collaborazione al primo ministero Mussolini, culminante nell'opposizione aperta.

Riuscito vano il tentativo d'inserire la rivoluzione fascista nell'orbita della costituzione e della legalità, approvata, malgrado gli sforzi del gruppo popolare autorevolmente capeggiato da De Gasperi, la riforma elettorale del 23 luglio del 1923, che ab initio assicurava una maggioranza al governo mussoliniano, il P. P. I. passò definitivamente all'opposizione, nonostante la defezione di un tenue gruppo dei propri deputati. Chiusa la legislatura il 24 genn. 24 (nel dic. era avvenuta in Roma la prima aggressione contro Amendola e si susseguirono altri gravissimi episodi di violenza contro le organizzazioni cattoliche e popolari), le elezioni politiche indette il 6 apr. del 24 si svolsero in un clima acceso di violenze con la vittoria decisiva del Partito fascista. «Con tali elezioni, la posizione del P. P. I. nella vita pubblica italiana subisce un radicale mutamento», rileva lo Jacini, «non più partito di governo e di centro, non più fulcro della maggioranza parlamentare, libero nei suoi movimenti, svincolato anche formalmente da una collaborazione che ogni dì più gli pesava, viene a trovarsi affiancato, con funzioni integrative, ad una crescente schiera di liberali, di democratici, di socialisti, formando con essi la svariata compagine dell'opposizione costituzionale impegnata a difendere le libertà statutarie».

Ma occorre risalire ad un fatto oltremodo significativo nella vita del Partito. D. Sturzo, sopraffatto dalla reazione, presentò le sue dimissioni il 10 luglio 1923 al Consiglio nazionale del Partito, radunatosi in quei giorni, nel vivo dell'opposizione condotta dal gruppo parlamentare contro la riforma elettorale e contro il governo fascista. Egli dichiarò che non era mosso a ciò da divergenze con il gruppo parlamentare, ma per non dare più oltre agli avversari il pretesto di equivocare sui rapporti del P. P. I. con la Chiesa e quindi coinvolgere questa negli inevitabili contrasti politici che il Partito doveva affrontare per la difesa e la realizzazione del suo programma ideale e pratico. Il Consiglio nazionale decise allora di affidare le funzioni della segreteria politica ad un triumvirato, al quale furono nominati l'on. Rodinò quale presidente, l'on. Gronchi quale segretario e l'avv. Spataro quale vice segretario. L'impressione nel Partito fu intensa, e imponente la manifestazione di omaggio a d. Sturzo. Le dimissioni di lui vennero variamente spiegate: nel campo ministeriale come un successo di Mussolini, in altri campi come preludio ad un irrigidimento del gruppo popolare all'opposizione; ma esse erano divenute inevitabili in quanto le direttive di persecuzione da parte del governo fecero temere che l'ostilità fascista contro d. Sturzo ed il Partito potesse estendersi al clero in genere. Intanto avveniva l'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e di d. Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta (14 ag. 1924).

Dopo le dimissioni e fino al giorno dell'esilio, d. Sturzo riprese intensamente gli studi e diede vita al Bollettino di scienze sociali e politiche, viva rassegna critica di esame e di dibattito dei principali problemi che si

agitatvano nel campo della cultura sociale e politica italiana e straniera. Quando d. Sturzo partì da Roma per Londra, il 25 ott. 1924, la segreteria e la direzione del Partito furono assunte da Alcide De Gasperi, che con l'aiuto di Spataro mantenne e rinsaldò le file fino a che non venne travolto dalla violenza.

I popolari diedero soccorso validissimo al movimento politico detto dell'Aventino, provocato dai delitti politici e da altri gravissimi attentati liberticidi compiuti dalle squadre nere, che rendevano inattuabile l'esercizio del potere parlamentare da parte dell'opposizione.

La campagna Matteotti fu per il giornale del Partito, Il Popolo, il maggior titolo di onore. Donati, con la sua denuncia contro De Bono, presentata all'Alta Corte di giustizia, e con una serie di articoli minutarmente documentati, denunciò in modo inoppugnabile le responsabilità politiche del delitto. Lo stesso ardore manifestò nella campagna giornalistica e nella denuncia contro Balbo per l'assassinio di d. Minzoni (dopo il delitto Matteotti, De Gasperi, che fu uno dei membri più attivi del comitato direttivo dell'Aventino, insieme con Amendola e De Cesare si recò al Quirinale per presentare al Re richieste dell'opposizione contro il delitto).

