NABUCHODONOSOR II. - Secondo re neobabilonese (babil. 'Nabū-kudurri-uṣur = « Nabū protegga il figlio erede »; ebr. Nēbhūkhadhre'sar, forma più antica e genuina di Nēbhūkhadhnešar), nel cui Regno (605-562) l'Impero neobabilonese raggiunse l'apogeo. Figlio primogenito di Nabopalassar, che dovette lottare durante tutta la sua vita per fondare l'Impero, già nel 614, quando Nabopalassar e Ciassare s'incontrarono sulle rovine della città di Aššur, era stato destinato al trono: suo padre strinse un'alleanza più intima con la Media, e N. ricevette in sposa Amýhia, figlia di Ciassare, avvenimento importante per la politica estera del suo Regno. Le sue capacità si mostrarono dopo la caduta di Ninive (612). Nelle guerre contro l'Assiria, che si era alleata con il faraone Nechao, N. ricevette il comando delle truppe. Specialmente a Carcamis, battaglia decisiva per la storia di un secolo, N. si mostrò geniale statega.
Nonostante la resistenza eroica (negli scavi di Carcamis si è potuto accertare che i difensori della città combatterono fin che il fuoco non li bruciò vivi), N. sconfisse il Faraone e lo incalzò finché, già arrivato alle porte dell'Egitto, gli venne la notizia che suo padre era morto a Babilonia. Allora affidò ad un amico esercito e bottino ed al più presto, per il deserto della Siria, raggiunse Babilonia. Arrivato alla tomba del padre, sepolto nel palazzo, dopo ca. 15 giorni di viaggio, il trionfatore del Faraone non ebbe difficoltà ad assicurarsi il trono; salito sul quale divenne il più grande personaggio del suo tempo, come comandante di truppe, abilissimo uomo di Stato, costruttore ed architetto, così da fare della sua Babilonia la più splendida città mai esistita.
Se però le fonti cuneiformi sono eloquentissime sulla sua attività edilizia, sono silenziosi circa la sua politica estera e le sue guerre, come del resto su Hammurabi, da N. imitato di proposito. Rimangono solo un'iscrizione con le indicazioni tradizionali e generiche di avere attraversato montagne lontane e difficili, dal Mare Superiore (= Mediterraneo) al Mare Inferiore (= Golfo Persico), di avere annientato i ribelli, di aver fatto prigionieri i nemici e di avere apportato immensi bottini alla sua città di Babilonia, innanzi al signore Marduk; inoltre l'iscrizione del Wādī Brissah nel Libano (riferisce che cacciò da quella montagna, la « foresta di Marduk », un nemico che ne rubava le ricchezze, e che spaccando rocce costruì

una via per far slittare gli alti tronchi dei cedri), ed un'altra mutilata della fine del Regno.
Dalla Bibbia si hanno più informazioni, ma bisogna in qualche caso badare al genere letterario dei passi biblici, che si volessero usare quale testimonianza storica. Così, secondo Dan. 1, 1, è molto probabile che N., inseguendo gli Egiziani nel 605, sia entrato in Gerusalemme ed abbia saccheggiato il Tempio prendendo qualche ostaggio. Il re Ioakim, posto sul trono dal Faraone, secondo II Reg. 24, 1-7, si sottomise e divenne vassallo di N. per tre anni. Quindi si ribellò, fidandosi piuttosto dei suoi indovini e falsi profeti che di Geremia. N. lo molestò dapprima con razzie, che fece fare dai popoli vicini, ma infine mosse l'esercito e lo chiuse d'assedio in Gerusalemme (597). Ioakim morì durante l'assedio e sul figlio Ioachin cadde il castigo: la città venne presa, i nobili, i militari, gli uomini di mestiere, il tesoro e parte dei vasi sacri del Tempio furono deportati in Babilonia. Anche Ioachin andò prigioniero in Babilonia, dove N. provvide al suo mantenimento (sono rimasti «biglietti») di consegna di olio ecc. fornito a Ioachin, in scrittura cuneiforme). N. costituì nuovo re Matthania, EZECHIA (v.), e questi nei primi anni restò fedele a N. Allora l'Egitto, Ephree (v.), sobillò i popoli circconvicini e riuscì a formare una coalizione contro N. Aderirono Moab, Ammon e la potenza navale di Tiro, tutti desiderosi di libertà e fiduciosi nelle promesse dell'Egitto. Contro tutti gli ammonimenti del profeta Geremia, a Gerusalemme vinse il partito egiziano, e Sedecia prese parte alla congiura. N. accorse con il suo esercito e pose il quartier generale a Rebla. Le sue truppe riconquistarono il Libano, ad eccezione di Tiro insulare, che resistette per ben 13 anni, invasero la Giudea prendendo fortezza dopo fortezza (come è ben illustrato anche dagli ostraca di Lachis), e assediarono Gerusalemme per più di un anno. Ephree pure si mosse e venne a Gaza, ma, andandogli incontro l'esercito di N., s'avvide che non era il caso di osare battaglia e si ritirò dietro il
Delta. I Babilonesi ritornarono a Gerusalemme e presero la città sempre ribelle; un mese dopo il «capo cocchiere» (Jer. 39, 3. 13), in realtà capo della guardia del corpo, Nabuzardan (v.) la distrusse. Soltanto Tiro resistette ancora, ma finalmente Ethbaal si sottomise, riconoscendo la sovranità di N., e con ciò il commercio marittimo riprese. Una tavoletta cuneiforme miseramente mutilata, come si è accennato, riferisce per l'a. 567 un'altra spedizione contro l'Egitto, ma se e fino a qual punto N. entrò in Egitto non si può stabilire.
