BABELE, TORRE di. « Costruzione eretta a Babilonia (Babel) a scopo politico-religioso, e rimasta incompiuta (Gen. 11, 1-9). Il frazionamento dell'umanità in popoli discordi deriva da un « peccato originale » collettivo (cf. Ps. 2, 4): è un castigo di Jahweh, perché l'unione degli uomini fomentava la superba rivolta a Dio. Gli abitanti di Sennaar (Babilonide) stabilirono di fabbricare, in mattoni e asfalto, una città dominata da una torre « la cui cima raggiunga il cielo; ci faremo così un monumento (šēm, come in II Sam. 8, 13) e rimarremo uniti ». Le tribù volevano costruire una torre di un tempio « altissima » (ciò significa « fino al cielo » in sumero e in accadico), per simboleggiare l'unità del loro regno pagano. Indignato da tale orgoglio titanico (cf. Is. 14, 13-15), Dio (Jahweh in tutto il passo, che a torto O. Happel, dopo H. Gunkel, vuol dividere in due documenti: J¹ e J²) confonde le lingue, cioè il comune accordo nel pensare, dei costruttori, che, abbandonata l'impresa ambiziosa, si disperdono per il mondo. Il nome Babel evoca « confusione », secondo l'etimologia popolare (bal-bēl dal verbo bālal; ma in realtà è Bāb-ili: « porta del dio », come conferma il nome sumero Ka-dingir-ra³⁴).
L'evento biblico deve collocarsi o nel periodo neolitico (A. Bea, in Verbum Domini, 18 [1938], p. 15), o, come suggerirebbe l'uso dei mattoni, nel calcolitico. Gli idiomi erano forse allora già differenziati (Gen. 10, 5. 20. 31); certo le lingue si sono ramificate con il lento formarsi dei popoli, come già notava s. Gregorio Nisseno (Adv. Eunom., XII: PG 45, 996 sg.). Secondo J. Chaine (p. 68), il racconto biblico sarebbe « una risposta del folklore ebraico alla questione dell'origine delle lingue ».
Non si è trovata allusione, finora, a questo o simile racconto nei documenti cuneiformi. Il testo di Alessandro Polistore (80-40 a. C.) in Eusebio (Chron., I, 4: PG 19, 123; Praep. Evang., IX, 14: PG 21, 701) dipende dalla Sibilla giudaica (III, 97 sgg.), cioè da una leggenda haggadica. Negli scarsi accenni contenuti nelle tradizioni primitive dei popoli (India, Persia, Grecia), il tentativo di raggiungere il cielo con una costruzione e la confusione delle lingue non si presentano con un nesso di causalità; le leggende in merito dell'America Centrale e della Corea sono dovute a influssi cristiani (P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 201). Il mito greco della costruzione dei Titani ribelli al cielo (Virgilio, Georg., I, 281) è adattato alla t. di B. da Dante (Inf., XXXI, 77 sg.; De Vulg. Eloq., I, 7-8), che adduce come autore sempre Nemrod (« Nembrōt »: Purg., XII, 34-36; Par., XXVI, 124-26). « Torre di Nembrotto » la chiama P. Della Valle.
La t. di B. biblica adottava forse quella che poi sarà la solita forma della zig-qurrut o torre a piani babilonese, simile a piramide a piani rientranti collegati all'esterno da un piano inclinato o da scale, che simboleggiava la « montagna del mondo ». Le antichissime torri di Ur e di Uruk (Enoch) avevano tre piani; quelle del tempio di Nabū a Borsippa (oggi Birs-Nimrūd, « Torre di Nemrod ») e del palazzo di Sargon a Khorsabad sette piani; al fastigio vi era la « cella » della divinità e una specola astronomica. Erano insieme templi e fortezze, costruite in mattoni. Una tradizione (già nel Talmūd bab., Sanhedrin, 109) identificava la torre di B. con le gigantesche rovine di Birs-Nimrūd (oggi ancora alte 46 m.), visitate da Beniamino da Tudela (sec. XII) e, il 23 nov. 1616, da Pietro Della Valle (Viaggio in levante, ed. L. Bianconi, Firenze 1942, pp. 308-313): così R. Ker Porter (1820), J. Oppert, A. H. Sayce, F. Vigouroux, Erd. Delitzsch, H. L. Strack, E. König, C. H. Kraeling, J. P. Peters. L'edificio di Borsippa (che è a ca. 15 km. a sud-ovest di Babel) è l'Ē-ur-imin-an-ki « casa dei 7 pianeti del cielo e della terra » dedicato al dio Nabū e ricostruito da Nabuchodonosor II (605-562).

BABELE, TORRE di - Ricostruzione della torre di B.
Oggi è ben nota la « t. di B. » messa in luce da R. Koldewey, e illustrata da B. Meissner, H. Gressmann, Th. Dombart, G. Martiny, H. Vincent. Nel recinto sacro di Babilonia, a nord del grandioso (quadrilatero di m. 409 x m. 400) tempio di Marduk (Bel) detto Ē-sag-ila (« casa della testa eretta »), si innalzava l'alta torre Ē-temen-an-ki (« casa del fondamento del cielo e della terra ») a 5 piani con sopra una terrazza nel cui centro si ergeva il santuario. La torre esisteva già nel II millennio a. C. Il re Nabopolassar (sec. VII a. C.) dichiara di « aver ricevuto ordine da Marduk di ricostruirla... fissando il suo fondamento fino al cuore dell'Arallū e portandone la vetta fino al cielo »; suo figlio Nabuchodonosor la portò al fastigio. Di questa meravigliosa torre, descritta da Erodoto (I, 181; cf. Diodoro, II, 9; Strabone, XVI, 1, 5) e, con accurata indicazione delle misure, dalla tavoletta di Anu-bēl-šunu (sec. III a. C.), la base quadrata misurava ca. m. 95 di lato e l'altezza raggiungeva ca. m. 90 e forse 100 m., K. Galling, Biblisches Reallexikon, Tubinga 1937, coll. 73-75; H. Vincent, p. 408); se ne vedono le rovine al punto chiamato 'Amrān ibn 'Alī.
Ma la Bibbia parla di una costruzione più antica, di cui nulla rimane; così, dopo J. Nikel, H. Zschokke-J. Döller, pensano gli esegeti più aggiornati. I « critici » vedono in Gen. 11, 1-9 una mera leggenda di carattere etiologico (H. Gunkel, in Die Religion in Gesch. u. Gegenwart, V, Tubinga 1931, col. 1325 sg.).