VI. Ultimo Congresso

L'ultimo Congresso del P. P. I. fu tenuto in Roma, nella primavera del 1925, in un'angusta sala nei pressi di S. Andrea della Valle, dove De Gasperi riunì gli amici fedeli. Dopo un esame della situazione si concluse che, tolta ormai ogni possibile difesa di azione o di reazione, non rimaneva che affermare la propria indipendenza morale. Il 14 dic. 1925 anche De Gasperi fu costretto a dare le dimissioni da segretario politico del Partito e a ritirarsi a vita privata.

Il 25 gen. 1927 fu decretato lo scioglimento della Camera ed il gruppo parlamentare popolare, già stroncato con il provvedimento di decadenza del mandato parlamentare dei deputati avventinati, cessò di esistere anche teoricamente. La maggior parte degli esponenti del Partito fu privata del passaporto e del porto d'armi e costretta a ricevere la carta d'identità munita delle impronte digitali. Qualsiasi carica pubblica fu loro inibita e fu loro consentita solo, in limiti molto ristretti, l'attività professionale.

VII. Funzione storica del Partito

Per riassumere in un giudizio sintetico la funzione storica del P. P. I., si può legittimamente affermare che il Partito, trasferendo in sede autonoma i principi della scuola sociale cristiana, diede una coscienza democratico-cristiana ed una responsabilità ad una frazione notevole di cattolici italiani, sottraendoli alla tutela e minorità delle classi politiche dirigenti; e d'altra parte contribuì a disimpegnare la Chiesa dai contrasti dei partiti.

L'odierno Partito democratico cristiano non ne è che l'erede ed il continuatore.

Bibl.: G. de' Rossi, Il P. P. I. dalle origini al Congresso di Napoli, Roma 1920; id., I popolari nella XXVI legislatura, 1923; L. Sturzo, Dall'idea al fatto, 1921; id., Riforma statale e indirizzi politici, Firenze 1923; id., Popolariismo e fascismo, Torino 1924; id., L'Italia e le fascismi, Parigi 1927; G. Salve, Minii, Il P. P. I. e la questione romana, Firenze 1922; G. Pecchetti, Collaborazione e ricostruzione popolare, Roma 1923; id., D. Luigi Sturzo, 1924; id., De Gasperi, la democrazia cristiana e la politica italiana, 1924; id., I. G. Giordani, La politica estera del P. P. I., 1924; id., La verità storica e una campagna di denigrazione, 1925; id., Pioniere della democrazia cristiana, 1925; id., G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944; A. De Gasperi, Studi ed appelli della lingua vigilia, Roma 1946; G. Volpe, L'Italia moderna, II, Firenze 1949; S. Jacini, Storia del P. P. I., Milano 1951.

P. A. P. A. - Termine greco (παροσύλα) che nel Nuovo Testamento designa (16 volte su 24) la seconda venuta di Gesù per la fase conclusiva del Regno messianico.

Significa propriamente «presenza» (da παροῦν «presente») e per ovvia estensione il «presentarsi», la «venuta»; tale uso classico ricorre 3 volte nei Settanta (II Mach. 8, 12; 15, 21; Iudit. 10, 18) e 6 volte in s. Paolo

(I Cor. 10, 10; ecc.). La «venuta con potenza e gloria» (Mt. 24, 30) di Gesù è detta p. da s. Paolo 7 volte (I Cor. 15, 23 e 6 volte in I-II Thess., oltre la p. dell'Anticristo in II Thess. 2,9), da Iac. 5, 7,8, da II Pt. 1,16; 3,4,12, da I Io. 2,28, e da Mt. 24, 3,27-37.39. Vi equivalgono i termini: «giorno [del Signore o Cristo]» (17 volte in s. Paolo: Act. 2,20; I Pt. 3,10.12; Apoc. 16,14), «manifestazione» (ἐπιφάνεια: 5 volte nelle epistole pastorali), «rivelazione» (ἀποκαλύψις: I Cor. 1,7; II Thess. 1,7; I Pt. 1,7-13; 4,13). È detta anche «visita» (ἐπισκόπησις: Lc. 19,44; cf. 1,68.78; 7,16; I Pt. 2,12 [e 5,6]) secondo l'espressione profetica (περιδιάδει: Is. 10,3; Os. 9,7; Num. 16,29 è «la morte che a tutti spetta»).

