PESTALOZZI, JOHANN HEINRICH

PESTALOZZI, JOHANN HEINRICH. - Pedagogista e uno dei pionieri dell'educazione moderna, n. a Zurigo il 12 genn. 1746, da famiglia oriunda di Chiavenna, passata alla «riforma» ed emigrata in Svizzera nel sec. XVI, m. il 17 febbr. 1827 a Neuhof.

I. VITA

Gli arrise da principio la vocazione di «pastore»; ma, arenatosi al primo sermone e d'altronde tutto acceso per le riforme sociali dalla lettura dell'Eniilio e del Contratto sociale del Rousseau, passò alla «società elvetica dei patrioti», a carattere rivoluzionario con scopi umanitari. Sciolta la società da parte dell'autorità e subentrata in lui una più meditata concezione del rinnovamento sociale, si trasferì con la moglie, sua fedele collaboratrice, a Neuhof (1769), vi comprò una fattoria e vi aprì una scuola per i fanciulli poveri e abbandonati, in cui questi imparassero non solo a leggere, scrivere e fare i conti più elementari, ma anche i lavori agricoli, i mestieri casalinghi e la filatura del cotone (1774). Chiusa la scuola per dissesti finanziari (1779), seguì per il P. un periodo di raccoglimento, in cui scrisse Abendstunde eines Einsiedlers (1780), serie di 180 aforismi, in cui ritorna spesso il motivo fondamentale di tutta la sua vita: estendere l'istruzione e l'educazione a tutti, anche i più poveri e i più derelitti, derivare il tipo dalla educazione della famiglia, mirare a rendere ciascuno felice dell'ambito di essa e sotto tutti gli aspetti. Anzi dalla famiglia deriva la sua concezione della stessa religione: «Dio, padre dell'umanità, l'uomo, figlio della divinità; ecco la pura sostanza della fede... Sentimento di padre, sentimento di figlio; questa benedizione della casa, o uomo, è la conseguenza della tua fede». Questi pensieri fondamentali prendono più chiaro sviluppo nel romanzo domestico: Lienhart und Gerd (4 voll., 1781-87; nuova rielaborazione [2 voll., 1790-92]), che lo rese celebre e stimato, gli procurò meccanismi e larghe ed alte conoscenze anche di principi e di sovrani. In esso il P. intende far vedere come un villaggio traviato può venire rigenerato dagli sforzi solidali e convergenti di un buon «pastore», di un abile magistrato, di un maestro zelante e soprattutto dall'opera di Gertrude, sposa molto, madre di famiglia perfetta e anima di ogni impresa. Specialmente nel I. III, il P. stende come un manuale di pedagogia sociale sul tema: il fanciullo dev'essere educato, più che non istruito, preparato alla vita economica, più che non rimpianto di vocaboli e di costruzioni grammaticali. A dare maggior rilievo ai suoi intenti pedagogici il P. aggiunse l'opera popolare: Das Volksbuch Christoph und Else (1781), in cui due sposi, leggendo Lienhart und Gertrud, commentano i vari capitoli rilevanti, donne l'alto valore educativo; e, spinto dallo scoppio della Rivoluzione Francese, l'opera speculativa: Nachfor-schungen über den Gang der Natur in der Entwicklung des Menschengeschlechtes (1797), libro piuttosto oscuro, arido, talora contraddittorio a cagione della scarsa mentalità speculativa e filosofica dell'autore, in cui si delinea il trapasso dell'umanità dallo stato innocente di natura allo stato legalistico della società e si mette in rilievo l'esigenza della natura umana a perfezionarsi per non essere impedita e pervertita da influssi esteriori, con lo sviluppo in sé la religione naturale, affidandosi al sentimento morale, che da essa sgorga naturalmente. Il libro Figuren zu meinem ABC-Buch (1797) ha lo scopo di esporre queste teorie in una serie di favole concise.

