BOVINO - Cattedrale (secc. XI-XII).
filosofia della storia, nella quale si poneva emulo di G. Ferrari. Amava il paradossale, lo stile sentenzioso; ma le sue tesi non erano prive di fascino per il vigore di certa sua dialettica, onde sapeva animare le idee, scolpirle con l'immaginazione, contrapporle drammaticamente.
Straordinario fu l'entusiasmo destato fra la gioventù dell'Università di Napoli, dove recitava le sue lezioni. Vi si univano, naturalmente, motivi politici allora trionfanti. Egli incarnò, in quel tempo, in Italia, la figura tipica del « libero pensatore », a cui non mancava anche la solennità di cert'aria sacerdotale, anzi pontificale. Il positivismo, intanto, si era rapidamente divulgato, e il B. piegò sempre più il suo razionalismo precedente verso un naturalismo ch'egli definì « matematico »; secondo il quale « la materia, proporzionandosi e rapportandosi, si fa natura, questa riflettendosi si fa pensiero, questo muovendosi si fa storia »; vedi lo Schema di un naturalismo matematico (1877) e Il naturalismo (postumo, Napoli 1903). Eletto deputato al Parlamento (nel 1876), fu tra i maggiori esponenti del partito repubblicano, e mieté numerosi allori con i suoi Discorsi (ivi 1900, e Roma, a cura della Camera dei Deputati, 1915), più letterari del resto che propriamente politici. Il suo repubblicanesimo, diversamente da quello di Mazzini, aveva una direzione piuttosto anarchica: ché al centro era la libertà dell'individuo, e lo Stato era una necessità transitoria nello svolgimento storico dell'umanità: vedi Scritti filosofici e politici (ivi 1883); e la Dottrina dei partiti in Europa (ivi 1886). La nota anticlericale (non mai, tuttavia, volgare) ritorna frequente, e talora sconfina in espressioni vicine all'ateismo. Ma era, infine, un'irreligiosità superficiale, come attesta anche la illibatezza dei suoi costumi e la sua vita modestissima.
Aveva un'anima, forse, più che di pensatore, di artista. Sin da giovane compose in versi. Fra le numerose sue iscrizioni, alcune restano come modelli di questo genere letterario. La sua fama maggiore, tuttavia, nel campo
letterario, fu da lui raggiunta in alcuni drammi, specialmente con il Cristo alla festa di Purim (Opere drammatiche, Milano 1908). Ma forse superiori agli altri drammi sono le scene attiche del Socrate (Torino-Roma 1902), in cui si avverte il desiderio della vicinanza a quella grande figura morale.