MICHELE, ARCANGELO

MICHELE, Arcangelo. - I. NELLA S. SCRITTURA. - M. (ebr. Mikhā'ēl «Chi [è] come Dio?») compare quattro volte nella Bibbia. In Dan. 10, 13.21 è presentato come «uno dei primi principi» e come protettore particolare del popolo ebraico (sarkhem). In Dan. 12, 1 è specificato meglio il carattere di «M. il principe grande, che sta in guardia sui figli del popolo» d'Israele; ad esso è assegnato il compito di difendere gli eletti in un momento drammatico, che, come risulta dal contesto, coincide con la resurrezione generale connessa con il giudizio di Dio. Nel Nuovo Testamento si parla di M. in Iud. 9 (dove è nominato arcangelo, specificazione maggiore della perifrasi usata da Daniele e in Apoc. 12, 7).

Giuda allude ad una lotta fra M. e Satana per il corpo di Mosè. L'episodio è ignorato dal Vecchio Testamento ed oggi si ammette comunemente, come faceva Origine (De principiis, III, 11, 1: CB, V, 244), che l'autore ispirato si riferisca al racconto dell'apocrifa Assunzione od Ascensione di Mosè. Si riconosca o no la dipendenza letteraria, si può ritenere che Giuda usi di una tradizione ebraica come un argomento ad hominem, senza pronunciarsi sul suo valore storico. L'episodio è affermato anche dalla recensione slava della Sapienza di Mosè (16), mentre il midhrās Deut. (Dēbhārīm) Rabbā' 11 (207 c) parla di un alterco anteriore alla morte di Mosè.

In Apoc. 12, 7 si descrive un'altra lotta fra M. e Satana, più accanita ed impegnativa. Si identifica generalmente M. con l'arcangelo, che in I Thess. 4,16 è descritto come il grande evocatore dei morti nel giorno della resurrezione e del giudizio. Un numero minore di biblisti vede menzionata l'opera di questo arcangelo nel famoso «ostacolo» (ὁ κατέχων; II Thess. 2, 7) che contrasta l'attività dell'Anticristo.

Nella tradizione giudaica si insiste molto sul carattere di M. quale protettore di Israele (Enoch etiopico, 20, 5; Assunzione di Mosè, 10, 2) e quale intercessore presso Dio (Enoch etiopico, 40, 9; Testamento di Levi, 5, 6; Testamento di Dan, 6, 2). Egli è il capo degli aristocratici degli eserciti del Signore. È «rivelatore, giustiziero ed anche custode d'Israele» (G. Bonsirven, Il giudaismo palestinese al tempo di Gesù Cristo, trad. it., Torino 1950, p. 30). Talvolta è detto anche maestro di Mosè e sommo sacerdote; molto più spesso è presentato quale guida delle anime dopo la morte o psicopomo (ψυχοποιός).

Analoge attribuzioni riceve M. nella tradizione cristiana. P. es., già nella Epistola Apostolorum è chiamato ἀρχιστράτηγος o capo degli strateghi celesti (C. Schmidt, Gespräche Jesu mit seinem Jüngeren nach der Äußerung des [Texte und Untersuchungen, 43], Lipsia 1919, p. 285). È il protettore della Chiesa. Nell'Ascensione di Isaia, 53, 16 M., definito principe degli Angeli, rimuove la pietra del sepolcro di Gesù, e nel Transitus b. Mariae Virg., 16 (C. Tischendorf, Apocalypses apocryphae, Lipsia 1866, p. 135) compie il medesimo gesto riguardo al sepolcro di Maria.

Bibl.: H. Lesêtre, Michel, in DB, IV, coll. 1076-95; M. Seligsohn, Michael, in Jew. Enc., VIII, pp. 535-38; H. Leclercq, Michel (Culte de st), in DACL, XI, coll. 903-907; K. Meisen, Michael, in LTHK, VII, coll. 161-63; W. Lueken, Michael, Gottinga 1898; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch, III, Monaco 1926, pp. 786-787; J. Chaine, Les epitres catholiques, Parigi 1939, pp. 308-11; U. Holzmeister, Michael archangelus et archangeli alii, in Verbum Domini, 23 (1943), pp. 176-86; P. De Ambroggi, Le epistole cattoliche di Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda, 2a ed., Torino 1949, pp. 305-307; A. Penna, S. Paolo, 2a ed., Alba 1951, pp. 400-401.

