MEMORIA

MEMORIA. - Nella psicologia moderna, che sembra continuare la concezione della scolastica decadente, la m. significa in generale la funzione che conserva le immagini dei sensi o prodotte dalla fantasia. Per la m. si rivivono e si riconoscono gli stati di coscienza passati: essa importa pertanto il potere di conservare, riconoscere, localizzare nel tempo e nello spazio i fatti e fenomeni di coscienza vissuti.

Sembra una conclusione ormai stabilita che l'oggetto della m. debba restringersi ai contenuti rappresentativi perché i sentimenti e le violazioni non si ripetono, ma si attuano nella coscienza sempre in forma originale. Il problema principale della m. diventa allora la genesi e la riproduzione delle immagini: si cercò quindi se le azioni degli stimoli che impressionano i sensi arrivano fino ai centri lasciandovi un'impronta fisica e se esistono dei centri speciali nel cervello deputati a conservare isolate le varie classi di oggetti percettivi (dottrina delle « localizzazioni cerebrali »). Soprattutto s'indagarono le leggi che regolano la riproduzione della rappresentazione quando vengono evocate alla coscienza: su questo argomento la strada era stata aperta dallo stesso Aristotele, che aveva indicato come fattori di riproduzione la contiguità di spazio e tempo, la somiglianza e la diversità (De memoria et reminiscenza, 2, 451 b, 12 sgg.; V. la notata la critica anticipata di Aristotele al principio di Hume che metteva nell'abitudine la forza principale dell'associazione delle idee). Tuttavia bisogna riconoscere che ogni teoria o tentativo di spiegazione su base biologica o fisiologica della m. non è finora riuscita a imporsi: comunque le vaste e rigorose ricerche della psicologia positivista (specialmente di H. F. Ebbinghaus) hanno notevolmente allargato il campo di azione della m. e le conoscenze sul comportamento delle immagini. Contro la scuola associazionista reagì indirettamente la Denkpsychologie (Külpe, Ach, Lindworski), ma soprattutto la Gestaltpsychologie, la quale IDEA (v.) o immagini non obbedisce al contenuto dei singoli elementi ma è in funzione della « struttura » (Gestalt) del « tutto » (Ganze): se non che questa scuola ricadeva in una forma di materialismo fisiologico affermando che la forza coesiva delle strutture era in funzione della distribuzione dell'energia nervosa lungo il sistema dell'organo periferico ai centri (le Querfunktionen o correnti trasversali di raccordo).

La realtà è che la m. costituisce nell'uomo un insieme di processi molto complicati a causa della molteplicità degli oggetti e delle condotte della vita umana: in particolare la m. è il punto d'incontro della vita dell'io (v.) e quindi della vita sia conscia che subconscia. H. Höffding fece ricorso ai « sentimenti » di notorietà, che comunicano la convinzione della conoscenza avuta anteriormente di qualche cosa: ma anche la teoria emozionale, se spiega alcuni fenomeni di m., ne lascia nell'oscurità non pochi altri. Anche dopo le esperienze di G. E. Müller che concludeva per la prevalenza dei sentimenti (di familiarità), sembra che i fattori emozionali, anche se di solito sono presenti, hanno nei processi di m. una parte secondaria (Gemelli). Una via più sicura è quella prospettata dal Lindworski, per il quale l'elemento principale in gioco nella m. è il tempo, così che i fenomeni di m. si richiamano all'esperienza di « rapporti » spaziali e temporali.

Quest'indirizzo riporta in sostanza alla primitiva dottrina aristotelica della m. e della reminiscenza: Aristotele infatti discute lungamente i rapporti fra la percezione del tempo e la m., ch'egli ordina in due fasi: la m. propriamente detta, quando il rapporto temporale opera il richiamo spontaneamente senza una conoscenza precisa dell'intervallo; la « reminiscenza » (v.), che muove invece alla ricerca del ricordo sulla base di una conoscenza ben definita del tempo stesso (op. cit., 2, 452 b 26-435 b 35). Secondo s. Tommaso, la m. è la facoltà che conserva le apprensioni del significato concreto delle cose (intenzione individuale) cogitativa (v.), ch'è la funzione intermedia fra la vita sensitiva e quella intellettiva (cf. Sum. Theol., 1, q. 78, a. 4), alla quale compete la percezione dei rapporti concreti che hanno le cose con la vita.

