MONOGRAMMA - I. In risulta dall'intreccio di tutte le lettere componenti in genere una parola, o soltanto delle iniziali o delle consonanti che la costituiscono; per lo più viene usato per i nomi propri. Non vi è una norma costante per la lettura dei rimedi; infatti Nicomaco Flaviano asserì che il m. inciso nel suo anello e di cui si serviva per sigillare le sue lettere «magis intelligi quam legi promptum est» (Ep., II, 12). Ha origini remote: se ne ritrovano esempi in Grecia, sulle monete di varie città; a Roma, sotto la Repubblica e l'Impero.
I. Archeologia
Per il m. dei due nomi INCOGYPTICO (Gesù Cristo) si ha un bell'esempio nel cimitero «inter duas lauros» dove su una lastra marmorea si legge greco l'augurio rivolto ad un EZOTIPEPANTIC ZHCEC EN ΘΕΩΙ Κι coiε «o Esuperanzio che tu possa vivere in Dio Gesù Cristo» (G. Wilpert, Beiträge zur christlichen Archäologie, Roma 1908, p. 91). In alcuni casi la lettera iniziale è più grande e tutte intorno sono disposte le altre componenti il nome, come, p. es., nell'iscrizione del cimitero di Callisto di un MOAETOC (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1867, tav. 43, n. 44), in quella di un KH(N)COPEINOC nello stesso cimitero (op. cit., tav. 43, n. 43) o in Domitilla dove il De Rossi propose di leggere EAAAC II KAI AEYKAΔIA (cf. Bull. arch. crist., 2a serie, 6 [1875], p. 61 e tav. 5, 1) nel m. di una Flavilla (loc. cit., tav. 5, 2) in Pretestato per il nome ATAIIH (G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia, Roma 1910, p. 38, fig. 21), nel m. di Giovanni 11 (533-35), nei plutei in S. Clemente a Roma (cf. G. B. De Rossi, Scoperta di un insigne speleo mitriaco sotto l'antica basilica di S. Clemente, in Bull. arch. crist., 2a serie, 1 [1870], tavv. x-xI, n. 4). Sempre il De Rossi illustrò i m. dei vescovi Pietro, Neone e Giuliano esistenti in pulvini di capitelli nelle chiese di S. Agata e di S. Vitale in Ravenna, del vescovo Vincenzo in un capitello della chiesa di S. Giovanni Maggiore in Napoli, del vescovo Eufrasio a Parenzo (La basilica di S. Giovanni Maggiore a Napoli e i nomi dei vescovi incisi sui capitelli nelle chiese di Italia, d'Africa e di Oriente, in Bull. arch. crist., 3a serie, 5 [1880], p. 160 sgg.). Enrico JosiII. Diplomatica
Nel medioevo fu assai frequente l'uso degli anelli sigillari monogrammati, di cui ci si servì in luogo delle sottoscrizioni autografe. Ne fa menzione, ad es., una lettera di s. Avito, verso il 520. Restano numerosi anelli monogrammati di dignitari ecclesiastici o laici e di privati, impiegati come sigilli, ed altri con m. aventi semplice scopo ornamentale, oppure formanti il nome del proprietaio, od una invocazione religiosa.In diplomatica il m. è un segno composto da una croce oppure da una lettera maiuscola grande, cui se ne allacciano altre piccole, a modo di nesso; viene posto alla fine del testo dei diplomi, in luogo della sottoscrizione del re. Il m. comprende dapprima le lettere costituenti il nome del sovrano, e più tardi anche quelle dei suoi titoli e domini. Nei diplomi dei Merovingi, dove appare saltuariamente, sostituisce la segnatura del monarca specialmente se questi, per la minore età, non può scrivere; con Carlomagno incomincia ad essere usato sistematicamente. Il m. di lui è disposto a croce, quelli di altri sovrani si imperniano sulla iniziale del nome.
Si distinguono nei m. le lettere vere e proprie dai tratti di collegamento: le prime, e parte dei tratti, sono scritti dall'ufficiale della cancelleria, mentre uno o più tratti, scritti con diverso inchiostro, si ritengono segni autografi del re. Le formole dichiarano esplicitamente l'intervento del sovrano, che in tal modo partecipai a compimento del diploma, ma non si è certi che ciò sia sempre avvenuto. I m. con qualche segno accertato del monarca si dicono «m. firmati». Nel diploma il m. è accompagnato generalmente da una manu. N. gloriosissimi regis, o simile. Sotto Sigismondo e Federico III il segno fu eseguito, sembra, con una stampiglia; al tempo di Carlo IV andò in disuso, perché i sovrani incho

Monogramma - Il m. risulta dall'intreccio di tutte le lettere componenti in genere una parola, o soltanto delle iniziali o delle consonanti che la costituiscono; per lo più viene usato per i nomi propri. Non vi è una norma costante per la lettura dei rimedi; infatti Nicomaco Flaviano asserì che il m. inciso nel suo anello e di cui si serviva per sigillare le sue lettere «magis intelligi quam legi promptum est» (Ep., II, 12). Ha origini remote: se ne ritrovano esempi in Grecia, sulle monete di varie città; a Roma, sotto la Repubblica e l'Impero.