MEDINA (v.), N. non ebbe da combattere all'est e al nord del suo Impero. Sembra che le sue relazioni con la Media, la quale anche durante il suo tempo possedeva l'armata più formidabile, furono sempre di buon vicinato. N. però s'accorse del pericolo e perciò terminò le mura interne ed esterne della città di Babilonia, costruì Imgur-Bël e Nimitti-Bël, fortificando inoltre l'ultima con una palude artificiale. Ma un sistema difensivo più monumentale (il «muro medico» ammirato dai Greci) fu costruito più a nord, dove fra Opis e Sippar il Tigri e l'Eufrate s'avvicinavano a 30 km., incorporando canali, paludi, dighe e mura. Nella guerra della Media con la Lidia, fra il 590 e il 585, l'incaricato di N., Neriglassar (v.), suo genero e secondo successore, seppe indurre le due parti ad una pace di compromesso che stabilì la frontiera sul Halys.
La politica estera di N. diede un grande sviluppo al commercio; e la città di Babilonia, abitata da ca. 200.000 anime, diventò il centro commerciale del mondo. Si può supporre che N. s'imponesse anche all'Arabia, almeno per il controllo di qualche strada di carovane. Così arricchì il suo paese, e tale posizione vantaggiosa gli permise di abbellirlo in maniera incredibile, così che non si può scavare un sito di qualche importanza nella Mesopotamia meridionale senza che vengano alla luce mattoni con la sua iscrizione, veri mattoni bruciati nel fuoco, non più dissecati all'aria.
Splendido era soprattutto il palazzo di N., scavato da R. Koldewey, un'area nel «rione» di «Porta di Dio», insieme con le fortificazioni di m. 500 per 400, tra la strada processionale di Aiburšābum, il muro Imgur-Bël, l'Eufrate ed il canale Libil-ḫegalla. Era diviso in due parti, il «castello del sud», già abitato da Nabopelassar, ma di nuovo ricostruito su fondamenta più forti, ed il «castello principale», costruito intorno ad un cortile di m. 60 per 55 (il principale, poiché ve n'erano 4 altri), le cui pareti, su fondo blu, erano ornate di palme in emalto. A sud di questo cortile era la sala del trono; questo palazzo aveva i nomi markas nīlī o markas māti cioè «vincolo degli uomini» o «vincolo della terra». La parte nord-est del castello principale, di fronte al tempio di Ē-maḥ e verso la meravigliosa porta di Ištar, serviva da magazzino e sulla sua terrazza si trovavano i giardini pensili, costruiti secondo Beroso per la regina Amýhia, onde ricordarle le belle montagne del suo paese d'origine. Immediatamente oltre le mura Imgur-Bël, nell'angolo tra la strada di Ištar (anch'essa processionale, parte di Aiburšābum) e l'Eufrate, costruì il cosiddetto «castello del nord», racchiudendo tra l'altro un vero museo di monumenti presi nelle guerre (il bīt tabrāt nīlīm «casa delle meraviglie della gente» si potrebbe riferire ad esso). All'entrata stavano colossali leoni di basalto. Le mura erano coperte di pasta blu e con pitture.
La strada di processione del dio Marduk era un'altra meraviglia, e più ancora la porta di Ištar, larga m. 23, lastricata di grandi pietre calcaree, cinta da ambedue le parti con mura di m. 7 di spessore, adornate con leoni, tori, mūlūšī sacri di Marduk. Più a nord, dove le mura esteriori di Nimitti-Bël giungevano all'Eufrate N. costruì, (pare per villeggiatura nell'estate), un altro castello. Egli inoltre rinnovò o scavò di nuovo molti canali, e specialmente rivestì le loro rive con pareti di mattoni.
