BOUTROUX, ETIENNE-EMILE-MARIE. - Filosofo francese, n. a Montrouge (Seine) il 28 luglio 1845 e m. a Parigi il 23 nov. 1921. Finiti gli studi, parte dei quali compi in Germania, insegnò prima nel liceo di Caen, poi nelle Università di Montpellier e di Nancy, e nel 1874 sostenne alla Sorbona le sue tesi dottorali. Tre anni dopo assunse un insegnamento alla scuola Normale superiore e nel 1885 divenne professore alla facoltà di Lettere all'Università di Parigi. Eletto membro dell'Accademia delle Scienze morali e politiche nel 1898, entrò nell'Accademia di Francia nel 1912.
La sua opera fondamentale è la tesi di laurea del 1874: De la contingence des lois de la nature, libro piccolo di molte (170 pagine in 8°, di cui 40 di conclusioni), ma che segnò una svolta del pensiero filosofico in Francia. Il resto della sua attività letteraria si esplicò in numerosi articoli ed alcuni libri più importanti: De l'idée de loi naturelle dans la science et la philosophie (1895; trad. II. di E. Liguori-Barbieri, Firenze 1925); Questions de morale et d'éducation (1895); Etudes d'histoire de la philosophie (1897); Pascal (1900); Sciences et religion dans la philosophie contemporaine (1908); Nouvelles études d'histoire de la philosophie (postumo; Parigi 1925).
Come storico della filosofia, il B. ebbe dotti non comuni di penetrazione e di chiarezza. Presentando le dottrine più diverse: di Socrate, di Jacob Böhme, di Pascal, di Leibnitz, di Kant, di William James, di Henri Poincaré, ecc., egli le esamina dall'interno con una simpatia che gli permette di coglierne la coerenza, la profondità, il valore.
La sua importanza però sta nell'aver opposto allo scientismo trionfante la sua filosofia della contingenza.
Lo sviluppo incessante delle scienze e l'interpretazione positivistica delle medesime avevano portato a concepire la realtà come soggetta a un determinismo rigido, per cui ogni cambiamento, ogni novità non era se non l'equivalente, sotto altra forma, di posizioni preesistenti. Si ripeteva: «Nulla si crea, nulla si distrugge». Leggi inflessibili incluse negli esseri ne regolavano l'attività e i rapporti vicendevoli. La rigidità del mondo della materia veniva estesa al mondo dello spirito, sia perché questo dipende da quello, sia perché agli atti psicologici si applicava lo stesso determinismo dei fatti fisici o biologici. H. Spencer era il corifeo di questa corrente di pensiero, che considerava un grado superiore di essere come semplice grado superiore di complessità, e riteneva che il farsi e il disfarsi delle combinazioni obbedisca a leggi universali, incompatibili con ogni vera libertà.
Ora, osservava il B., una tale concezione implicava che nei fatti dell'esperienza, il conseguente fosse sempre l'equivalente quantitativo dell'antecedente e niente altro. Tale supposizione non è in accordo con i fatti: la quantità non è mai sola, ma sta sempre con se sotto la qualità, la quale non ha equivalente quantitativo: il movimento non scompare per farsi calore, ma sussiste sotto il calore. Inoltre ci sono diversi gradi di esseri, il minerale, il vivente, il pensante. Il presentarsi di un grado superiore deve bensì coincidere con un atto determinato della materia, ma non s'identifica con esso né può da esso essere causato; al contrario, le forme superiori sono la causa delle condizioni materiali di cui abbisognano. Si può forse concepire la storia degli esseri come un'evoluzione continua, ma questa evoluzione è insieme una creazione continua: il superiore non viene mai dall'inferiore, ma ripete sempre la sua origine dall'alto. Si è così fuori della necessità legata alla concezione puramente quantitativa, ed è riconosciuta l'esistenza della qualità e della finalità. La finalità suppone almeno un principio supremo, intelligente e libero, Dio, autore e reggitore dell'universo, il quale comunica ai gradi superiori dell'essere il loro potere sugli inferiori.
Questi pensieri del B., così contrastanti a quelli allora dominanti negli ambienti universitari, si ritrovano poi, sebbene in veste nuova, e con diversi ritocchi, nei sistemi di Bergson, di Blondel, come hanno ispirato la filosofia delle scienze apparsa sullo scorcio del secolo nei libri di Poincaré, di Duhem, di Le Roy.
Se la libertà di Dio è l'ultima ragione della contingenza del mondo, i rapporti dell'uomo con Dio, i quali costituiscono la religione, s'impongono allo studio del filosofo. B. consacrò al problema religioso un volume dal titolo: Science et religion dans la philosophie contemporaine (Parigi 1908). Dopo aver mostrato le differenze dello spirito scientifico e dello spirito religioso, egli fa vedere come, anche appagate le esigenze dello spirito scientifico, l'uomo non è interamente soddisfatto. Il sentimento del valore e degli interessi della persona individuale, la tendenza a sacrificarsi per le persone altrui appartengono a un campo che non è quello scientifico e che ha bisogno della religione. L'azione umana non si compie senza fede, senza ideale, senza amore. Ora la fede è adesione al dovere, l'ideale è il sogno dell'infinito, l'amore è l'unione con Dio. La vita che ne risulta e che appare nei grandi mistici, realizza la vera religione, fattiva e universalista. Il B. si sforza anche, ma purtroppo con frasi troppo vaghe e con idee troppo inconsistenzi, di mantenere la compatibilità della vera religione con i dogmi e con i ritmi del cristianesimo: tentativo