OTTIMISMO

OTTIMISMO. - Nel significato filosofico più ristretto il termine è riferito, a principio del sec. XVIII, alla dottrina del Leibniz (v.) che ritiene il mondo esistente, e quindi l'ordine attuale della realtà, il migliore fra tutti quelli possibili (cf. Essais de théo-dicte, parte 1ª, § 8; parte 2ª, § 195 sgg.; Monadol., § 90): è questo l'o. in senso assoluto. Invece è o. relativo (opposto al pessimismo [v.]) l'affermazione che il mondo, pur non essendo il migliore, è tuttavia sostanzialmente un bene e che l'essere e la vita hanno un'intrinseca dignità e valore per cui sono preferibili al non essere e alla morte. Significato particolare (sebbene l'uso non sia frequente), ha o. etica (v.) dove indica la teoria che identifica il «bene» con il «meglio» e prescrive come motivo e intenzione

necessaria all'azione l'amore del bene in quanto tale o l'amore di Dio: o. quindi «deontologico» (cf. J. Balmes, Filosofia fundamental, III, cap. 20; N. Mabelbranche, Traité de morale, cap. 3): in questo senso è ottimistica la morale kantiana e stoica (v. AUTONOMIA; KANT). Come tendenza psicologica, o. ha un senso positivo: inclinazione e abitudine a vedere e valorizzare nella realtà prevalentemente l'aspetto migliore (nel linguaggio corrente «sano o.»); e un senso peggiorativo: tendenza a ignorare gli aspetti negativi delle cose, e quindi a non impegnarsi di fronte al problema del male nelle sue varie manifestazioni (nel linguaggio corrente «o. cieco»). In senso psicologico l'o. è riferito non solo a individui, ma anche a gruppi e popoli. Esso prevale per lo più nei popoli a culture meno complesse, inclini a un senso puramente naturalistico della vita e favoriti dalle condizioni di ambiente, storia, benessere economico-sociale: tali condizioni concorrono a loro volta a fissare in individui e gruppi gli elementi psicologici caratteristici del temperamento ottimistico.

L'o. in senso relativo può dirsi inerente a ogni concezione razionale dell'essere. Tutti i sistemi che pongono a fondamento della realtà il λόγος, l'idea, Dio come principio di razionalità e finalità, logicamente debbono con chiudere al senso positivo dell'essere e pertanto a un essenziale o. Di fatto l'o. in questo senso si ritrova, più o meno esplicitamente formulato, nei sistemi razionalistici sia del pensiero greco (Platone, Aristotele, stoicismo, Plotino; in merito all'o. greco vanno tuttavia tenute presenti alcune tendenze pessimistiche della religione e della poesia classica), che di quello medievale (la scolastica in genere), e specialmente moderno (sistemi razionalisti propriamente detti: Cartesio, Spinoza; Malebranche, che dalla necessaria perfezione del mondo deduceva a priori la stessa incarnazione: Entret. métaph., IX, § 6; in particolare Leibniz). D'altra parte la presenza del male nel mondo individua gli stessi sistemi razionali un'assoluta risoluzione positiva della realtà e imponeva la necessità di inserire nella esigenza dell'essere, o delle sue manifestazioni finite, il momento negativo. Le diverse forme storiche di o., tanto nella filosofia come nello stesso pensiero religioso, si definiscono appunto secondo i tentativi propri ai diversi sistemi di riassorbire nel significato fondamentalmente positivo della realtà e della storia il male come loro momento negativo.

