BOVIO, GIOVANNI. - Pensatore e uomo politico, n. a Trani nel 1837, m. a Napoli il 15 apr. 1903. Fu, al suo tempo, una delle figure più in vista e ammirate della democrazia italiana. Nella città natale visse la sua gioventù, tutto raccolto negli studi, ma già preso nel fervore delle idee liberali che anche nelle Puglie, al tramonto del governo borbonico, erano diffuse nella classe colta. La sua predilezione era la filosofia, e il suo primo lavoro fu, infatti, il Verbo novello: sistema di filosofia universale, dedicato « ai tribuni della Libertà » (1864). D'intonazione enfatica e talvolta bizzarra, pure rivelava la non comune cultura da lui acquistata nella storia della filosofia, e un fervido ingegno.
Si volse, poi, a studi di filosofia del diritto, e qui acquistò molto maggior fama: pubblicò (1872) il Saggio critico del diritto penale (3ª ed. 1883, ristampata a Milano nel 1908), la Filosofia del diritto (4ª ed., Roma 1894), il farraginoso e spesso fantastico Sommario della storia del diritto in Italia (2ª ed., ivi 1895). Il B. afferma con la scuola classica il principio della libertà personale, ma la costringe in un determinismo sociale concepito come svolgimento dell'umanità verso la pura razionalità. Per il rapporto con la dottrina lombrosiana vedi Il genio (Milano 1903). Egli passava, così, dalla questione morale a quella giuridica, da questa a quella politica, per tratteggiare poi una