I. Archeologia
Per il m. dei due nomi INCOGYPTICO (Gesù Cristo) si ha un bell'esempio nel cimitero «inter duas lauros» dove su una lastra marmorea si legge greco l'augurio rivolto ad un EZOTIPEPANTIC ZHCEC EN ΘΕΩΙ Κι coiε «o Esuperanzio che tu possa vivere in Dio Gesù Cristo» (G. Wilpert, Beiträge zur christlichen Archäologie, Roma 1908, p. 91). In alcuni casi la lettera iniziale è più grande e tutte intorno sono disposte le altre componenti il nome, come, p. es., nell'iscrizione del cimitero di Callisto di un MOAETOC (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1867, tav. 43, n. 44), in quella di un KH(N)COPEINOC nello stesso cimitero (op. cit., tav. 43, n. 43) o in Domitilla dove il De Rossi propose di leggere EAAAC II KAI AEYKAΔIA (cf. Bull. arch. crist., 2a serie, 6 [1875], p. 61 e tav. 5, 1) nel m. di una Flavilla (loc. cit., tav. 5, 2) in Pretestato per il nome ATAIIH (G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia, Roma 1910, p. 38, fig. 21), nel m. di Giovanni 11 (533-35), nei plutei in S. Clemente a Roma (cf. G. B. De Rossi, Scoperta di un insigne speleo mitriaco sotto l'antica basilica di S. Clemente, in Bull. arch. crist., 2a serie, 1 [1870], tavv. x-xI, n. 4). Sempre il De Rossi illustrò i m. dei vescovi Pietro, Neone e Giuliano esistenti in pulvini di capitelli nelle chiese di S. Agata e di S. Vitale in Ravenna, del vescovo Vincenzo in un capitello della chiesa di S. Giovanni Maggiore in Napoli, del vescovo Eufrasio a Parenzo (La basilica di S. Giovanni Maggiore a Napoli e i nomi dei vescovi incisi sui capitelli nelle chiese di Italia, d'Africa e di Oriente, in Bull. arch. crist., 3a serie, 5 [1880], p. 160 sgg.). Enrico JosiII. Diplomatica
Nel medioevo fu assai frequente l'uso degli anelli sigillari monogrammati, di cui ci si servì in luogo delle sottoscrizioni autografe. Ne fa menzione, ad es., una lettera di s. Avito, verso il 520. Restano numerosi anelli monogrammati di dignitari ecclesiastici o laici e di privati, impiegati come sigilli, ed altri con m. aventi semplice scopo ornamentale, oppure formanti il nome del proprietaio, od una invocazione religiosa.In diplomatica il m. è un segno composto da una croce oppure da una lettera maiuscola grande, cui se ne allacciano altre piccole, a modo di nesso; viene posto alla fine del testo dei diplomi, in luogo della sottoscrizione del re. Il m. comprende dapprima le lettere costituenti il nome del sovrano, e più tardi anche quelle dei suoi titoli e domini. Nei diplomi dei Merovingi, dove appare saltuariamente, sostituisce la segnatura del monarca specialmente se questi, per la minore età, non può scrivere; con Carlomagno incomincia ad essere usato sistematicamente. Il m. di lui è disposto a croce, quelli di altri sovrani si imperniano sulla iniziale del nome.
Si distinguono nei m. le lettere vere e proprie dai tratti di collegamento: le prime, e parte dei tratti, sono scritti dall'ufficiale della cancelleria, mentre uno o più tratti, scritti con diverso inchiostro, si ritengono segni autografi del re. Le formole dichiarano esplicitamente l'intervento del sovrano, che in tal modo partecipai a compimento del diploma, ma non si è certi che ciò sia sempre avvenuto. I m. con qualche segno accertato del monarca si dicono «m. firmati». Nel diploma il m. è accompagnato generalmente da una manu. N. gloriosissimi regis, o simile. Sotto Sigismondo e Federico III il segno fu eseguito, sembra, con una stampiglia; al tempo di Carlo IV andò in disuso, perché i sovrani incho
minciarono ad ap-
porre ai diplomi la
sottoscrizione auto-
grafa. Imitando i di-
plomi imperiali rea-
li, alcuni grandi feu-
dati e qualche ve-
scovo adottarono m.,
ora a forma di croce,
ora come nesso di
lettere. Ai m. si ispi-
rano anche, più tardi,
molti notai nel com-
porre i propri segni
di tabellionato.
Si chiama pure
m. il segno di ma-
nuprorina, o signum
speciale, composto
delle lettere M, P, R,
distinte in nesso; appare per la prima volta nei diplomi di
Enrico III (1042) e finisce con Enrico V (ca. 1125). In fine un
segno monogrammatico appare nelle bolle pontificie a metà
del sec. XI: Bene valete (v.) si contrae a po-
co a poco, fino a formare il noto m. - Vedi tav. LXXXIX.