Nel mondo ellenistico p. era divenuto termine tecnico per designare la «venuta» o «visita» solenne di un re o dell'imperatore (nei documenti dal sec. III a. C. al II d. C.), celebrata con feste memorande, talora con l'inizio del computo d'un'ora nuova. Un'iscrizione di Olbia (sec. III a. C.) narra la p. del re Saitharphanes; un papiro di Tebtunis (ca. 113 a. C.) parla dei febbri preparativi per la p. di Tolomeo II Soter; un'iscrizione di Tegna è datata al 69° anno della prima p. del dio Adriano in Grecia; Corinto e Patrasso in memoria della p. di Nerone coniurano monete iscritte «Adventus» (π.μ. Augusti): Germanico Cesare notifica agli Alessandrini (19 d. C.) che non vuole, al suo apparire (ἐνόντισχόν) tra loro, acclamazioni (cf. Act. 12,22) quale dio (ἐνόντισχόν ἐκφωνήσεως) che spettano solo all'imperatore «vero salvatore e benefattore dell'intera umanità». Analoghi sono i testi relativi alla «manifestazione» salvifica della nascita dell'imperatore: iscrizione di Priene (9 a. C.), che esalta il lieto annunzio (εὐεργέλως) della pace collegata con la sua p., iscrizioni di Paulus Fabius Maximus (9 a. C.) e di Narbona (22 sett. 12 a. C.), tutte a risonanza «messianica» come la IV Edogia di Virgilio.

Negli scritti neotestamentari, p. conserva il senso fondamentale di «presenza», e solo in forza del contesto può implicare il senso di «ritorno». Come la «manifestazione» (II Tim. 1,10; 4,8) o la «rivelazione» (I Pt. 1,7,13) di Gesù, la sua p. è una presenza iniziata con la natività, che dovrà culminare nella sua apparizione suprema di re-giudice universale. Correlativa al Regno di Dio (II Tim. 4,1), che è venuto «apparire da ancora venire» (Mt. 4,17; 6,10), la p. del Re-Messia, realtà e fine cui tutto tende, assume aspetti diversi, secondo le fasi del Regno cui corrisponde. La p. è la teofania rinnovatrice che riempie «il giorno» del Signore, che è «il giorno di Jahweh» dei Profeti (Is. 2,12; 13,6.10; ecc.). Anche l'Incarnazione era detta p. (s. Ignazio, Ad Philad. 9,2; era il primo tema dell'εὐεργέλως; forse II Pt. 1,16). La p. del Cristo è l'inizio e l'epilogo, l'inaugurazione e la conclusione, la fede e la «basta speranza» (Tit. 2,11-13; Col. 3,1-4); non si limita all'episodio terminale del dramma umano; perciò «aspettare la p.» (I Cor. 1,7; Phil. 3,20; Rom. 8,19-25) non equivale a aspettare la fine del mondo. Come il Regno di Dio, la p. del Cristo è costantemente progressiva: ha aperto l'era del definitivo (I Cor. 10,11 «il limiti dei secoli-eoni ci sono venuti incontro») come «primizie», poi segnerà la fine nel pieno conseguimento del fine (ibid. 15,23-28), quando Gesù riapparirà nella gloria in cui introdurrà tutti gli eletti (I Thess. 3,13; 4,14-17; II Thess. 1,7-10; cf. s. Ignazio, Ad. Eph. 15,3).

Gesù predica il Regno di Dio come già da lui portato tra gli uomini (Mt. 11,12; 12,28; Lc. 17,21), aperto a chi vuol essere felice (Mt. 5,3-11; 11,25-30), ma anche come ancora racchiuso nel seme e sviluppati poco a poco prima di essere attuato (Mt. 13,24-33), il che avviene lentamente e senza che nessuno se ne avveda (Mt. 13,31-33; Mc. 4,26-29; Lc. 17,20; Io. 18,36); presente, o in gestazione, il regno è tuttavia futuro, specialmente come premio eterno per i fedeli singoli alla loro morte (Mt. 22,1-44; Lc. 14,15-24; 16,19-31). È, in connessione con l'avvento misterioso del Regno, Gesù annunzia la sua p. futura, non determinabile né nel tempo né nello spazio (Mt. 24,25-36); non è calcolabile in cifre o date umane, poiché «il giorno» di Dio non coincide con i giorni umani (II Pt. 3,8 = Ps. 89,4). La prospettiva profetica, sul piano dell'eterno, ponendo l'avvento

messianico, capitale per la salvezza dei singoli e dei popoli, in intima connessione con la vita di ogni anima e di ogni generazione, sembrerebbe, a uno sguardo superficiale, far coincidere l'inizio dell'era messianica con la fine del mondo; e ogni uomo, poiché si pone al centro della storia, tende a confondere l'assoluto con l'immediato nel tempo e nello spazio rispetto a sé. Gesù insiste sulla conseguenza morale-ascetica di questa essenziale indifferenza della sua p. nel tempo; come il profetico giorno di Jahweh, è una realtà sempre incombente sull'umanità individuale e collettiva, paurosamente improvvisa (Mt. 24,36-42,44-50; Lc. 12,39; 17,22-37), prossima perché nessuno vi sfuggirà, in cui sarà saldato per tutti il conto di vita e di morte. Sorprenderà come un ladro durante il sonno; bisogna quindi «vigilare», sempre «pronti» con le lucerne accese, operando il bene senza posa (Mt. 24,36-25,13; Mc. 13,32-37; Lc. 12,35-48), anche se «fa ritardo» (Mt. 24,49; 25,5; Lc. 12,45; Hebr. 10,37; II Pt. 3,4-9), aspettando «il giorno e l'ora» in cui piombierà a «chiedere l'anima» (Lc. 12,20).