Bibl.: H. Ebbinghaus, Über das Gedächtnis, Lipsia 1885; W. Köhler, Über Reproduktion, in Psychologische Probleme, Berlin 1933, p. 192 sgg.; A. Gemelli-G. Zunini, Introduzione alla psicologia, Milano 1947, p. 176 sgg. (con bibl.). Cornelio Fabro

PSICOLOGIA SPERIMENTALE E PEDAGOGIA. - Sembra doversi innanzi tutto osservare: 1) che sarebbe un restringere arbitrariamente il dominio della m. volerlo limitare al campo conoscitivo propriamente detto: possono essere infatti rievocati anche sentimenti ed emozioni (un dolore provato, un amore tramontato); 2) che l'oggetto proprio e diretto della m. non è una cosa o un fatto esteriore a noi, ma solo la percezione avuta della cosa o del fatto; l'emozione provocata da essi in noi, non può, infatti, « ri-presentare » nella nostra coscienza se non ciò che vi fu « presente » prima (propriamente non ricordiamo Roma, ma di aver visto Roma); noi siamo quindi come gli intermediari fra la m. e l'oggetto.

1. Le varie specie di m

a) Secondo l'oggetto che più facilmente riteniamo o secondo le preferenze o predeterminazioni acquisite o innate, si ha la m. delle date, delle lingue, dei numeri, dei nomi, delle genealogie, ecc.; b) Secondo la natura conoscitiva dei ricordi si ha: a) la m. sensitiva o sensoriale, se riguarda immagini sensitive, che si suddivide in: m. visiva, quando si è più colpiti dalle forme e dai colori (pittori, disegnatori, giocatori di schacchi, che conducono diverse partite simultaneamente senza mai abbassare gli occhi sulle varie schacchiere); m. uditiva, quando conserva di preferenza i suoni della musica o del linguaggio ritmato della poesia o delle semplici parole (pistacismo); m. muscolare o motrice, quando conserva soprattutto il ricordo dei movimenti delle labbra nel pronunciare lettere, sillabe e parole, o delle dita per suonare o delle gambe e dei piedi per patinare, danzare, ecc.; m. tattile, come quella dei ciechi che leggono libri e partiti musicali scorrendo sul testo con il polpastrello delle dita. b) la m. intellettiva, che ricorda idee, giudizi, ragionamenti; y) la m. affettiva, che ricorda emozioni e volizioni.

La m. sensitiva appartiene anche agli animali, come prova abbondantemente l'esperienza; nell'uomo va con-

giunta e anche integrata dalla m. intellettiva. L'uomo, p. es., non ricorda soltanto il suono delle parole di un discorso o l'esatta collocazione delle parole in un verso, ma anche il senso di quel discorso e di quel verso.

2. Analisi del fenomeno mnemonico

Gli elementi o processi che si integrano a vicenda in un atto della m. si possono ridurre a cinque: fissazione e conservazione (m. di fissazione); richiamo (m. di reviviscenza); riconoscimento (m. di riproduzione); localizzazione (m. cronologica).