bene (v.) è, come rapporto trascendentale, intrinseco allo stesso essere in quanto universale oggetto di appetibilità («bonum est quod omnia appetunt»: Aristotele; Eth. Nic., I, 1, 1904 a 2; cf. S. Tommaso, in hunc locum), e mezzo di perfezionamento (e ratio boni in hoc consistit quod aliquod est perfectivum alterius per rationem finis): S. Tommaso, De verit., q. 21, a. 2). Poiché ogni essere è perfezione e come tale desiderabile, ogni essere è anche bene: «non esse est quod omne ens sit bonum ex hoc ipso quod esse habet» (ibid.; e C. Gent., III, cap. 7; Cf. Aristotele, Eth. Nic., I, cap. 4: «bonum totidem dicitur quod ens, laqueo λέγεται τῷ ὄντι»). Di conseguenza il male non è se non la privazione del bene e quindi, essenzialmente, la finitezza nell'essere: «omne igitur malum in bono aliquo est» (C. Gent., III, cap. 11; cf. Aristotele, Met., IX, 9, 1051 a 17). Poiché il limite è inseparabile dall'essere finito, la defettibilità, sia fisica che morale, appartiene alla struttura stessa della creatura. L'o. metafisico poteva quindi giustificare un certo o. teologico, in quanto il male, limite intrinseco dell'ente creato, non è direttamente riferibile a Dio autore dell'essere. Peraltro tale o. teologico non giunge, in s. Tommaso, a significato assoluto poiché l'ordine della realtà esistente non è né necessario né il più perfetto.

Invece, per Leibniz il mondo esistente è fra gli infiniti mondi possibili necessariamente il migliore. Ciò segue, in virtù del principio di ragion sufficiente (v.) sia da parte dei possibili stessi i quali, essendo per sé inizio di esistenza, hanno tanto maggior impulso alla propria realizzazione quanto maggiore è il loro grado di perfezione; sia, specialmente, da parte di Dio, alla cui sapienza e bontà contraddice non eleggere ciò che è meglio: «supporre che Egli conosce ciò che è meglio, che lo può fare e non lo fa, equivale ad ammettere che dipendeva solo dalla sua volontà rendere il mondo migliore di quello che non è: e questo è appunto ciò che si dice mancare di bontà» (Essais de théod., parte 2ª, § 194; cf. parte 1ª, § 8. La ragione addotta dal Leibniz è già sostanzialmente in Abelardo: Introducio ad theologiam, I, III, cap. 5; PL 178, 1093 D. sgg.). Leibniz non intende negare il male, inseparabile da ogni mondo possibile; ma nel mondo presente c'è, egli afferma, il minimo di male con il massimo dei beni. E il male stesso concorre inoltre all'esistenza del bene; anche se l'intelligenza umana è incapace di comprendere l'ordine e il fine totale dell'universo, infinito nelle esistenze e nel tempo. Per Leibniz il male, quindi, non è riferibile alla volontà di Dio, ma, al più, alla sua eterna ragione cui sono presenti nella loro interna necessità e imperfezione tutti i mondi possibili.

Significato metafisico ha anche l'o. nel monismo spinoziano. Tutto ciò che è deve essere, in quanto espressione di Dio, il quale per una stessa identica necessità esiste e opera: «Bene e male non sono quindi niente di positivo nell'ordine assoluto della realtà», ma soltanto «modi dell'intendimento umano derivati dai rapporti che noi stabiliamo nelle cose» (Ethica, parte 4ª, pref.; ed. G. Gentile, Bari 1933, pp. 178-79). Come tendenza, piuttosto che come concezione sistematica, l'o. ILLUMINAZIONE (v.) romanticismo (v.) cf. Rousseau, Shaftesbury, Lessing, ecc.). Ha invece nuovamente significato metafisico nell'idealismo (v.), particolarmente hegeliano. Il male infatti vi è inteso come momento dialettico necessario nel divenire storico della Ragione assoluta. Mentre il bene è, al contrario, «l'inse del corso del mondo» e come tale «indissolubilmente intrecciato in tutte le apparenze del corso del mondo» (Fenomenologia dello spirito, trad. II. di A. De Negri, Firenze 1933, p. 347); e «si avanza con la dignità dell'essere, perché è la totalità del concetto in se stesso» (Scienza della logica, III, sez. 3ª, cap. 2, B.; trad. II. di A. Moni, Bari 1925, p. 328). Assoluta divinità, quindi, dell'essere e della storia. Va qui osservato che non tutte le concezioni panteistiche si presentano storicamente come o. cui è essenziale l'affermazione non soltanto della necessità del mondo ma anche della sua positiva perfezione: l'ultimo Schelling, Schopenhauer, Stirner affermano l'essenzialità del male all'Essere assoluto. D'intonazione ottimistica, su un piano però puramente naturalistico, è invece la «volontà di potenza» nicciana, l'o. evoluzione sperimentale e la «dialettica» materialistico-storica di Marx (v. MATERIALISMO DIALETTICO).

