PESSIMISMO

PESSIMISMO. - OTTIMISMO (v.) in male (v.) bene (v.): quindi né l'ottimismo nega del tutto l'esistenza del male, né il p. esclude assolutamente la presenza del bene, ma la loro opposizione è nella preferenza o eccedenza ontologica che il bene ottiene sul male o il male sul bene e perciò sul significato di segno positivo o di segno negativo che viene attribuito all'essere. Pertanto se è stato possibile prospettare un ottimismo assoluto della piena positività dell'essere, non si vede come si potrebbe pensare un «p. assoluto» in quanto con esso svanirebbe anche la possibilità stessa della coscienza che lo pensa: il p., come ogni situazione negativa, presuppone il momento positivo ch'esso si propone di limitare fino al punto di soverchiarlo, mai però di annientarlo. Nel p. il positivo rappresenta lo stadio dell'apparenza, dell'immediatesima, che occorre superare con la riflessione e l'ascesi per raggiungere, al di là delle fallaci apparenze e degli illusori piaceri, la verità segreta della negazione.

Il p. più radicale viene attribuito alla dottrina dei Vedanta la quale come gli altri sistemi indiani insegna che tutta l'esistenza individuale è sofferenza, e spinge l'uomo all'assoluta indifferenza verso tutte le cose mediante il Nirvana (P. Deussen, Allgemeine Gesch. der Philos., I, III, 3a ed., Lipsia 1920, p. 609 sq.). La situazione nel pensiero greco sembra più complicata. Non c'è dubbio che la graduale scoperta del λόγος ch'essa prosegue afferma la preminenza del positivo sul negativo, di cui è un segno del tutto esplicito l'identità socratica fra conoscenza e virtù, contestata però energicamente da Aristotele (Ethic. Nic., VII, 3, 1145 b 22 sq.). Più continuo ed esplicito è il p. nei lirici e nei tragici greci: Sofocle è persuaso del nulla ch'è la vita umana; per lui gli uomini sono immagini umbratili così che meglio sarebbe non esser mai nati e, quando si è nati, di uscire al più presto da questo mondo (cf. Edipo a Colono, V. 1225 sq.). Anche Euripide insiste sulla insicurezza della vita umana, sull'alternarsi in essa di felicità e infelicità, alla stregua delle mutazioni metereologiche del mondo fisico. Tutte le cose umane si

Article illustration
(1st. Anderen)
Pesellino, Francesco di Stefano detto il - La S.ma Trinità, Londra, Galleria nazionale

riducono ad ombre e nessuno dev'essere lodato prima della morte; e anch'egli ripete il proverbio ch'è meglio non esser nati (cf. Oreste, V. 1604; fr. 330; Medea, V. 1224; Andromaca, V. 100 sgg.). Il fondamento di questo p. tragico, dove è rotta l'armonia esteriore o apollinea che dominò per tanti secoli l'interpretazione Nietzsche (v.), che introdusse l'elemento di- nisica, fato (v.) o destino (τυχη, μοίρα, σημαντική), immutabile per gli stessi dèi (M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, in Handbuch der Altertumswissenschaft, I, Monaco 1941, pp. 712 e 732). Questa dottrina può essere fatta risalire fino ad Omero con la constatazione della continua decadenza dell'umanità (cf. Odissea, II, 276 sgg.) ed è diffusa nel sec. VI a. C., come risulta dai frammenti di Mim- nermo, Archiloco, Simonide di Amorg, Alceo, e specialmente Teognide a cui è attribuito il proverbio surriferito del desiderio di «non esser nati» (μη φύναι).