II. IL CULTO DI S. M. - Il culto della Chiesa cattolica verso S. M. è una eredità della Sinagoga nella quale ebbe una venerazione particolare, soprattutto come protettore del popolo eletto. Nella

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S. Scrittura è nominato espressamente solo tre volte, sempre in atteggiamento di difensore e guerriero: Dan. 10, 13.21; 12, 1 («princeps magnus», in contrasto con il principe dei Persi); Jud. 9 (disputa con il diavolo); Apoc. 12, 7 (battaglia con il «dragone»). Da questi accenni si sviluppò in seguito il carattere particolare del culto di s. M.

1. Oriente

Il primo centro cristiano del culto di s. M. era situato in Asia Minore, nella Frigia, a Cherotopa (presso Colosse), che potrebbe rimontare ai primi secoli; nella stessa regione si trovava poi il santuario di Chonae, noto sin dal sec. IV. Sul Bosforo sorse il santuario di Sosthene, mentre nella nuova capitale Costantinopoli lo stesso Costantino costruì il Michaeion, cui fecero seguito poi almeno altre 15 chiese dedicate al s. Arcangelo. La sua festa si celebrò l'8 nov. Un altro centro antichissimo, in Oriente, fu l'Egitto, specialmente Alessandria, ove la festa, il 12 giugno, venne collegata con la crescenza del Nilo, fatto importantissimo per la vita del paese. Anche i copti e i siri venerano s. M., i primi l'hanno notato nel calendario ben sette volte; i secondi al 6 sett.

2. Occidente

Il culto di s. M. in Occidente è stato importato quasi certamente dall'Oriente. Chiese molto antiche, accertate fin dal sec. V, si trovano in Italia; ad es., a Milano, Piacenza, Genova, Ravenna, Perugia, Spoleto e soprattutto a Roma. L'attuale festa del 29 sett. è appunto una festa di origine romana.

Il Sacramento Romano, alla data del 30 sett. offre cinque formulari di Messe in memoria della dedicazione di una basilica di S. M. sulla Via Salaria, al VI miglio (Castel Giubileo). Nei Sacramento del gesliano e gregoriano si trova invece l'anniversario della dedicazione al 29 sett. Anche il Matricologo germaniano nota al 29 sett. la dedicazione della basilica sulla Salaria; sotto la stessa data si trova nei calendari mozarbici e nel Calendario marmoreo napoletano.

Il Santuario della Salaria è ricordato anche nell'itinerario de locis (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 117). In Roma il papa Simacco (498-514) ampliò la basilica dell'arcangelo M. al vico Patricio (Lib. Pont., I, p. 262). Alla sommità del mausoleo di Adriano un oratorio sarebbe stato eretto, secondo Adone, da Bonifacio IV (608-615) in onore di s. M. Una diaconia «in foro piscium» presso il portico di Ottavia fu eretta da Teodoto zio di Adriano I (tra il 755-770; Lib. Pont., I, p. 514, n. 2).

Un oratorio in suo onore fin dal sec. VIII fu pure nel vestibolo che unì con la Basilica Vaticana il mausoleo trasformato in chiesa di S. Petronilla (ibid., p. 97). S. M. «de porticu» presso S. Pietro, della Schola Frisorum, ricordata in una bolla di Leone IV dell'854; oggi detta SS. M. e Magno.