a) Fissazione del concetto o dell'immagine. — Fisiologicamente la m. dipende dalla funzionalità e plasticità dei tessuti nervosi; le quali variano all'estremo da persona a persona, e, in una stessa persona, secondo l'età, lo stato di salute, le occupazioni, le cattive abitudini contraenti; e vanno da un grado di potere di fissazione straordinaria ad un grado nullo o quasi. Psicologicamente il grado di fissazione si proporziona all'attenzione, alla presenza di centri di interesse, all'esercizio. Quindi un ricordo tanto più si fissa, quanto più un fatto ha impressionato (una battaglia, un terremoto, una cerimonia eccezionale non si dimenticano facilmente). Così pure favorisce la fissazione il rapporto della m. con le tendenze innate o acquisite (un poltrone dimentica presto la spiegazione dell'insegnante, mentre ricorda benissimo le varie partite di calcio o i nomi dei concorrenti alle gare) o con il contenuto della coscienza (chi è intensamente assorbito nelle proprie riflessioni o nell'attuazione di una qualche impresa, si lascia sfuggire una grande quantità di ricordi e di esperienze). Infine il grado di fissazione dipende dalla legge dell'uso e del non uso; l'esercizio non crea il ricordo, ma lo fortifica, gli impedisce di scomparire, mettendo in gioco il meccanismo della ripetizione e dell'associazione. Ciò che s'è visto una volta sola o imparato frettolosamente, facilmente si dimentica, mentre meglio si ricorda ciò che si è letto o visto o udito più volte o studiato con calma. Le sensazioni, poi, le immagini e le idee, che facilmente vanno perdute, se isolate, si ricordano, invece, assai bene se riunite in gruppi o in sintesi associative. Così, per non dimenticare una commissione, spontaneamente si fa un nodo al fazzoletto; per mezzo di versi mnemonici si ritengono facilmente date, nomi geografici, regole di grammatica o di logica; come pure per mezzo di parole costruite con le sillabe iniziali di un determinato gruppo da ricordare o con la stesura di elenchi ordinati.

b) Conservazione dei ricordi. — Il risorgere delle esperienze passate pone il problema del come si conservino nella m. Avviene in questo processo lo stesso che nelle abitudini le quali, esercitate in un determinato senso, tendono a riprodurre gli stessi atti. Così nei ricordi, gli atti che ne formano il contenuto scompaiono, ma lasciano una disposizione fisiopsicologica ad essere ripetuti. Quindi conservazione dei ricordi altro non significa che possibilità di richiamarli; disposizione psicofisiologica a riprodurli, che passa all'atto, quando vengono a verificarsi le condizioni adatte.

c) Richiamo dei ricordi. — È il passaggio della m. in potenza alla m. in atto e consiste, fisiologicamente, nel restaurare, per così dire, lo stato organico primitivo e, psicologicamente, nel lasciare o far intervenire le leggi delle varie specie di associazione. Il richiamo può essere spontaneo, quando il ricordo sorge bruscamente senza alcun apparente legame fisiopsicologico con lo stato attuale della nostra coscienza (reviviscenza); volontario, quando il ricordo è rievocato deliberatamente o più o meno faticosamente cercato (reminiscenza). La volontà, però, non ha un potere diretto sulla memoria (si dice comunemente: «basta che io cerchi per non trovare»; «ho la parola sulla punta della lingua; me la ricorderò quando non ci penserò più»), non può iniziare il richiamo di un'idea al completo; ciò che può fare è provocare quelle associazioni che possono mettere sulla via e sulla direzione di ciò che si vuole trovare. Così per richiamare un nome proprio si pensa come comincia o come finisce; si conservano fissi davanti alla mente le sillabe iniziali o finali e il nome cercato finirà per riapparire. L'insistenza della volontà può spesso al libero gioco delle associazioni; quindi è meglio lasciare libero corso alla corrente nervosa perché si dirige spontaneamente verso l'oggetto cercato. Per questo il miglior modo di scrivere ortograficamente bene una parola, di cui l'ortografia ci sfugge in quel determinato momento, è lasciar correre liberamente la penna; se a un certo punto ci sfugge il seguito di una poesia o di una preghiera, il mezzo migliore è riprendere dal principio e lasciare che le labbra si muovano per così dire automaticamente; per questo anche si chiudono gli occhi quando si vuole richiamare un ricordo, ci si mette all'oscuro, ci si fa silenzio intorno, perché più lo spirito è in riposo e meno distratto dalle percezioni attuali, meglio le varie associazioni funzionano liberamente ed esso è più atto a rievocare il passato.

