PARETO, VILFREDO. - Economista, di famiglia genovese, n. il 15 luglio 1848 a Parigi, dove il padre Raffaele era esule in seguito ai moti genovesi del 1834, m. a Céligny il 20 ag. 1923. Si laureò in ingegneria al Politecnico di Torino nel 1869. Fu direttore delle miniere di S. Giovanni Valdarno, dove si trovò indotto all'esame dei problemi economici, dopo la lettura del trattato di Economia pura del Pantaleoni. Abbandonati gli affari, accettò nel 1891 la cattedra di economia politica all'Università di Losanna. Lasciato l'insegnamento nel 1907, si ritirò nella sua villa a Céligny sul lago di Ginevra.
Il suo nome è legato soprattutto alla teoria dell'equilibrio economico, già ideata dal Walras, ma che egli sviluppò in tutta la sua generalità. Nell'universo economico vi sono ostacoli, che limitano la libertà del moto dei singoli, e si raggiunge la configurazione di equilibrio, quando i movimenti che sarebbero desiderati dal soggetto - P. dice voluti dai gusti - sono impediti dagli ostacoli. La configurazione di equilibrio deriva così dal contrasto tra i gusti e gli ostacoli, e la condizione che i movimenti che sarebbero desiderati dai gusti siano impediti dagli ostacoli (o, ciò che torna allo stesso, quelli che sarebbero compatibili con gli ostacoli non sono voluti dai gusti) rappresenta la condizione generale dell'equilibrio economico. E poiché gli ostacoli rappresentano in generale la limitazione dei mezzi, cioè delle risorse umane, per cui ciò che è posseduto, consumato, impiegato, risparmiato da un soggetto o dallo stesso soggetto per un determinato scopo viene sottratto a tutti gli altri soggetti ed a tutti gli altri scopi, ne deriva che il sistema degli ostacoli lega nel suo complesso tutti i movimenti di tutte le persone presenti sul mercato. Conclusione: i fenomeni economici non sono legati da semplici relazioni di causa ed effetto, ma da relazioni di mutua dipendenza.
Questa conclusione spiega la ragione profonda delle difficoltà che si presentano nel governo economico, perché, come in generale un provvedimento attuato in un determinato settore può provocare in altri settori reazioni indirette, impreviste e non desiderate, così può succedere che un provvedimento, diretto ad un fine di giustizia sociale, possa in concreto, invece, divenire strumento e fonte di nuova ingiustizia. Essa costituisce la condanna del dirigismo economico. Non v'è mente umana capace di sostituirsi al mercato nel determinare le posizioni reciproche dei singoli, cioè di provocare quegli aggiustamenti che nel mercato avvengono attraverso la fluttuazione dei prezzi. Il volgo è indotto a vedere nello strumento monetario la causa determinante del fenomeno: lo schema partiamo dimostra la vanità della concezione: l'equilibrio nasce dal contrasto fra gusti ed ostacoli, cioè dagli elementi primitivi che sono in gioco: i prezzi misurano, non creano la tensione del sistema.
Il dramma economico viene così ridotto ai suoi fondamenti essenziali, i bisogni umani, i mezzi per soddisfarli; esso non è che un aspetto del dramma umano, in cui l'attività diretta a soddisfare i bisogni materiali interfierebbe con quella più alta che si esplica nei settori della politica, dell'arte, della cultura, della religione. Si comprende, allora, come giunto a questo punto P. sia stato indotto a spezzare le barriere che mantenevano la scena nel quadro degli interessi materiali, per indagare le ragioni della condotta umana nelle ipotesi più generali. La teoria dell'equilibrio economico sbocca così nella teoria dell'equilibrio sociale. Essa è esposta nel Trattato di sociologia, l'ultima delle grandi opere perature, tutta

episcopato (metà del vi sec.), con colonne e capitelli del Proconneso e fulgore di musaici, superstiti ora nelle absidi, eresse l'attuale basilica nei ritmi dell'architettura ravennate. Nel catino d
permeata anch'essa dal concetto delle mutue dipendenze. Il materialismo storico aveva tentato di ridurre ogni fenomeno umano al comune denominatore del fatto economico, qualificando religione, politica, arte come sovrastrutture, epifenomeni. Riconoscendo ai bisogni dello spirito la loro piena autonomia, ponendo in luce le mutue dipendenze che sussistono tra di loro e con le categorie economiche, P., pur restando fuori dal pensiero cristiano, appare come un restauratore dei valori morali, che sono a fondamento della nostra civiltà.
P. fu innovatore anche nel campo della statistica e la sua «curva dei redditi», nella quale l'ordinata misura il numero (densità delle frequenze) dei redditi, il cui importo è pari all'ascissa, costituì la prima delle sue grandi scoperte. Con la dimostrazione della invarianza di questa curva nello spazio e nel tempo — entro i limiti dell'esperienza della civiltà occidentale — egli aprì la via alle ricerche di economia induttiva a base statistica, che ebbero in seguito larga diffusione e costituiscono oggi uno degli strumenti fondamentali dell'analisi economica.
Le opere principali di P. sono: Cours d'économie politique (Losanna 1897; trad. it., Torino 1942); Les systèmes socialistes (Parigi 1902); Manuale di economia politica (Milano 1906); Trattato di sociologia (Firenze 1917; 2a ed., ivi 1923); Fatti e teorie (ivi 1920); Trasformazione della democrazia (Milano 1921).