Un oratorio S. Angeli de Augusta venne costruito anche sulla sommità del mausoleo di Augusto, come è attestato da bolle del 951, 962 e da cataloghi di chiese fino al sec. XV. Un altro oratorio fu sul Gianicolo presso S. Pietro in Montorio, ricordato da una bolla di Callisto II del 1123 e dai Cataloghi fino al sec. XVI. Si ha inoltre una chiesa S. Angeli da Reniczo o prope montem Jordanum che ricorre in una bolla di Urbano III del 1186, oggi SS. Celso e Giuliano. In tutte queste chiese la festa di s. M. è il 29 sett. e comprende, nel suo formulario, oltre s. M. tutti i corsi angelici.

Posteriori recensioni del Matricologo germaniano introducono la notizia del santuario di S. M. sul Monte Gargano. I Sinodi di Tours, 558 (can. 61) e di Magonza, 813 (can. 36), attestano la festa nelle regioni franche e germaniche; nel 995 divenne festa di precetto; Ettelrode, re d'Inghilterra, vi prescrisse (1014) una vigilia e un digiuno di tre giorni. Nel 1917 la festa fu elevata a doppio di 1^ classe.

La seconda festa di s. M., quella dell'8 maggio, era in origine una festa puramente locale della Chiesa di Siponto, oggi Manfredonia, e riguardava un santuario rustico, situato entro una delle molte caverne del Monte Gargano. Certo è che l'8 maggio 663, nei pressi di Siponto, ebbe luogo una battaglia navale fra Longobardi e Saraceni; i vittoriosi Longobardi ascrissero la vittoria a s. M., molto venerato in queste parti, appunto nel suo santuario garganico. Una favolosa leggenda, passata in seguito anche nei vari martirologi medievali (il Matricologo germaniano primitivo non conosce affatto una festa di s. M. all'8 di maggio), narra l'«inventio basilica S. Angeli», che si fece poi risalire fino all'8 maggio 492, o 494. Ma, come tutto porta a credere, si tratta semplicemente dell'anni-versario della dedicazione del santuario garganico, esistente certamente nel sec. VI. Questa festa locale si diffuse in seguito, attraverso i Longobardi, in Lombardia e oltre, e divenne così festa universale. Benedetto XIV, nella sua tenuta riforma liturgica, era deciso a ridurre di nuovo questa festa a festa locale spionina. L'attuale Matricologo romano, in dipendenza dai martirologisti medievali, confonde tutto, attribuendo all'8 maggio una apparizione di s. M., e al 29 sett. l'anniversario della dedicazione della chiesa sul Monte Gargano; il ricordo della festa romana si è perduto. Infine si deve ricordare un altro importantissimo centro del culto di s. M., sul Monte Tumba, in Normandia, celebre sotto il nome di Mont-St-Michel. Il Santuario, a somiglianza di quello garganico, fu fondato nel 709, e divenne centro irradiatore di quel culto in tutti i paesi e popoli germanici, ove ebbe in seguito una diffusione immensa. Si può affermare che in genere le chiese di S. M. sono fra le chiese più antiche.

S. M. è venerato come guerriero, difensore e protettore. Già nel Vecchio Testamento appare come difensore del popolo eletto; il Nuovo Testamento poi lo presenta a capo delle schiere angeliche a debellare il dragone infernale; nessuna meraviglia quindi che anche il popolo cristiano lo consideri in modo particolare come guerriero, difensore, protettore, in primo luogo contro le potenze infernali, poi, comunque, contro i nemici della Chiesa in genere (nel medioevo, per es., i Normanni, i Magiari, poi gli ussiti, i Turchi ecc.). La liturgia accenna più volte alla protezione di s. M.: l'arte lo rappresenta quasi sempre come un cavaliere celeste; i popoli soprattutto germanici lo venerano come patrono speciale, e percorre la sua immagine sui loro vessilli; fu creato protettore speciale della Francia e della Germania. I missionari cercarono di sostituire i numerosi santuari di Wotan e di T'hitu, situati sopra le colline e i monti, con quelli dell'arcangelo guerriero; intanto nei castelli medievali le campagne poté sulle 'alti delle torri spesso eran dedicate a s. M.; erano anche a lui dedicati moltissimi santuari montani. Così la chiesetta di S. Angelo in una caverna naturale nella rupe che sovrasta a nord-est il lago di Nemi, ricordata già in una bolla di Alessandro IV del 12 gen. 1235. Ivi l'arcangelo M. fu rappresentato in un bassorilievo marmoreo, scomparso nel sec. XIX e in un rozzo affresco (A. Galieti, Il romitorio di S. M. Arcangelo al lago di Nemi, in Bollettino di archeologia, storia ed arte, 3 [1940], pp. 5-16 e 33-34). Nelle chiese romaniche si usò dedicarli la cappella situata in alto sopra il pronaio, fra i due campanili. Ad ogni modo, ancor oggi s. M. è il protettore e difensore della Chiesa, e Leone XIII, nella nota preghiera prescritta dopo le Messe lette, consacrò la comune convinzione del popolo cristiano circa il difensore della cristianità. Pio XII dichiarò s. M. patrono e protettore dei radiologi (AAS, 33 [1941], p. 128).