d) Riconoscimento. — È il «conoscere di nuovo» una esperienza passata in una presente; il confrontare l'esperienza attuale con quella passata. Il processo si svolge in due fasi successive: semplice sensazione del «già visto o già udito», ecc., senza alcuna evocazione del passato: «quell'uomo l'ho già visto»; «quella musica l'ho già sentita»; poi, mediante il provocamento automatico sul passato, ricerca dell'esperienza antica completa e determinata, cioè ricerca dell'esperienza antica che è in tutto simile alla presente; «ecco: è Pietro»; «è il tale tratto della Traviata». Qui si ha il vero riconoscimento completo.

e) Localizzazione del ricordo. — Più che una funzione diversa della m., la localizzazione è il complemento del riconoscimento e consiste nel determinare in quale momento il fatto ricordato è avvenuto. Il suo processo è regressivo; si torna indietro sulla linea del tempo vissuto. Per una localizzazione esatta giova il costituire come una serie di pietre miliari o punti di riferimento, legati ai fatti e agli avvenimenti più importanti della nostra vita, a cui vincoliamo per mezzo dell'associazione tutti gli altri ricordi (p. es., le varie tappe scolastiche: ginnasio, liceo, università; le tappe della carriera, ecc.).

3) Malattie della m. — I disturbi che possono colpire la m. si dividono in quantitativi (ammesia, ipomnesia, ipermnesia) e qualitativi (dismnesia, paramnesia).

a) Disturbi quantitativi. — a) Amnesia è la perdita totale o parziale della capacità di fissazione o di rievocazione dei ricordi debitamente, a suo tempo, registrati. Rara è l'ammesia totale sotto forma definitiva; tuttavia si hanno i casi di cambiamento di personalità (il soggetto comincia una vita affatto nuova senza alcun interferire della vita passata); i casi di demenza assai gravi e di grave obnubilamento della coscienza. Più frequente l'ammesia sotto forma temporanea, in seguito a impressioni violente (choc) e a determinate commozioni cerebrali. Si può trovare anche un'ammesia periodica, nel caso, p. es., di personalità alternatissimi, dove si ha pure l'alternarsi delle memorie.

L'ammesia si distingue pure in: anterograda (o di fissazione), retrograda (o di rievocazione), anterocretograda o mista, lacunare: 1) anterograda, quando si perde la capacità di fissare nuovi ricordi a partire dal momento che si verifica uno stato patologico (p. es., il soggetto ricorda tutto fino al momento della lesione; di quello avvenuto dopo, fino al momento che si riprende, non si ricorda nulla). Si verifica generalmente per obnubilazione dell'apparato sensorio, per demenza senile o anche nella senilità normale (il soggetto non ricorda più una frase, appena letta, mentre ricorda tratti interi, letti in gioventù); 2) retrograda, quando si ha la perdita dei ricordi debitamente registrati, che a partire da un determinato momento non si riesce più, o solo difficilmente, e con fatica, a rievocare e associare; questo avviene generalmente in seguito a traumatismi cerebrali, o a gravi intossicazioni o a certe infezioni cerebrali; 3) anterocretograda, quando si ha la perdita dei ricordi anteriori o posteriori al momento dell'incidente incorso; il soggetto resta così disorientato, che non può più né fissare nuovi ricordi, né rievocare gli antichi. Ha luogo nelle demenze gravi e negli stati di grave obnubilamento della coscienza; 4) lacunare, quando la capacità di fissazione di tutte o di un gruppo di percezioni, diventa per qualche tempo nulla o molto inde

