In filosofia il termine (gr. ἀνάγνωσις) ebbe significato tecnico nel platonismo dove indicò il processo della mente dalla percezione sensibile al ricordo dell'idea (v.): « È proprio dell'uomo intendere per mezzo dell'idea (εἰδός), la quale da molte rappresentazioni sensibili perviene a unità razionale: il che non è se non r. (ἀνάγνωσις) di quelle cose che l'anima nostra ha una volta vedute, quando era al seguito di un dio » (Phaedr., 249 c; cf. ibid., 250 a;
e Men., 81 c, 86 a-b). In Aristotele, caduto il significato gnoseologico-metafisico di Platone (che fu accolto più tardi, come sembra, nel primo pensiero agostiniano: cf. Ch. Boyer, L'idée de vérité dans la philosophie de St Augustine, 2a ed., Parigi 1941, pp. 213-15), r. è intesa in senso esclusivamente psicologico. A differenza della memoria (μνήμη) che è passiva conservazione e riconoscimento degli anteriori contenuti di coscienza, la r. è il processo attivo del richiamare e far rivivere il passato. Essa è quindi una ricerca (ζήτησις τις) e quasi una specie di sillogismo (συλλογισμός τις), per cui mentre la memoria appartiene anche ai bruti, la r. è propria dell'uomo che possiede la facoltà di deliberare (De mem. et remin., cap. 2, 253 a 7 sgg.; cf. comm. di s. Tommaso, lect. 8a, ed. Spiazzi, Torino 1949, n. 398 sgg., e Sum. Theol., 1a, 78, a. 4). Distinzione peraltro secondaria, in quanto, ammesso l'evidente carattere attivo della memoria umana, la r. può intendersi come la stessa memoria in atto, secondo le leggi fisio-psichiche (ivi inchiuse il potere direttivo del soggetto autocosciente), condizionanti l'associazione dei contenuti di coscienza.
Il senso aristotelico, non del tutto scomparso (lo ha ripreso, tra altri, il Rosmini), è però oggi assai raro e anzi ha ceduto a un significato opposto. Secondo E. Baudin (Corso di psicologia, trad. II. di G. Lorenzini, Firenze 1948, p. 283), r. è un'evocazione senza riconoscimento, e cioè inavvertita, di ricordi già sepolti. Questo significato è vivo nel linguaggio corrente che designa come r. il ripresentarsi spontaneo alla coscienza di dati e rappresentazioni (frasi, detti, testi...) anteriormente avuti, ma non riconosciuti come tali (r. «inconscio»). Nella uso corrente r. vale anche «ricordo incerto, vago»; ma tale significato non è, per lo più, accolto in psicologia.