RELATIVISMO. - Termine che indica non una specifica dottrina o sistema, ma un atteggiamento, comune a diversi pensatori, per cui si afferma che ogni valore è tale solo in quanto è relativo ad altro (v. RELIAZIONE): si assoluto (v.) che, avendo il suo valore non in alto, sia in condizione di fondare il valore degli altri.
Se è negato l'Assoluto come fondamento del valore costante degli enti, si introduce il r. in funzione della variabilità. È questo il caso di quello che può chiamarsi r. metafisico o relazionalismo, per cui il valore del reale è condizionato dalla dimensione spazio-temporale (Eraclito, Bergson [v.]), oppure dalle relazioni che si devono stabilire tra gli enti perché si costituiscano nel loro essere come «cose» e nella loro conoscibilità (Hurbart [v.]). Si può considerare di questo tipo anche ogni dottrina che concepisce dialetticamente la realtà, sia idealisticamente (Hegel [v.]) che materialisticamente (Marx [v.]).
Sulla base di quel presupposto della variabilità del reale, può derivare il r. gnoseologico, per cui non esiste un sapere assoluto, e la conoscenza vale solo relativamente al soggetto e nel momento in cui viene effettuata. Così è chiaro che il perenne fluire del fiume eraclito è padre dell'uomo misura di tutte le cose di Protagora. Nel pensiero moderno potrebbe intendersi come r. gnoseologico anche il criticismo kantiano, sebbene in senso moderato, in quanto l'elemento soggettivo a priori è posto proprio come condizione universale dell'oggettività del conoscere. In Hamilton la conoscenza è relativa in quanto non attinge la realtà in sé, ma solo i fenomeni o modi, e questi sono in relazione alle nostre facoltà e sono presentati come modificazioni delle nostre facoltà stesse (Lectures on metaphysics and logic, Londra 1859, p. 148 sgg.).
Conseguenza della soggettività e relatività del conoscere è la negazione della scienza come interpretazione assoluta e oggettiva del reale: MARCHE (v.), Avenarius (v.) e Poincaré (v.) Boutroux (v.), dai quali è affermato il valore esclusivamente economico-pratico delle scienze. A una concezione relativistica del sapere scientifico giunge pure A. Einstein per il quale, data la non esistenza di un sistema di coordinate che possa da solo metterci in rapporto con la realtà, ogni punto di vista sulla natura, diverso dagli altri possibili, è tuttavia equivalente a ciascuno di essi. D'altro canto Einstein sperava di conservare l'invariabilità delle leggi fisiche in seno ai vari sistemi e di non dover rinunciare ai nessi causali tra i fenomeni. Ma la meccanica quantica, con Heisenberg, dichiarò impossibile determinare contemporaneamente velocità e posizione di una particella senza provocare alterazioni (v. INDETERMINISMO FISICO). La probabilità (v.). Ancora dal presupposto di una realtà naturale, affermata al di là del pensiero e quindi inafferrabile, muove H. VAIHINGER, HANS (v.) per il quale il pensare altro non è che un errare regolato, dal momento che il pensiero è una funzione biologica che facilita l'azione, dettando norme come se la realtà fosse conforme alla finzione che ce ne formiamo: le categorie di verità e falsità vanno sostituite
con quelle di utilità e nocività. Se la realtà naturale, per la sua variabilità, sfugge a una conoscenza oggettiva, a maggior ragione vi si sottrae la realtà umana: ne segue un r. storico, che si distingue dall'antico scetticismo per il carattere antistorico e astorico di questo. Posta la verità e la scienza come costruzioni storiche e umane ne segue che esse hanno valore finché durano gli stati d'animo e gli interessi per il cui soddisfacimento furono costruite (O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes, Monaco 1918): sotto l'infinito succedersi delle forme di cultura si nasconde, geneticamente e teleologicamente ignoto e imprevedibile, il fluire della vita. Da queste premesse può ancora concludersi che è impossibile una storiografia obbiettiva (per questo punto cf. M. Mandelbaum: The problem of historical knowledge, Nuova York 1938, pp. 17-37 e 190-202).
In senso religioso il r. può essere visto come conseguenza dell'agnosticismo; il r. religioso si presenta con il programma «dilettantistico» di escludere il problema religioso, affermando l'impossibilità di unificare la molteplicità degli aspetti della vita.
L'abbandono della deduzione dell'etica dalla metafisica porta ad un r. etico, per il quale non è possibile possedere un criterio assoluto di moralità, la quale si struttura, LOCKE, JOHN (v.), in conformità della legge civile, della legge religiosa o della opinione della società. Una forma assai diffusa di r. pragmatismo (v.) che «pone al posto dell'etica utilitaristica del successo una logica del successo. Il fatto incontestabile che lo sforzo verso la verità è connesso con i motivi della sua utilità pratica, deve mutarsi nella determinazione logica, che la verità non è altro che l'utilità della rappresentazione» (cf. G. Windelband, Storia della filosofia, trad. it., II, Palermo 1938, p. 367, nota).
In Italia il r. (come lo scetticismo) si è svolto in polemica con l'idealismo trascendente. Significativa figura del r. italiano è A. Aliotta.
Il r., positivamente, costituisce un contributo a rilevare l'insufficienza degli individui (relazionati, quindi limitati e condizionati). Nella storia del pensiero nessuno pertanto ha negato un moderato r.; e va anzi affermato che, al di fuori di Dio, tutto, in un certo senso, è relativo. La formulazione più generica e semplice del r. nasce dal constatare di fatto l'esistenza di giudizi e opinioni dissenzienti; la sua sistemazione teorica consiste nella pretesa di estendersi a dichiarare di diritto e universalmente tale situazione. Ma già questo definirsi ne rappresenta un superamento: infatti la definizione assume un valore assoluto, pena la contraddizione, sul cui principio, d'altronde, si fonda lo stesso r.
Se poi il r. si pone come affermazione della sempre ulteriore giudicabilità di ogni categoria di giudizio, la sua posizione potrebbe essere valida solo nel caso che la relatività della conoscenza sensibile, da cui muove il r., sia estensibile a ogni altra forma di conoscenza: ma il solo fatto che è possibile pensare infinite volte e nello stesso modo la medesima verità (p. es., 7 + 5 = 12) è chiara dimostrazione del contrario. Il giudizio e la conoscenza intellettuale in genere contengono pertanto nell'assolutezza della loro forma e dei loro principi il superamento del r. (v. CONCETTO; CONOSCENZA; GIUDIZIO; NECESSITÀ; CRITICISMO).