Come nella seconda parte di Daniele (capp. 7-12), la predicazione di Gesù e degli Apostoli richiama spesso il mistero della fine, mistero che si svolge in tre momenti: apparizione del Figlio dell'uomo (Dan. 7,13 = Mt. 24,30 e 26,64), risurrezione e giudizio universale, glorificazione dei santi. Nel consueto apparato biblico delle teofanie (tromba, grido, nube, fumo, tempesta), tra le calamità umane e le convulsioni dell'intero cosmo (Mt. 24,6-9.29: immagini profetiche di Is. 13,10; 34,4; Am. 8,9; ecc.) giunto anch'esso al traguardo finale, Gesù con i suoi debellati nella p. tutte le forze ostili (carne, peccato, morte nell'ambito individuale, spiriti e uomini maligni nell'ambito collettivo). Re-giudice universale, redentore dei fedeli e vindice degli oppressi, chiuderà l'oro militante terrestre del Regno di Dio per inaugurare l'oro glorioso celeste. L'ultimo atto della p. è costituito dalla risurrezione dei morti (I Cor. 15,26.54-57); i risorti compariranno davanti al trono del Messia «che viene sulle nubi del cielo». Gesù giudicherà «i vivi ed i morti», cioè i passati, i presenti, i futuri, «i terrestri (γῆ ζώντων: Ps. 26,13; 51,7; ecc., in opposizione allo σέσῳ) e gli inferi» su cui ha ogni potere (Phil. 2,10; per «i celesti» cf. I Cor. 5,3): la formula della catechesi apostolica «i vivi ed i morti» (Act. 10,42; II Tim. 4,1; I Pt. 4,5), entrata nel Simbolo, deve intendersi in relazione a chi la recita (s. Tommaso, Suárez), essendo ovvio che, dopo la risurrezione universale, tutti saranno vivi. Assunti i giusti nella gloria e scagliati gli iniqui nel fuoco eterno (Mt. 25,31-46), avverrà il ricongiungimento tra coloro che la morte aveva separati: «insieme» (ἀμας σύν) rifulgeranno nel corteo del Re divino con cui giornano nell'amore di lui e dei cari ritrovati (I Thess. 3,13; 4,17; Apoc. 7,4-17; 14,1-5; cf. Dante, Paradiso, XXII, 97-110). Segno precursore della p. ANTICRISTO (v.), operante «il mistero di iniquità» che travolge nell'«apostasia»: Gesù lo distruggerà «con la manifestazione della sua p.» (II Thess. 2,3-12). Sui «segni» della p., cf. Didache, 16, 3-8.

Circa il tempo della p., Gesù lo dichiarò inconsciabile (Mt. 24,36; Act. 1,7). In Mc. 13,32 precisa che «quel giorno e ora» sono noti solo al Padre, «né agli angeli né al Figlio»: con enfasi afferma qui che il potere di stabilirà le (per appropriazione) del Padre (di cui Gesù conosce ogni segreto: Mt. 11,27), che non è qui in questione l'informazione teorica, ma il mistero tremendo non svelabile, che c'impone incessante vigilanza. Il S. Uffizio ha condannato (5 giugno 1918) i cattolici che, dopo H. Klee (1848) e H. Schell (1893), limitavano la conoscenza di Gesù (Denz-U, nn. 2183-85), precisando la condanna delle proposizioni 33-34 del decreto Lamentabili (3 luglio 1907; Denz-U, n. 2033 sg.).