Più ancora delle costruzioni profane, a N., uomo di sincera devozione agli dèi di Babilonia, furono a cuore gli edifici sacri. Ricostruendo ed abbellendo i templi, N. entrò nelle grazie dei sacerdoti e risolse un problema di politica interna attuale durante l'epoca neobabilonese.
C'era prima di tutto Esagila, il tempio del suo si-
gnore, del dio nazionale, del re degli dèi Marduk, « la casa dell'inalzamento della testa », un rettangolo di m. 79,50 per 85,50, con quattro magnifiche porte (le porte erano di grande importanza nell'architettura). Intorno ad un cortile di m. 31,30 per 37,50 v'erano le « cappelle » meravigliose, costruite di marmi ed adornate di lapialazzuli, sfavillanti d'oro : l'È-kua con la grande statua di Marduk sedente, tavola, sedia e sgabello tutto d'oro; il Kā-hili-sud dimora di Šarpanitu, divina consorte di Marduk; l'È-zida, abitazione di Nabû; e finalmente il du-kh, dove a capodanno, nei giorni 8 e 11, Marduk riceveva in udienza tutti gli dèi, che stavano riverentemente inchinati dinanzi a lui, e dove questa assemblea sacra fissava i destini del cielo e della terra. Pur essendo « zelatore » di Esagila, tempio principale dell'Impero, N. non dimenticò l'Etemenauki, la « casa delle fondamenta del cielo e della terra » nel suo vasto recinto : un edificio colossale quadrato di m. 91,50, costituito da sette gradini sovrapposti e sempre più ristretti, fino a raggiungere m. 90 di altezza. Esso fu ricostruito da N.; appartiene ad un tipo di costruzioni note in Babilonia da tempo immemorabile, così da essere il fondamento storico della pericope di Gen. 11, 1-11 (v. BABELE, Torre di). Furono oggetto delle cure premurose di N. quasi tutti i templi, non solo a Babilonia, ma anche a Borsippa, Kuta, Sippar, Akkad, Kif, Dilbad, Larsa, Ur, Uruk ed altre città. Egli li ricostruì ed abbellì; e lì dotò di entrate magnifiche, specificando nelle sue iscrizioni minuziosamente gli abiti, le pecore, il grano e tutto il necessario per i loro culti.
N. rinnovò lo splendore di Babilonia, sorpassando tutte le epoche precedenti; ma non riuscì a rimediare a due cause di rovina : all'interno, l'eccessiva influenza politica dei sacerdoti, specialmente di quelli di Marduk; all'esterno il fatto che i Medi, militarmente, rimanevano più potenti. I Babilonesi, popolo di ricchi e lussuosi mercanti, non possedevano la forza fisica dei Medi, pastori delle montagne. L'esercito di Babilonia ai suoi tempi era composto in maggioranza da mercenari, anche greci. Così, a solo sei anni dalla morte di N., Nabonide (v.) ereditò non più solamente lo splendore, ma il grave problema di un tale Impero, per finire poi disastrosamente dinanzi alla potenza iranica manovrata dal genio di Ciro.
ARCHEOLOGIA. - In due pitture cimiteriali i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaei sono davanti al re N., mostrando con i loro gesti di adorare la statua d'oro con effigie reale. Il primo esempio è nel cubicolo del martire Crescenzione in Priscilla (Wilpert, Pitture, p. 333 e tav. 123, 1); il secondo, veduto dal Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 279), è tornato di recente in luce nel cosiddetto cimitero dei SS. Marco e Marcellino sulla Via Appia (L. De Bruyne, Arosolia con pitture recentemente ritrovato nel cimitero dei SS. Marco e Marcellino, in Riv. di arch. crist., 26 [1950], pp. 211-14, fig. 7). Molto più numerosi gli esempi nei sarcofagi nei quali N. in abito imperiale è assiso con scettro e diadema e fa il gesto di ordinare l'adorazione; talvolta è accompagnato da un militare (Wilpert, Saroofagi, pp. 261-63, tavv. 129, 2; 176, 189, 195, 4; 199, 3; 200, 2 e 3). La scena è rozzamente effigiata anche in una rozza lampada cristiana rinvenuta a Cartagine, ora nel Museo Lavigérie (A. Toulotte, Le roi Nabuchodonosor sur les monuments
africains, in Nuovo Bull. di arch. crist., 7 [1900], pp. 113-19).
Per il significato dato da Origene a N., V. Ene. Catt., V, col. 1020, dove è riprodotta anche la scena dipinta nel cubicolo del martire Crescenzione in Priscilla. S. Agostino però mise in rilievo che, al contrario di altri persecutori, N. « divino correctus miraculo, piam et laudabilem legem pro veritate constituit » (ep. 185: PL 33, 796). Enrico Josi