Un altro aspetto specifico di s. M. è la sua qualità di turiferario celeste. L'angelo dell'Apocalisse (8, 3), che porta l'aureo turibolo delle preghiere davanti all'altare celeste, venne in seguito identificato con s. M. Come tale appare soprattutto nella solenne incensazione dell'altare nella Messa solenne («Per intercessione sanciti Michaelis arcangeli...»). È però da notare che in quella orazione originariamente era nominato s. Gabriele (Lc. 1, 11-18). Ma siccome nella festa di s. M., nella Messa e nell'Ufficio, questo arcangelo appare (antifona e offertorio) come quel turiferario celeste, anche nella preghiera all'atto dell'incensazione subentrò lentamente lui. Nel medioevo, la leggenda

MICHELE, ARCANGELO - M. arcangelo trionfante incatenai (fot. Gab. fot., naz.)
monio. Dipinto di G. Reni - Roma, chiesa dei Cappuccini.

che s. M. celebrerebbe Messa in cielo ogni lunedì (giorno sacro agli angeli nel medioevo) contribuì alla sua venerazione.

Infine, s. M. appare, nella liturgia e nella credenza popolare, come guida delle anime defunte. All'età ellenistica, l'idea di « angeli psicopompi », di guide sopranaturali delle anime, era assai diffusa in conseguenza delle varie correnti delle religioni dei misti. Anche i rabbini: attribuirono a s. M., protettore del loro popolo, l'incombenza di guidare le anime all'al di là. Lo stesso Gesù pare accenni a questa credenza popolare, quando fa portare l'anima del povero Lazzaro dagli angeli nel seno di Abramo. Quindi era cosa naturale che molti testi apocrifi e poi anche liturgici continuassero a coltivare l'idea di s. M. guida delle anime defunte, e, perciò, custodendo del paradiso. Nella Messa e nell'Ufficio, si invocava ancora s. M. « un non pereamus in tremendo iudicio ». Nella raccomandazione dell'anima, che risale in sostanza al sec. VII-VIII, s. M. (e gli angeli) sono invocati appunto per il transito dell'anima. Le cappelle (ossari) dei cimiteri ordinariamente sono dedicate a lui.

Ma l'espressione più esplicita circa s. M. guida delle anime, si trova nell'Offertorio delle Messe dei defunti: signifer s. Michael repraesentet eas in lucem sanctam; il grande vessillifero celeste salva le anime dagli assalti infernali e le conduce in paradiso.

BIBL.: Acta SS. Septembris, VIII, 54-74; Martyr. Hieronymia, num, pp. 238, 532-33; Martyr. Romanum, p. 178 sq., 423 sq.; J. Huynes, Histoire générale de l'abbaye du Mont-St-Michel. Rouen 1872; A. Gerlach, Der deutsche Michel, Hamm 1906; K. A. Kellner, L'anno ecclesiastico (versione II. di A. Mecati), Roma 1914, pp. 280-84; O. Rozdestvensky, Le culte de st Michel et le moyen âge latin, Parigi 1922; A. Renner, Der Erzengel Michael in der Geistes- und Kunstgeschichte, Saarbrücken 1927; G. Bazin, Le Mont-St-Michel, Parigi 1933; L. A. Veit, Vollstronnismes Brauchtum u. Kirche im Mittelalter, Friburgo in Br. 1936; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 290-295; G. Kittel, "Ayyelock, in Theol. Wörterbuch, I, pp. 72-87; H. Leclercq, Michel, in DACL, XI, coll. 903-907. Giuseppe Löw