J. Weiss (Die Predigt Jesu vom Reiche Gottes, Gottlinga 1892, ed. rifusa 1900), seguito da A. Loisy e A. Schweitzer, pretese che il messianismo di Gesù era puramente escatologico, basato sull'imminenza della sua p. gloriosa che doveva inaugurare il Regno di Dio; il cristianesimo sarebbe nato da tale illusione circa la fine del mondo. Ma Gesù non riteneva prossima la fine del mondo: fondò l'apostolato e la Chiesa, predicava una morale di stabilità familiare e sociale. Predice, si, la sua rivincita nel corso di una generazione (Mt. 10,23; 16,28; 24,23-28 e 34; 26,64; discorso sulla p. di Lc. 17,22-37); ma tali accenni al prossimo ritorno di Gesù si riferiscono certo alla distruzione di Gerusalemme, con cui si iniziava la nuova era religiosa. Il Regno di Dio non si inizia mediante evoluzione, ma mediante frattura. Nei testi dell'«apocalisse sinottica» (Mt. 24; Mc. 13) molti cattolici distinguono la fine di Gerusalemme dalla fine del mondo; ma è meglio intendere tutto della fine di Gerusalemme (A. Feuillet, F. Spadafora), che rappresenta l'intera economia messianica di tribolazione e di lotta. La teoria di J. Weiss e A. Schweitzer è stata ben confutata nel campo stesso protestantico liberale, anzitutto da H. Windisch; R. Bultmann (v. BIBLICA., p. 39) rileva che la predicazione di Gesù «non è affatto influenzata dal pensiero che la fine del mondo è vicina»; secondo E. Holmström la nozione cristiana della «prossimità» del Regno implica solo la presenza virtuale e crescente del Regno futuro; H. D. Wendland dimostra bene che Gesù prevedeva la p. molto lontana nei secoli, come deduce soprattutto dalla fondazione della Chiesa su Pietro (Mt. 16,16-19); F. Busch, infine, vede nell'«apocalisse sinottica» un forte avvertimento contro l'illusione di una prossima p., bene identificando la «tribolazione» predetta con il lungo Regno messianico in terra.

Non diversa è la mentalità dei continuatori della predicazione di Gesù. Nel cristianesimo, il mistero della venuta escatologica del Cristo si pone al centro della storia e nell'intimo delle anime. Ma non risulta affatto che nel sec. 1 la fine del mondo fosse attesa più che presso le generazioni anteriori o posteriori. L'attesa o timore della catastrofe cosmica affiora in tutte le generazioni umane, accompagnata da predizioni, presagi e computi; d'altra parte i predicatori cristiani, da Gesù e dagli Apostoli in poi, inculcano sempre il timore dei novissimi. Risulta solo che tra i fedeli di Tessalonica, intorno al 52, ve ne erano di quelli «spaventati» dalla prospettiva della fine, e s. Paolo li esorta a non credere che «il giorno del Signore sia imminente» (II Thess. 2,2); nient'altro. Come Gesù, gli Apostoli rifiutano di occuparsi del tempo della p. suprema, e approfittano di ogni quesito in proposito per raccomandare la vigilanza e l'azione perseverante, a lunga scadenza (Act. 1,6-8; I Thess. 5,1-11; II Pt. 3,4-14; Apoc. 3,3; 16,15); come Gesù, s. Paolo descrive i segni «precursori della p. che debbono tonificare la resistenza morale (Mt. 24,21-27; II Thess. 2,3-12). La consegna apostolica è ascetica («vigilare», poiché il giudizio del Cristo è sempre sospeso sul mondo) e mistica: Gesù è presente, eppure bisogna desiderarlo, affrettarne il ritorno, corrergli incontro.

S. Paolo insegnò sempre l'universalità della morte (Rom. 5,12-21; I Cor. 15,22; Hebr. 9,27; cf. Gen. 3,19; Eccl. 12,7; Ps. 88,49). Tutta l'economia redentiva da lui illustrata si compendia nell'antitesi morte-vita, nel susseguirsi di due eoni: la tribolazione di questo tempo e la gloria futura; e l'unico passaggio tra i due è quello già percorso dal Redentore: la morte e la risurrezione (Rom. 8,11.17 sg. 23; II Cor. 4,17). Uomo positivo di perfetto equilibrio, che non rinnegò mai l'ovvia esperienza e il senso comune, s. Paolo non dubitò mai di dover morire, per poi risorgere, lui e i suoi discepoli.

Afferma ciò nel 51 in I Thess. 5,10; nel 57-58 in I Cor. 6,14; II Cor. 4,14, e dopo il 64 in II Tim. 4,6-7; nel 61 (W. Michaelis, Die Daterung des Philipperbriefes, Gütersloh 1933, data Phil. tra 53 e 56) in Phil. 1,21-23 dichiara che la vera vita, con Cristo, è quella che segue la morte (P. Jouon, in Recherches de sc. rel., 29 [1938]). 8,9 sg.) e «morire è un guadagno»; esprime più volte questo desiderio della morte corporale (Rom. 7,24), come tutti i santi, perché «usciere dal corpo» è condizione indispensabile per unirsi al Signore (II Cor. 5,6-8). Mentre aspetta la morte, Paolo è tutto proteso nella attesa della p. (Phil. 3,13-21; II Tim. 4,8), culmine di speranza e di salvezza; intanto continua a compiersi in Gesù l'unione del celeste e del terrestre (Eph. 1,10). Siamo perciò nell'epoca nuova, ultima, poiché l'era vecchia, con la sua