bolita. B) I pomenesia è l’indebolimento progressivo della memoria ed è effetto di infermità mentale e parallelo generalmente all’indebolimento dell’intelligenza. Y) I pomenesia è l’esaltazione della capacità di richiamo con il risveglio di ricordi seppelliti da molto tempo nel passato. Avviene, p. es., in coloro che si trovano in gravissimo e imminente pericolo di vita (p. es., nei giustiziati, che ricordano in un istante tutto il corso della vita) o in situazioni, ricche di emozioni (p. es., in esaminanti, che eccitati dall’ambiente e dalle circostanze rispondono più di quello che credevano di sapere); negli stati maniaci o di ossessione, durante la febbre o l’ipnosi (i ricordi si affollano, la parola si esalta e diventa precipitata). È da notare anche una forma di pseudopemmesia, o facilità di rievocazione per un determinato gruppo di immagini o di idee; p. es., nei deliri di persecuzione, o nelle ossessioni, in cui si accumula tutta una folla di rappresentazioni vicine, che rafforzano quelle proprie del delirio.

b) Disturbi qualitativi. — a) Dimensa (forma di amnesia di rievocazione) è la difficoltà di ricordare a un dato momento certe rappresentazioni, che più tardi ritornano spontaneamente. Si presenta in forme più o meno gravi nelle minorazioni psichiche e intellettuali; o sono provocate semplicemente da eccessi di fatica, da malattia o da vecchiaia. Donde, p. es., la ripetizione noiosa di fatti da parte di persone che non si ricordano più di averli già raccontati. B) Paramnesia è una falsa m. dovuta alle illusioni di riconoscimento. Tali illusioni inficiano talvolta la percezione del fatto (due testimoni, p. es., non vedono sempre esattamente lo stesso fatto sotto il medesimo angolo) o la conservazione del ricordo e i richiami successivi (una stessa persona riferisce diversamente uno stesso fatto in tempi diversi) o la stessa espressione e riferimento del fatto (si aggiungono e si colorano circostanze sia per l’autosuggestione del soggetto, che racconta, sia per la suggestione dell’ambiente e di chi ascolta). Donde la necessità e insieme la difficoltà di una valida critica della propria introspezione e delle testimonianze che si portano. Caratteristiche sono pure le illusioni del “già visto”, provocate da esperienze, che, invece, non furono mai realizzate, o del “non visto”, provocate da esperienze, che, invece, furono già realizzate. Queste parammesie, se coscienti, possono anche generare disturbi psicologici gravi o profondi fino al terrore e alla follia.

4. Pedagogia della m

Dallo studio dei problemi della m. e dei procedimenti di memorizzazione la psicologia sperimentale, specialmente per opera di A. Binet e H. Elbinghaus, ha potuto ricavare varie norme di alto valore pedagogico per l’educazione della memoria: 1) lo studio a m., giornaliero, quando evita gli eccessi, è molto utile, costituendo una ginnastica eccellente per rendere la m. pronta e vivace, abituando ad un lavoro personale, facendo evitare il “pressa” poco “nel sapere”. 2) Per una buona memorizzazione sono da scegliere i tempi della maggiore freschezza cerebrale: fanciullezza e gioventù riguardo alla vita; mattino, riguardo alla giornata. 3) Alternare gli esercizi (un quarto d’ora, mezz’ora, poi un po’ di riposo). La memorizzazione affrettata e spasmodica non dà tempo alle cognizioni di fissarsi bene; le lezioni della sera si ricordano più facilmente, perché segue il riposo della notte. 4) Procedere dal facile al difficile, dal poco al molto entro lo stesso spazio di tempo, per favorire l’allenamento. 5) Applicare i mezzi di sviluppo dalla m.: descrivere un oggetto, poi ripeterne a voce la descrizione scritta; fissare una serie di nomi con il loro significato, poi ripeterli; stendere la lista degli oggetti di una camera, con i loro nomi; far studiare molti versi, più facili a ritenersi per via del ritmo e della rima. 6) Applicare l’attenzione, affinché l’esperienza produca un’impressione più viva. 7) Favorire lo studio delle lingue straniere; studiare una equivaie ad esercitare la m. in quattro direzioni: occhio, orecchio, laringe, mano oltre all’esercizio della intelligenza. 8) Preferire il metodo “globale” al metodo “frammentario”. Più presto si ritiene e si ricorda un passo, studiando e ripetendo d’un tratto, senza interrompere la successione delle parole e delle frasi, che non studiano a periodi e poi associandole insieme.
BIBL.: G. Donà, La testimonianza, Torino 1923; J. de la Vaisière, Psychologie pédagogique, 5a ed., Parigi 1926, pp. 116-30; G. Tesoro, La psicologia della testimonianza, Torino 1929; L. Guarnero, Iniziazione alla psicologia, ivi 1946, pp. 145-52; E. Baudin, Corso di psicologia, vers. it., Firenze 1948, pp. 282-312; L. Riboulet, Psychologie appliquée à l’éducation, Lione 1948, pp. 55-73; A. Vallejo Nagera, Trattato di psiquiatria, Barcellona 1949; pp. 97-106; E. Boganelli, Corpo e spirito, Roma 1951, pp. 224-30. Celestino Testore