III. ARCHEOLOGIA

Il nome dell'arcangelo M. è invocato più volte nelle iscrizioni. Così si legge in una iscrizione del sec. VI di Rouis, oggi al Museo di Tebessa (S. Gsell, Inscriptions latines de l'Algérie, Parigi 1922, n. 3670); in una tabella defixionis rinvenuta a Cartagine (E. Diehl, Inscriptions latinae christianae veteres, Berlino 1924-31, n. 2388 a); in un'iscrizione di Sorrento (CIL, X, 761); in una lastra di Sofia (E. Diehl, loc. cit., n. 2430); nella dedica dell'anno 545 della chiesa eretta da Bacauda e Giuliano argentario in S. Michele in Frigiselo a Ravenna (CIL, XI, 288). In Egitto in un'epigrafe dell'anno 409 in Alessandria (G. Lefebvre, Recueil des inscriptions chrétiennes d'Egypte, Cairo 1907, n. 49); in stele copte della Tebaide (C. M. Kaufmann, Handbuch der altchristlichen Epigraphik, Friburgo in Br. 1917, p. 150); in un'iscrizione greca d'Egitto ora al British Museum (id., loc. cit., p. 279 e fig. 186); in una stele copta del Museo del Cairo (W. E. Crum, Coptic Monuments, Cairo 1901, tav. 56). Più volte in monumenti della Siria, di Egitto e di Roma si trovano incise le lettere X, M, I, cioè Χριστός, Μίχαη, Τάβραη, Cristo, M. Gabriele (G. B. De Rossi, Di un curioso sigillo impresso su un frammento di mattone trovato nell'emporio romano, in Bull. d'arch. crist., 2a serie, 1 [1870], p. 7 sqg. e tav. 3,2). In Egitto furono trovate lampade fittili con l'iscrizione in greco: S. M. (H. Numeri, in Annales des Antiquités de l'Egypte, 17 [1917], pp. 160-61).

G. B. De Rossi illustrò una « campana con epigrafe dedicatoria del secolo incirca ottavo o nono trovata presso Canino » (N. bull. d'arch. crist., 5 [1887], pp. 82-87, oggi al Museo Cristiano Lateranense); su di essa è incisa una iscrizione votiva in onore di N. S. G. Cristo e di s. M. arcangelo, al quale fu pure dedicata una campana nell'abbazia di Fontanelle nel sec. VIII. G. De Jerphanion vide l'origine del tipo di s. M. che calpesta il drago nell'arte copta (G. De Jerphanion, L'origine copte du type de st Michel debout sur le dragon, in Comptes-rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1938, pp. 367-81).

Enrico Josi

IV. ICONOGRAFIA

In Italia immagini di s. M. sono nei musicali ravenati del sec. VI e propriamente in quelli di S. M. in Africisco, poi traferiti a Berlino, e negli altri di S. Apollinare in Classe dove è imberbe nimbato, alato con clamide, impugna con la destra il labaro in cui in greco è scritta per tre volte la parola santo (ΑΠΟC). Nel Tesoro di S. Marco in Venezia un prezioso bassorilievo in smalti e oro rappresenta l'arcangelo eretto nimbato ad ali spiegate con testa giovanile ad alto rilievo; impugna con la destra la spada e con la sinistra sostiene il globo (sec. X-XI); l'arcangelo è pure eretto e nimbato nella parte superiore della pala d'oro della stessa basilica (C. Diehl, Manuel d'art Byzantin, 2a ed., Parigi 1926, p. 727, fig. 356; p. 348, fig. 701).