economia, è cessata (II Cor. 5, 17; Hebr. 8, 13); siamo prossimi alla fine delle cose del mondo (Hebr. 10, 25-37; Iac. 5, 8; I Pt. 4, 7; I Io. 2, 18). Quando gli Apostoli proclamano il Signore vicino (Phil. 4, 5; Rom. 13, 11; Iac. 5, 8; Apoc. 3, 20), si tratta di una prossimità spaziale spirituale più che temporale; è la presenza di Gesù già vivente tra i suoi (Mt. 18, 20; 28, 20; Io. 14, 3-23). In cui è racchiusa tutta la teologia della Grazia. In questa prospettiva mistica il tempo non conta: Paolo e i perfetti, immersi nell'assoluto, sulla terra vedevano solo la precarietà (I Cor. 7, 29-31; I Pt. 4, 7; I Io. 2, 15-18) degli uomini e degli eventi (B. Allo (v. BIBLICA), pp. 180-83). E i cristiani si uniscono fin d'ora, vivendo con Cristo, alla sua p. che sarà anche la p. dei suoi fedeli (Col. 3, 4; Hebr. 9, 28; I Pt. 5, 4; I Io. 2, 28; 3, 2). La vicinanza del Signore è motivo di timore, come l'irruzione d'un ladro (I Thess. 5, 2-4; II Pt. 3, 10; Apoc. 3, 3; 16, 5), di austerità (Rom. 13, 11 sg.; I Cor. 7, 29-32; II Cor. 6, 2), ma anche di gaudio (Phil. 4, 4-6). Perché connessa con la morte e il giudizio, la p. deve essere attesa con angoscia e con fiducia, essendo il trapasso dal pericolo all'eterno (II Cor. 4, 14-17; Rom. 8, 18-25).

L'Apostolo era a contatto continuo con la morte, alla quale era sempre pronto, la cui attesa gli era familiare; egli giura che è «ogni ora in pericolo; ogni giorno sono esposto alla morte» e che solo la speranza della risurrezione dopo morte gli dà coraggio (I Cor. 15, 30-32); in continuo pericolo di morte, spera solo «nel Dio che risuscita i morti» (II Cor. 1, 8 sg.), e si gloria di questa sua vita di rischio e di infermità: interi capitoli insistono su questo tema (II Cor. 4, 7-17; 11, 23-33; 12, 5-10). S. Paolo insegna che tutti saranno giudicati secondo quanto fecero e mediante il corpo, cioè prima di morire; esprime il desiderio di lasciare il corpo poiché non vi è altra via che la morte, che ci libera dall'esilio, per riunirsi al Signore (II Cor. 5, 6-10; dopo morte, vi sarà il giudizio particolare (cf. I Cor. 3, 13-15), e per i giusti la riunione beata a Cristo, in attesa della risurrezione). E l'economia cristiana che Paolo prevede in terra richiede molti soli: spera, tra l'altro, di salvare solo «alcuni» giudei, mentre la loro massa (το πληρωμα αυτών) verrà al Cristo molto dopo la sua morte, dopo «compito il tempo delle genti» (I Cor. 21, 24).

Ma molti esegiti, anche cattolici, ritengono che s. Paolo, conformandosi all'assenza opinione dei cristiani suoi contemporanei, sperasse di non morire, ritenendo imminente la p. I primi cattolici che attribuirono a Paolo e agli Apostoli l'errore o l'illusione dell'imminenza (desiderata o temuta) della p. furono A. Maier (1847) e A. Bisping (1865), seguiti da J. Corluy (1887), E. Le Camus (1905), L. Duchesne (1906), A. Lemonnier (1906), A. Cellini (1907), F. Prat (1908), F. Tillmann (1909), e molti altri nel corso del sec. XX, fino a F. Gutermann (1932), il quale sostiene che per s. Paolo la morte e la risurrezione erano una pura possibilità teorica, poiché aspettava a brevissima scadenza e predicava prossima la p. del Signore. Basti per tutti citare F. Prat, La théologie de St Paul, I, 12a ed. (Parigi 1924), p. 80; «Fatto innegabile: i cristiani dell'età apostolica si credevano giunti alla fine dei tempi... Il loro errore, fatto in parte di desiderio e di speranza, si connetteva con il pregiudizio universale... forse anche a una falsa interpretazione della frase del Salvatore» (Mt. 24, 34), e aggiunge che nulla si oppone a che s. Paolo abbia «condiviso il'illusione comune», che però non ha insegnata. Specifica inoltre che s. Paolo ha sempre «insegnato che l'ultima generazione dei giusti sarà rivestita d'inmortali senza attraversare la morte» (p. 90) e invoca a sostegno di ciò «le affermazioni chiare, tre volte ripetute» di I Thess. 4, 15-17; I Cor. 15, 51; II Cor. 5, 3. In massima parte gli autori cattolici seguono oggi questa opinione. Di questi tre testi escludono il terzo J. Chaine, e più B. Allo nel suo commento (Deuxième aux Corinthiens, Parigi 1936, pp. 124-29), ove dimostra che in II Cor. 5, 3 è espresso il desiderio della morte. Né è serio parlare di un inesistente «pregiudizio universale» dei Giudei di quel tempo».