MEMORIA. — Nel linguaggio cristiano dei primi secoli il termine m. ebbe molti significati.

In primo luogo m. era l’equivalente di titulus, nel quale caso: «Memoriam posuit» era sinonimo di «titulum posuit». Poco a poco m. ricevette un significato più largo e più esteso, e venne applicato non solo all’iscrizione commemorativa, ma anche all’intera tomba. In questo senso i Padri e gli scrittori antichi ne fanno uso frequentissimo (cf. s. Agostino, Epistolarum classis, II, pp. 78; PL 33, 269); s. Paolino di Nola, Ep. 32 ad Seve-rum (CSEL, XXIX, 288). Gli esempi epigrafici poi sono numerosi (cf. CIL, III, 4186, 10237; VIII, 9716, 22535; G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae Urbis Romae, I, Roma 1857, 448 ecc.). Non è escluso neppure il caso che m. possa indicare tutto intero il sepolcreto, e non semplicemente un unico alveolo (cf. L. Renier, Inscriptiones romaines de l’Algérie, n. 2031). Inoltre, nel linguaggio letterario ed epigrafico significò anche la stessa chiesa, che conteneva la tomba di un martire (cf. s. Agostino, Sermo 323; PL 38, 1446; Contra Faustum Mani-chaeum, 20, 21; PL 42, 385). Infine, e ciò specialmente in Africa, la m. indicò le reliquie dei santi. Questo il senso di m. quando ricorre su epigrafi africane, accompagnato con: «deposita» o «deposita» (P. Monceaux, Enquête sur l’épigraphie chrétienne d’Afrique, Parigi 1907, n. 261).

Da ciò che si è detto appare chiaramente quanto sia difficile l’interpretazione del termine m. negli scritti degli antichi e in epigrafia. In questi casi la chiave della spiegazione sta nel verbo che accompagna m. Così m., preposto all’iscrizione, invece di titulus, significherà semplicemente la memoria, vale a dire il ricordo; significherà invece tutto il sepolcro, se m. si accompagna ad un verbo come: comparavit, construxit, aedificavit. Quando invece con m. «ricorre anche l’espressione»: «deposita est; depositae sunt; hic est» o «hic sunt»; oppure: «Hic memoria», p. es., «Sancti Juliani», non si tratta di altro che di reliquie, non importa se dirette o di semplice contatto.

BIBL.: G. B. De Rossi, Memoriae degli apostoli Pietro e Paolo e di ignoti martiri in Africa, in Bull. arch. crist., 3a serie, 2 (1877), pp. 97-117; H. Leclercq, s. V. in DACL, XI, coll. 296-324. Giuseppe Gagov