Alla fine del sec. VI in S. Giovanni e Paolo fangheggia con s. Gabriele il Salvatore; è distinto con l'iscrizione S MIHAEL AR(Cangelus) (Willett, Mosaiken, tav. 243); così in S. Clemente presso l'antica tomba di s. Cirillo (Willett, Le pitture della basilica primitiva di s. Clemente, in Mélanges d'arch. et d'hist., 26 [1906], p. 260 sqg., tav. 11), nel grande affresco di Cristo in trono tra M., Gabriele e i papi Clemente I e Niccolò I (Willett, Mosaiken, p. 546 e tav. 242), in S. Angelo in formis presso Capua.

Nella chiesa dell'abbazia di St-Chef nel Delfinato un altare fu dedicato al Redentore, ai tre arcangeli M., Gabriele e Raffaele e a s. Giorgio, come attesta l'iscrizione ancora conservata della seconda metà del sec. XI, contemporanea agli affreschi che li rappresentano nell'abside.

Nel Museo del Louvre si conservano due bassorilievi con la stessa scena, l'uno del XII e l'altro del XIV sec. Un vessillo bizantino offre l'immagine di s. M. davanti alla quale è prostrato Manuel figlio di Eudossia (G. B. De Rossi, in Bull. d'arch. crist., 4a serie, 6 [1888-89], p. 82). A Costantinopoli nel sec. XIII si vedeva un gruppo in bronzo con Michele VIII Paleologo ai piedi dell'arcangelo. In Oriente lo si trova spessissimo durante l'alto medioevo quando la sua immagine comincerà anche ad apparire nell'arte carolingia ed ottoniana quale un guerriero nel-

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(fot. Gab. fot. naz.)
MICHELE, ARCANGELO = M. arcangelo trionfante incatena il Demonio. Dipinto di G. Reni - Roma, chiesa dei Cappuccini.

l'atto di abbattere il drago. E ancora quale combattere del drago appare nella porta del santuario di S. M. al Monte Gargano fusa a Costantinopoli nel 1076 per conto di Pantaleone da Amalfi e in quella di S. Zeno a Verona ca. il 1100. Le immagini di s. M. che atterra il drago furono frequenti in Francia. Un affresco della seconda metà del sec. XI lo rappresenta nella cattedrale di Puy; alla fine del sec. XI nel portico della chiesa di St-Sav-in-sur-Gartempe; più tardi nella chiesa di S. Martino a Vic (Indre) dell'inizio del sec. XII (P. Deschamps, La date des peintures de St-Sav-in-sur-Gartempe, in Comptes Rendus de l'Acad. des inscrip. et belles lettres, 1949, pp. 73-80). L'arte romanica e quindi quella del periodo gotico hanno lasciato numerose immagini dell'arcangelo M. Basti citare l'affresco di Cimabue nella basilica d'Assisi, la scultura di Giovanni pisano per il pulpito del duomo di Pisa, e le immagini nei portali della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, di Autun, di Amiens, di Bruges. Ma il tipo iconografico non venne a cambiare.

L'iconografia nell'introdurre s. M. nelle scene del Giudizio finale è stata ispirata specialmente da Thess. 4, 16; e da Apoc. 12, 7-9 per il vittorioso combattimento di M. contro il grande drago «serpens antiquus qui vo-catur diabolus et Satanas».

S. M. pesatore di anime e in contrasto con Satana appare in un capitello dell'inizio del sec. XII nel Museo di Tolosa, in un altro della chiesa di S. Eutropio a Saintes e in un terzo dell'abbazia di St-Pons; in un quarto in S. Nettario in Alvernia (E. Mâle, L'art religieux du XIIe siècle en France, 3a ed., Parigi 1928, p. 413). Nei sec. XIV e XVI tali rappresentazioni sono assai frequenti nell'arte italiana e in quella tedesca (statue ligne del Museo di Lubecca). Nel medioevo M. fu anche scelto quale patrono dei commercianti e dei farmacisti.

Tra le immagini più note e belle dell'arcangelo M. è da ricordare per il Rinascimento quella di Raffaele (Louvre) e per l'età barocca quella di Guido Reni (chiesa dei Cappuccini, Roma) e l'altra fusa nel bronzo da Werschaffelt al sommo del castel S. Angelo (Roma).