Nel 1798, il P. tornò, ma più agguerrito, alla sua missione di maestro e accettò di aprire una scuola di

orfani a Stanz, dove provare «col suo esperimento che l'educazione pubblica deve imitare l'educazione domestica». E domesticamente il P. visse tra i suoi ottanta alunni, come un padre vigile ed amoroso tra i suoi figli. Ma dopo otto mesi la nuova invasione austro-russa convertì l'orfanotrofio in ospedale militare e la scuola fu chiusa. Una nuova il P. ne aprì nel castello di Burgdorf, che però non doveva essere più soltanto un educandato, ma anche una scuola di magistero, nella quale i migliori avrebbero esercitato l'insegnamento sotto la guida del maestro e alla luce dei suoi principi. Là egli ebbe modo di cogliere le prime intuizioni della sua didattica ed elaborare compiutamente la sua dottrina metodologica, che volle esprimere in Die Methode (1800), Wie Gertrud ihre Kinder lehrt (1801), ABC der Anschauung (1803), Buch der Mutter (1803). La scuola, quantunque raccogliesse applausi e suscitasse meraviglie, si dovette chiudere, dopo tre anni, per discordia tra i maestri. Allora il P. accettò di cooperare con E. Fellenberg alla scuola che questi aveva aperto a Münchenbuchsee, e vi condusse molti dei suoi scolari di Burgdorf; ma i caratteri dei due istituti non erano fatti per comprendersi; perciò il P. si ritirò e accettò di aprire a Yverdon (Ierten) una nuova scuola nel castello offertogli dalla Reggenza (1805). Yverdon diventò per un ventennio il migliore e più quotato istituto di educazione di Europa; i metodi pestalozziani e i principi nuovi vi furono interamente applicati, con sviluppi e frutti meravigliosi, che ne diffusero la fama: maestri valenti, vari generi di scuola, dalle elementari a quelle di tipo universitario, spirito di famiglia, vincolo dell'amore. Si ebbero visite di persone celebri (F. Fichte, J. F. Herbart, Fr. Fröbel, G. Capponi), il governo prussiano vi mandò a studiare una schiera di giovani; altri governi incaricarono apposite commissioni per andarvi ad apprendere il nuovo metodo di insegnamento.

Tuttavia i germi della discordia minarono a poco a poco l'esistenza della istituzione e anche Yverdon fu chiusa (1815). Il P. allora si ritirò a vita solitaria a Neuhof e riprese a scrivere, sia per chiarire sempre meglio il suo pensiero, sia per difendersi dalle accuse e dalle calunnie degli avversari. Si hanno così due altre opere, che formano una specie di autobiografia: Schwanengesang (1826) e Meine Lebensschicksale (1826).

II. IDEE FONDAMENTALI

L'opera e la dottrina pestalozziana è assai complessa nel suo sviluppo, asintomatica, non sempre chiara; tuttavia è ricca di preziose intuizioni. Il P. volle infatti scoprire le direttive costanti della natura psichica umana, per riuscire a «psicologizzare» l'istruzione e l'educazione, sostituendo al tradizionale pedantismo artificioso altre regole fondate sulla psicologia dell'educando. Fondamento quindi di tutta l'arte pedagogica è la natura umana, fornita di tre specie di forze: morali, intellettuali e fisiche, o, come si esprime il P. cuore, spirito, arte. Queste tre forze sono fin dal principio nell'uomo, allo stato di germi, o di disposizioni, che l'educatore dovrà quindi aiutare a svilupparsi e a progredire in perfetta armonia. L'educazione morale si effettua con vari mezzi: a) la formazione del sentimento morale mediante l'amore, la fiducia, la riconoscenza, l'obbedienza verso la madre, il maestro, Dio; b) gli esercizi o pratiche morali, perché l'esempio è lo stimolo migliore a far comprendere il bene; c) la formazione di idee morali, approfondendo delle varie circostanze ambientali e degli avvenimenti che si svolgono sotto gli occhi dell'alunno. L'educazione intellettuale si deve fondare su questi principi: a) l'intuizione, mettendo il fanciullo di fronte alle cose, prendendo come punto di partenza quelle che più gli sono familiari e abituandolo a osservare e a cogliere le impressioni immediate; b) la trilogia: il nome, la forma e il numero, perché a conoscere un oggetto l'intelligenza si domanda: quanti sono gli oggetti che ho dinanzi? (numero) e come si presentano? (forma); come si chiamano? (parola o nome); di qui le regole pratiche intuitive per apprendere il calcolo, la geometria, il disegno, la calligrafia, la formazione e la varia combinazione delle parole. L'educazione fisica o arte (e il P. vi comprende anche l'elemento industriale) ha lo scopo di rendere il fanciullo e l'uomo capace di esporre esteriormente i pro-