Contro l'o. di Leibniz (già rifiutato da S. Tommaso: cf. Sum. Theol., 1ª, q. 25, a. 6: «qualibet re a se facta potest Deus facere aliam meliorem»; e satireggiato dal Voltaire nel romanzo Candide ou l'optimisme, 1758; in realtà Voltaire combatteva una dottrina non leibniziana: la negazione dell'esistenza del male) vale la ragione fondamentale che, posta l'infinità dell'essere divino, nessun ordine di realtà creata può costituire la sua più alta e compiuta espressione; ed è quindi sempre possibile pensare uno migliore. Il «più perfetto» sembra escluso dallo stesso significato della creazione, oltreché dall'onnipotenza e libertà di Dio. In merito all'o. dei sistemi panteistici va osservato che se è agevole ridurre a puro momento negativo il male fisico in quanto possibile condizione e causa di valori superiori, il male morale, presente nel mondo, ha invece una sua propria positività come disvalore assoluto, ed è quindi, in quanto tale, irriducibile al bene. A meno di voler dissolvere nel determinismo materialistico il senso stesso di un bene e di un'etica assoluta: ma allora si è, in realtà, fuori della categoria stessa dell'o. (e del pessimismo).

Il pensiero cristiano, pur affermando la intrinseca bontà di ogni essere (cf. Gen. 1, 31) e gli immensi valori positivi della creazione nell'ordine cosmico-naturale e in quello umano-spirituale (perfezione, dignità, bellezza e felicità del mondo e della vita), non può tuttavia accogliere un o. assoluto. Il mondo è si manifestazione, rivelazione, e in certo senso espressione di Dio, ma la contingenza fisico-morale, principio in esso del male, è il suo limite immanente. Nell'essere spirituale la libertà, ch'è al vertice della perfezione personale, è limitata dialetticamente dalla possibilità di defezione (peccato). Se la redenzione del peccato per la Grazia è, nel cristianesimo, certa affermazione di o., la possibilità di un rifiuto definitivo della Grazia stessa da parte della libertà umana (il finale e universale ritorno nel bene [V. ORIGENE] non è accettato dalla dottrina cristiana), toglie a quell'o. la dimensione assoluta. Al senso positivo dell'essere, della vita, della felicità e del bene va pertanto congiunta l'incertezza del loro possesso e conservazione da parte della natura e innanzitutto della responsabilità umana. In questo si fonda, è vero, un altro aspetto ottimistico del cristianesimo che riconosce la possibilità e il dovere di un impegno effettivo dell'azione al miglioramento del mondo e della storia. Il valore che tale impegno comporta concorre a spiegare, in parte, la presenza del male nel mondo. Ma l'ultima ragione del limite che segue nel tempo l'affermazione dell'essere permane tuttavia oscura alla mente umana (anche l'o. teoretico non può essere che relativo; e ne è conferma la storia del pensiero) tale ragione è infine sospesa al mistero stesso di Dio e della possibilità dell'essere finito.

BIBL.: E. Kant, Versuch einiger Betrachtungen über den Opt., Königsberg 1759 (Kant vi difende ancora l'o. leibniziano); C. Sanseverino, Elem. philos., II, Napoli 1865, pp. 496-510 (buona documentazione); K. Prantl, Über die Berechtigung des Optimismus (Rede), Monaco 1880; J. Duboc, Der Opt. als Weltanschauung, Bonn 1881; O. Engel, Darstellung und Kritik des Leibnitzsisch. Opt., Jena 1883; G. Mayer, Der Opt. des Leibnitz, Erlangen 1886; J. Gutmacher, Opt. and pessimism in the Old and New Test., Baltimore 1903; L. Stein, Der soziale Opt., Jena 1905; D. H. Kerler, Jenseits von Opt. und Pessimismus, Ulma 1914; C. Carbone, Circulus philosophicus, III, Torino 1937, pp. 130-43. Altre indicazioni: C. Ranzoli, Dizion. di scienze filosof., 4a ed., Milano 1943, pp. 872-75. V. PESSIMISMO.