Enciclopedia Cattolica vol. X, 1953 Filosofia Filosofi

REID, THOMAS

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REID, THOMAS. - Filosofo inglese, n. il 25 apr. 1710 a Strachan, vicino ad Aberdeen, nella cui Università fu professore dal 1752 al 1764, anno in cui successe ad A. Smith nella cattedra di filosofia morale dell'Università di Glasgow, dove morì il 7 ott. 1796.

La sua prima opera importante è del 1763: An inquiry into the human mind on the principles of common sense (Londra), alla quale, tra altre secondarie, seguirono gli Essays on intellectual powers of man (Edimburgo 1785), e gli Essays on the active powers of man (ivi 1889). La filosofia del «senso comune» (v.) o della «Scuola scozzese», di cui il R. è il caposcuola, ebbe un'influenza europea, soprattutto in Francia (Jouffroy, Cousin, Maine de Biran, ecc.), in Italia (Galluppi, Rosmini, ecc.), in Spagna (Balmes), oltre, s'intende, che in Inghilterra. Per quasi tutta la prima metà dell'800 il nome di R. restò accoppiato a quello di Kant nella critica dell'empirismo (v.) dello Hume e nella soluzione dei problemi della conoscenza e dell'origine delle idee in rapporto al razionalismo (v.) e all'empirismo dei secc. XVII-XVIII.

Il metodo dell'osservazione e dell'analisi, di cui il limite è l'esperienza, è tipico di R. e della sua scuola: conoscere lo spirito, per lui, è osservare ed analizzare le diverse facoltà e i principi costitutivi dell'uomo, come essere intelligente, attivo, sociale e morale, rispettando i limiti invalicabili dei fenomeni e rinunciando a spiegarne l'origine (agnosticismo metafisico). Sensazione (v.) e percezione (v.) sono gli atti primitivi della conoscenza umana, con cui conosciamo le qualità secondarie e primarie (oggettive le une e le altre) delle cose. Oggetto immediato del nostro spirito non sono le «idee», ma le cose stesse. La sensazione «attesta l'esistenza della cosa e di una qualità a questa inerente, una facoltà di pensare e di sentire e un essere permanente o uno spirito in cui risiede questa facoltà» (Inquiry, cap. 2, sez. 7). Ammettere tra gli oggetti percepiti e il soggetto percipiente l'«intermediario» delle «idee» è non potere evitare le conseguenze scettiche dell'«idealismo» di Berkeley (v.) e del fenomenismo di Hume (v.), cioè è negare la realtà delle cose, la sostanza spirituale, la validità del principio di causalità, ecc. Certo noi non conosciamo cosa siano la sostanza materiale e quella spirituale, come non possiamo dimostrare l'esistenza delle cose e delle loro qualità, ma sappiamo che non sono idee o impressioni soggettive. In breve la percezione ha un'evidenza (v.) irresistibile ed immediata, che fa nascere la credenza (v.) invincibile che esiste il soggetto percipiente ed esistono le cose percepite. Su di essa si fonda qualunque ragionamento (v.) mentre essa è indipendente da tutti i ragionamenti. È una suggestione innata che, se non spiega nulla, fa credere a tutto e dà all'uomo fiducia. Non il senso comune si deve uniformare alla filosofia, ma questa a quello. «Le più immediate conclusioni che la ragione trae dalla percezione formano il senso comune» o quell'insieme di dati secondo i quali gli uomini si governano negli affari ordinari della vita; le più lontane formano la scienza. Scienza e senso comune sono così legati «che non possiamo dire precisamente dove quella cominci e questo finisca». La nostra conoscenza della natura «può paragonarsi a un albero che ha la sua radice, il suo tronco e i suoi rami. La percezione è la radice, il senso comune il tronco, la scienza i rami di esso» (Inquiry, cap. 6, sez. 20). In breve, per il R., la realtà delle cose e degli spiriti è il risultato di un istinto (v.) o di una credenza primitiva.

Così il filosofo credeva di aver risolto, contro l'empirismo, il problema dell'oggettività della conoscenza e del reale. Questo problema, che è lo stesso di quello di Kant di fronte allo Hume, ha fatto spesso avvicinare, specie nell'800, lo Scozzese al filosofo di Königsberg. La distanza però è enorme: R. resta nell'ambito dell'empirismo senza riuscire a superarlo, ignora il concetto kantiano di «critica» e la sua «credenza» o «istinto» è cosa ben diversa dall'a priori di Kant. Come giustamente osserva il Rosmini (Nuovo saggio, II, Roma 1830, p. 245) l'oggettività della conoscenza non può fondarsi sull'istinto: «il senso comune, autorevole a deporre un simile fatto (esiste una cognizione a priori), non sa darne però nessuna spiegazione».

Al R. spetta il merito di aver dimostrato che la percezione non ha solo carattere rappresentativo e di avere rivendicato il principio dell'attività della coscienza contro quello della passività, proprio della psicologia empiristica del suo tempo e del Condillac.

Bibliografia5 opere
BIBL.: ed. completa delle opere (The Works of T. R.), a cura di W. Hamilton, Edimburgo 1848-63; T. M. Cosh, The Scottish philos. biographical, expository, critical, Londra 1878; L. Daurise, Le réalisme de R., Parigi 1889; A. S. Prinale-Pattison, The Scottish philos., ivi 1890; M. F. Sciacca, La filos. di T. R., Napoli 1935, ed. ridotta, R., Brescia 1945 (con bibl.).

M. Federico Sciacca

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Di Michele Federico Sciacca

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), coll. 670–671.

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Sciacca, Michele Federico. “Reid, thomas.” In Enciclopedia Cattolica, vol. X, coll. 670–671. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953. https://azioneromana.com/it/article/reid-thomas.

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Sciacca, Michele Federico. “Reid, thomas.” Enciclopedia Cattolica, vol. X, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953, coll. 670–671. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/reid-thomas.

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