Un elemento nuovo di un p., ancor più profondo, è stato individuato nel discusso frammento di Anassi- mandro (B I) : «Ciò da cui le cose hanno inizio è anche il termine nel quale esse sprofondano secondo la necessità (κατά τό χρεών); poiché esse devono espiare ed essere condannate per la loro ingiustizia secondo l'ordine del tempo» (H. Diels, Die Fragmente der Vorsokratiker, I, 5a ed. a cura di W. Kranz, Berlino 1934, p. 89). È stata infatti rilevata la derivazione orfica : Anassimandro con- cepisce l'essere indeterminato (ἀπεσφραγί) e quindi pone le anime immortali destinate a perfezionarsi con nuove reincarnazioni perché esse sono affette, secondo le cre- denze orfiche, da un peccato di origine da tutta l'eternità e il corpo viene considerato la «tomba dell'anima» (σώμα- σημα). Da questa concezione negativa della natura si è concluso che non soltanto la filosofia naturalistica dei filosofi ionici ma tutta la scienza greca si è perduta per piste errate e non è riuscita a creare una fisica scientifica (cf. E. Howald, Ethik des Altertums, in Handbuch der Philos., Monaco e Berlino 1926, p. 13). Una visione di p. pervade l'intera opera di Erodoto, lo storico dell'insta- bilità di tutte le cose umane : l'eredità di p. del più antico pensiero greco è stata raccolta nella scuola cirenaica da Egesia, che descrisse, contro l'epicureismo, i malanni della vita, con tanta efficacia da spingere alcuni suoi uditori a darsi la morte. Il p. CIRENAICA (v.) nasceva proprio dal materialismo da essi professato, in quanto il piacere è risolto in una serie di momenti singoli fuggenti e il p. è inevitabile in ogni concezione che limita l'uomo nel finito e nel tempo (ottima esposizione in W. Ch. Greene, Moira, fate, good end evil, Cambridge Mass. 1944, p. 182; V. anche E. Schwarz, Ethik der Griechen, Stoccarda 1951, p. 182). La causa profonda del p. greco è nella convin- zione dell'invinibilità del male, in quanto il cosmo è retto dalla ferrea legge del fato, da cui il disinteresse che la di- vinità mostra per gli individui e gli eventi di questa vita, e ultima la negatività ontologica della materia e la sua coesistenza all'essere divino, che può esser considerato il vero principio metafisico del p. greco.

Nella religione rivelata la storia umana presenta un doppio volto : vista sotto l'angolo visuale della libertà umana, la storia sembra la sequela del peccato, tutta in- tessuta di delitti e di miserie di cui sono vittime i giusti e più di tutti lo stesso Figlio di Dio ; ma, dal punto di vista di Dio, l'esito positivo della storia, ovvero il compi- mento del «piano salvifico» Provvidenza (v.) è assolutamente certo. Nella religiosità ebraica il p. sembra abbia il sopravvento, in questo senso, soprattutto nei libri sapienziali (cf. lo sconosciuto Ecclesiaste ; anche Eccli. 40) ; tuttavia alla fine è Dio che giudica, punisce e premia (cf. Sap. 15, 1 sgg.). Il cristianesimo risolve definitiva- mente l'ambiguità del rapporto ottimismo e p. Nel pen- siero greco la positività ontologica delle essenze univer- sali contrastava con la profonda miseria in cui veniva a trovarsi il singolo in balia del fato e delle forze cieche della natura. Il cristianesimo risolve il problema in tre momenti :

1) le essenze come tali sono positive e soprattutto la natura umana nella sua parte spirituale porta l'immagine stessa di Dio (Ps. 4, 7).

2) Ma l'uomo è caduto con il peccato dalla sua perfe-

PESSIMISMO - PESTALOZZI JOHANN HEINRICH

BIBL.: per informazioni generali V. Eisler, Pessimismus, in Wörterbuch. d. phil. Ges. Begriffe, 11, Berlin 1929, pp. 404-408; A. Taubert, Der Pessimismus und seine Gegner, Berlin 1873; Fr. Paulsen, System der Ethik, 1, Stoccarda e Berlino 1906, p. 149 ss.; Th. Litt, Ethik der Neuzeit, Monaco e Berlino 1906, p. 141 ss.; W. Windelband, Einleitung in die Philosophie, 2. ed., Tubingen 1920, p. 426 ss.; H. Diels, Der antike Pessimismus, 1, Berlin 1921; A. Schweitzer, Kultur und Ethik, Monaco 1926, pp. 11-18; E. Lämmerzahl, Der Sündenfall in der Philosophie des deutschen Idealismus, Berlin 1934 (esposizione esauriente del problema del peccato nel pensiero moderno; Kant, Fichte, Schiller, Schelling, Goethe, Hegel e Schleiermacher); G. Marcel, P. et conscience eschatologique, in Dieu vivant, 10 (1948), pp. 11-27. V. BIBLICA. alle V. Malle e Ottimismo, Cornelio Fabro