Poiché i passi oscuri debbono essere spiegati alla

stregua dei chiari, e non viceversa, è certo invece che s. Paolo insegna senza equivoco che tutti gli uomini dovranno attraversare la morte per raggiungere la gloria. Gesù l'aveva affermato (Io. 12, 24) e s. Paolo s'indigna contro chi ritenesse il contrario: «Innensato! Ciò che tu semini non può raggiungere il rigoglio della vita se prima non muore» (I Cor. 15, 36). È tutto il cap. 15 di I Cor. è l'applicazione di questo fondamentale assioma; la risurrezione, che suppone la morte, è la verità somma per ogni cristiano: poggia sul principio del doppio Adamo, essendo Gesù «la primizia dei dormienti» (I Cor. 15, 20-22, 45-49), e tutta la vita di s. Paolo si basa sull'attesa della risurrezione dei morti (ibid. 30-32, cf. 58); è impossibile che «la corruzione (il corpo terrestre) possa credere l'incorruzione» a meno che non venga annullata dalla morte (v. 50); tutto il «mistero» di rinnovamento glorioso descritto da s. Paolo è la vittoria ultima e definitiva sulla morte (I Cor. 15, 26-54-57), mistero analogo al gran mistero della morte e risurrezione di Gesù. «In un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba, tutti da un lato non saremo più nel sonno, tutti d'altra parte saremo trasformati: i morti riusciteranno incorruttibili, noi (quindi) saremo trasformati, poiché bisogna che (attraverso la morte annientata dalla risurrezione; cf. vv. 55-56) questo (nostro) corpo corruttibile e mortale rivesta l'incorruzione e l'immortalità» (vv. 51-53). Il contesto, e l'insegnamento aperto di tutto il capitolo, impongono questa traduzione; è invece un errore tradurre πάντες μὲν οὐ κομψησόμεθα, πάντες δὲ ἀλλαγησόμεθα, come se il costrutto fosse ο πάντες... ἀλλὰ; i due πάντες sono opposti nello schema retorico dell'anafora, ed esprimono l'uno e l'altro la piena universalità della risurrezione, «enunziata sotto due aspetti.

Neppure il testo di I Thess. 4, 13-18 (il cui tema è «la p. di N. S. G. C. e il nostro ricongiungimento in lui»: II Thess. 2, 1) dimostra che s. Paolo coltivasse l'illusione stranissima di sfuggire alla morte, anche se... non l'insegnava. Ivi l'Apostolo rimprovera i fedeli di Tessalonica perché piangevano i loro defunti «come coloro che non hanno speranza»; quando si piangono i morti, l'unico straziante dubbio che si presenta è se ci si ricongiungerà mai ad essi; e per «consolari» (vv. 13 e 18) propone loro la lieta speranza cristiana, basata sulla risurrezione dei morti (derivante dal fatto che Gesù è morto ed è risuscitato), V. 14, come anche 5, 10; ci ricongiungeremo con i nostri defunti in Gesù, i quali con Gesù ritorneranno. E l'Apostolo dichiara solennemente «sulla parola del Signore»: «Noi viventi superstiti (il senso presente è certo) non distanzieremo alla presenza (o venuta) del Signore (εἰς τὴν παρουσίαν να valore locale, non temporale, e si riferisce al verbo, come risulta dalla costruzione costante di φθάνω in s. Paolo) coloro che si sono addormentati». E descrive la risurrezione dei morti «mentre il Signore stesso scenderà dal cielo». Seguirà quindi il lieto ricongiungimento di «i noi superstiti», piangenti per il distacco dai nostri morti, con i cari scomparsi: «Poi noi vivi (qui non può trattarsi di coloro che non saranno morti allora, ché dopo la risurrezione tutti saranno vivi) superstiti saremo assunti unitamente ad essi sulle nubi incontro al Signore nell'aria (cf. s. Giovanni Crisostomo: PG 60, 678), e così (ricongiunti noi superstiti di oggi ai nostri defunti di oggi) saremo per sempre con il Signore. Perciò consolatevi...» cf. s. Giovanni Damasceno: PG 95, 275-277. 913-15 (e 96, 27-44). Così spiegano anche L. Simeone, A. Piolanti, F. Spadafora, K. Staab. Non vi è nessun bisogno di costruire delle vicende sottintese (speranze [I] di prossima fine cosmica, illusioni di non morire, errori circa la sorte dei morti, lettere a s. Paolo il quale ripeterebbe le parole inesatte o equivoche dei suoi fedeli...). Coloro che, come s. Giovanni Crisostomo (PG 62,436), videro qui accennata la sopravvivenza dei contemporanei della p. esclusore ogni illusione da s. Paolo, e ricorrevano all'analage: «noi» (come anche I Cor. 15, 51) sarebbe un plurale con cui lo scrivente si associa ai fedeli, alla Chiesa, di qualunque tempo.