dotti della propria intelligenza e attuare gli impulsi del cuore; capace, insomma, di saper fare: quindi ricreazioni, ginnastica, nuoto e lavoro manuale, che dà anche il modo ai figli del popolo di scegliere un mestiere utile, redditizio e conforme alla propria inclinazione. Quanto all'educazione religiosa (ed è questo il punto più debole del sistema pestaloziano) il P. proclama, è vero, la religione e la fede quali fondamenti dell'educazione; ma si tratta di un vago deismo: Dio è, infatti, per lui, l'amore universale, che si manifesta nel sole che si leva, nel mormorio del ruscello, ecc. Parla di Gesù Cristo come redentore e mediatore, ma lo considera un semplice uomo, il migliore degli uomini, e si mantiene al di fuori della Rivelazione e dei dogmi cristiani; anzi ad Yverduo soppresse anche le preghiere. Quindi i suoi discepoli si divisero in due scuole: l'una razionalista (capoggiata da F. A. W. Diesterweg), l'altra cristiana, che adottò i metodi del maestro, senza adottarne le idee religiose (p. es., B. Overberg).

Merito principale ed inconcusso del P. è, prima di tutto, la dedizione piena e assoluta all'infanzia e l'ardore entusiasta, oltre ogni contrarietà e insuccesso, con cui attese alla scuola. Non aspirò che ad essere maestro di scuola e non visse che per la scuola, gettando nel campo della pedagogia germi e idee che poi, meglio studiate e sistemate, p. es., da Herbert e da Fröbel, formarono la corrente moderna della scuola. Propugnò inoltre la popolarizzazione della scuola, mettendone in rilievo il valore umano e nazionale, specialmente rispetto alle classi più povere, formando gli schemi adatti per organizzare l'istruzione popolare elementare e l'educazione professionale. Infatti gli istituti pestaloziani servirono di modello a tutti gli Stati di Europa e formarono schiere di maestri oltremodo efficienti. Di più insistette nel dimostrare che la scuola potrà essere un mezzo efficace di rinnovamento sociale e spirituale solo quando saprà proseguire l'opera della famiglia che è la prima educatrice, coltivando i frutti della presenza materna, che sono l'amore, la comprensione, la fiducia e la benevolenza. Alcuni suoi scritti, poi, cooperarono validamente a trasformare la pedagogia in scienza. Resta soltanto da osservare che il P. ebbe una stima esagerata del metodo (il quale suscitò una vera schiera di cacciatori di metodo), credendo di averne trovato l'unico adatto al meccanismo psicologico dell'uomo, e quindi efficiente da se stesso, qualunque possa essere la personalità particolare dell'educando e dell'educatore. Donde un meccanismo che nella stessa Yverduo segnò l'inizio della decadenza.

BIBL.: le opere complete furono pubblicate da G. Schmid, con la collaborazione dello stesso P., 15 voll., Stoccarda 1818-1926; migliore l'edizione Samtliche Werke a cura di W. Seyffarth, 12 voll., Liegnitz 1890-1920; ed. critica di A. Buchenbaum, E. Spranger, H. Stettbacher, 13 voll., Berlino 1927-35; e l'altra a cura di vari autori, 10 voll., Zurigo, dal 1946. Studi: ampia bibliografia di A. Israel; P.-Bibl., in Monum. Germaniae Paedagogica, XXV, XXIX, XXXI, XXII, Berlin 1903-1904, e quella di W. Seyffarth, nel vol. I delle opere del P., p. 28 segr. Cf. inoltre G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche del P., ecc., Torino 1884; Roger de Guimphs, Hist. de P., de ses idées et de son oeuvre, Lausanne 1888; W. Seyffarth, P., 8 ed., Lipsia 1904; G. Tauro, P., Roma 1907; E. Brenna, La dottrina di P. e la sua diffusione particolare in Italia, 1909; P. Natorp, P., sein Leben u. seine Ideen, Lipsia 1910; F. Delekat, J. H. P.: der Mensch, der Philosoph und der Erzieher, 1912; vers. it., Firenze 1930; G. Sganzini, F. E. P., vita, opere, pensiero e significato presente della sua figura spirituale, Bellinzona 1927; A. Banfi, P., Firenze 1928; A. Covotti, P., 2 voll., Napoli 1930-40; E. Otto, P., Berlino 1948; M. Valeri, E. P., Milano 1951.