BOSANQUET, BERNARD. - Filosofo, n. nel Northumberland il 14 giugno 1848, m. l'8 febbr. 1923 a Londra, dove visse sempre dal 1881 in poi, tranne la breve parentesi (1903-1908) in cui insegnò filosofia a St. Andrews. Entrò nel 1867 nel Collegio Balliol (Oxford) al tempo in cui era fortissima l'influenza del Green. Subì, oltre quello di Platone e di Hegel, anche l'influsso del Lotze (da lui tradotto in inglese) e del suo contemporaneo Bradley, con cui il B. rappresenta il meglio dell'idealismo assoluto inglese.
Mente aperta, B. simpatizza facilmente con tutti i movimenti spirituali, ed è attratto da quasi tutti i problemi speculativi: logici (Logic, Oxford 1888; The essential of Logic, Londra 1895); estetici (History of Aesthetic, ivi 1892; Three Lectures on Aesthetic, ivi 1905); morali (Psychology of the Moral Self, ivi 1897; Principle of Individuality and Value, ivi 1912; Value and Destiny of the Individual, ivi 1913; Some suggestion in Ethics, ivi 1918); politico-sociali (Aspects of the Social Problems, ivi 1895; Philosophical Theory of the State, ivi 1899; Social and International Ideals, ivi 1917); religiosi (What Religion is, ivi 1920).
Il B. (come, del resto, il Bradley e il Baillie) insiste sui motivi dualistici dell'esperienza e sulla trascendenza dell'Assoluto. Il suo è un idealismo di origine hegeliana, ma non propriamente hegeliano. Il dualismo platonico dei due mondi non va inteso come separazione netta, ma come unità che non esclude la loro distinzione e la trascendenza dell'intelligibile rispetto al sensibile, in cui è presente. Presenza dell'intelligibile nel sensibile è l'arte, la cui essenza è vicinissima a quella dell'esperienza religiosa: l'una e l'altra, infatti, colgono la realtà nella sua unità concreta, senza mai esprimerla perfetta e totale. Nessuna forma di esperienza (neppure il pensiero che è l'autorivela-
zione della realtà), per quanto elevata, può mai adeguare l'Assoluto, che perciò è sempre trascendente.