Non si può ammettere, con F. Guntermann (1932) e tanti altri, che su questo punto il pensiero di Paolo si sia cambiato con gli anni (tra il 58 e il 61, in soli 3 o 4

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PARUSIA - PARUTA PAOLO

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anni). L'acattolico T. A. Lacey (II Cristo storico, trad. it., Torino 1907, p. 122) già rilevava: «Le parole scritte da S. Paolo in due occasioni (II Cor. 5, 8 e Phil. 3, 11), separata da lungo spazio di tempo, mostrano la continuità del suo pensiero. La costante sua aspirazione era, tanto al principio come alla fine, di penetrare il mistero della risurrezione... attraversando la morte», e nel 1941 B. Allo ha sviluppato la dimostrazione di ciò. Nessun indizio rivela che l'Apostolo nelle lettere posteriori abbia sentito il bisogno di modificare o smentire ciò che scriveva pochi anni prima; né i fedeli, che leggevano in pubblico le epistole e le imparavano, ravvisarono mai contraddizioni tra le prime e le ultime.

Tema generale della II Pt. è la p. del Signore. S. Pietro sta per «deporre il suo tabernacolo» (1, 14 sg.). Esorta che si prepari la venuta di Gesù con le virtù cristiane (1, 3-15): la p. di Gesù è certa, predetta dai Profeti e iniziata nella trasfigurazione (1, 16-21 e 3, 1-4); in essa saranno «giudicati» i malvagi e premiati i giusti (2, 1-9). Ma nessuno sa quando: un giorno di Dio è mille anni per noi e viceversa: «il giorno del Signore verrà come un ladro», e con lo sfacelo comico si inizierà l'era nuova del mondo trasfigurato: bisogna quindi rifiutare «aspettando e affrettandosi verso la p. del giorno del Signore» (3, 5-16).

Apocalisse (v.), infine, descrive la grandiosa p. di Gesù, cui il IV Vangelo accenna spesso (Io. 13, 31-33; 14, 18-23; 16, 16-30; I Io. 2, 8); sarà preceduta e, nelle prime fasi, accompagnata da una lunga accanita lotta tra il bene e il male. Gesù viene anche ad una sola persona (Apoc. 2, 16; 2, 5; 3, 3). Tutti coloro che andranno incontro a Gesù saranno passati per la morte e la risurrezione (ibid. 14, 13; 20, 6.12-13). La «fine» è considerata in senso larghissimo, e la p. finale universale vi si coniuga con la p. attuale personale attesa e invocata (ibid. 1, 7; 3, 20; 22, 7.11.12.20; V. MARANATHA).

Anche oggi, come al tempo apostolico (Hebr. 9, 28), si aspetta, si desidera e si invoca la p. del Signore. Ogni vita cristiana si compenda in questa attesa di fede, speranza, amore; la liturgia dell'avvento, della vigilia spagnola, di tutto l'anno, esprime tale implorante attesa (cf. I. Herwegen): Gesù ripeterà la sua venuta con efficacia vittoriosa e totale. Gesù è venuto; Gesù viene; Gesù deve ancora venire. Tre aspetti della stessa misteriosa realtà redentrice, che ogni credente comprende, che i predicatori richiamano per esortare, dopo Gesù, ad «essere pronti» sempre (cf. s. Bernardo, In adventu Domini sermones VII: PL 183, 35-56).

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PARUTA PAOLO - PASCAL BLAISE

p. 129 seg.: G. Candeloro, P. P., in Rivista storica italiana, 5° serie, 1 (1936), fasc. III, p. 70 seg.: e fasc. IV, p. 51 seg.; L. Tria, P. P., Milano 1941; T. Bozza, Scrittori politici italiani dal 1550 al 1650, Roma 1949, V. indice.

Massimo Petroccchi