Bibl.: K. Künstle. Iconographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 247-49. Emilio Lavagnino

V. Folklore

Il santuario dell'arcangelo sul Gargano è tuttora metà di affollati pellegrinaggi, specialmente nei giorni delle due feste: 8 maggio e 29 sett. I pellegrini, organizzati in «compagnie» condotte da un «priore» laico o dal parroco, accorrono da tutta l'Italia centro-meridionale, compiendo lunghissimi percorsi a piedi, talora scalzi e con scarso cibo. La «compagnia» di Potenza, famosa per la sua intensa devozione, ha il privilegio di venire salutata, al suo arrivo, dal suono delle campane. Secondo un antichissimo uso, nel salire al Santuario i fedeli poggiano il piede o la mano aperta sugli scalini e ne incidono i precisi contorni segnando la data e le iniziali del nome e cognome, si che tutta la scalinata è coperta da questi contorni di piedi e di mani: ciò in ricordo dell'impronta del piede che, secondo la leggenda, s. M. lasciò nella sua apparizione ai Spontini vincitori dei Goti. Caratteristici sono anche i bastoni crociati con in cima ciuffi di foglie di pino (mazzareddi): in anni di fervore sono stati acquistati oltre 15.000 bastoni di pellegrino. I fedeli riportano anche, tra gli altri ricordi, delle statuette dell'Arcangelo in pietra garganica o in alabastro, fabbricate da artigiani locali detti appunto sanmeccalere. Lo spettacolo offerto dalla moltitudine dei fedeli vestiti con le loro caratteristiche fogge regionali a vivaci colori è dei più pittoreschi. Per infusso e sull'esempio del santuario del Gargano, si ebbe, in località che presentavano caratteri analoghi, la dedicazione al santo di cime di montagne, di grotte, cappelle e templi: solo nell'Abruzzo si contano 7 grotte di s. M.: famosa per il culto popolare quella nelle vicinanze di Civitella del Tronto.

Il contrasto fra s. M. e il demonio è un motivo che ispira molte rappresentazioni sacre popolari e popolareggianti dell'Ippinia e della Puglia. Anche nella Campania, ove si racconta di un'apparizione dell'Arcangelo nel cielo di Napoli, si hanno in suo onore manifestazioni di carattere spettacolare: ad Arzano si recita il dramma popolare in prosa; a Ottaiano, l'8 maggio, in piazza, si svolge il tradizionale volo degli angeli, che richiama gran folla anche dei comuni vesuviani. Nella tradizione popolare siciliana s. M. è quanto di più bello per abitanza di persona e nobiltà di forme si possa immaginare, onde si dice: «è un s. Micheli arcanculo». Calantissetta lo venera come suo principale protettore e narra di una sua apparizione che salvò la città dalla peste. Numerose le preghiere popolari d'invocazione al Santo per ottenere la liberazione dai mali terreni e la salvezza dell'anima. Corre anche tra il volgo un'apocrifia orazione di s. M. con carattere superstizioso e perciò condannata dalla Chiesa (Appendice all'Indice dei libri proibiti di Clemente XI). Di carattere devoto è invece una Istoria bellissima dove si tratta di quando l'arcangelo M. disaccostò Luttero, diffusa attraverso stampe popolari del primo Ottocento. — Vedi tav. LXII.

Bibl.: G. Pitrè. Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 386-92; F. Lanzoni. La prima introduzione del cristianesimo e dell'episcopato in Puglia, in Apulia, 2 (1911), p. 42; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell'Abruzzo, I, Sulmona e dal 1878, p. 84-87; I. P. 17; A. D'Amato, La lotta dell'Angelo e del diavolo nella tradizione popolare irpina, Avellino 1933; G. Giannini, La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, I, Udine 1935, pp. 347-50; G. Tancredi, Folklore garganico, Manfredonia 1940, pp. 32-41 e 54 (con ill.). Paolo Toschi