TALMUD (TALMŪDH «STUDIO»)

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TALMUD (talmūdh «studio»). - Grande corpus delle tradizioni rabbiniche, costituito dallo sviluppo che subì la Mišnāh (v.) nei secoli successivi. La maggioranza dei trattati mišnici vengono sviluppati nella discussione, detta gēmārā, AMORE (v.), che nelle sedute periodiche delle accademie talmudiche discutevano i vari testi giuridici.

Le accademie talmudiche erano dette jētībhōth (jētībhāh in origine significativa il «seggio» del maestro). In Palestina la più famosa aveva sede a Jamnia (Jabneh) ed esisteva già molto prima del 70 d. C.; le accademie palestinesi cessarono di esistere verso il 740. Nella Babilonide le scuole più famose erano Sūrā e Pumbēdītā; ne facevano parte studenti regolari, mantenuti spesso dal capo dell’Accademia, che riceveva offerte a questo scopo. Settanta studiosi costituivano il «Grande Sinedrio»; dietro ad essi prendevano posto altri trenta studiosi, che costituivano il «Piccolo Sinedrio». Di volta in volta si proponevano soggetti di discussione e il presidente controllava mediante un colloquio se gli studenti avevano preparato il testo allo studio. Si discutevano anche argomenti precettistici di attualità e la soluzione definitiva veniva scritta. Un mese speciale era dedicato a questi provenienti dall’estero. Il T. potrebbe definirsi il verbale delle sedute delle accademie.

Si hanno due redazioni del T.: il T. jērūšalmī, antimamente detto T. ‘ēres Jīrā’ēl, redatto in Palestina verso il 425; il T. babhīl, redatto in Babilonide nel sec. v.; quest’ultimo fu sottoposto nei saborei (v.). Il periodo talmudico si considera chiuso fra il sec. vi e il VII; l’attività precettistica fu continuata dai «decisori» (v.). I dottori del T. traggono le loro deduzioni in materia precettistica servendosi di regole ermeneutiche sui generis, dette middōth, con cui cercano di collegare, spesso facendo violenza al testo, le loro deduzioni al testo biblico. Il numero delle middōth varia secondo le epoche; esse sono legate ai nomi di tre dottori: Hillel (v.), che stabilisce 7 regole. R. Jīsmā’ēl (sec. II), che ne stabilisce 13,

Delle sue opere sono da ricordare: Institutiones logicae et metaphysicae (2 voll., Roma 1778-79), corso completo di filosofia, usato come testo in tutte le scuole dell'Ordine; Physica generalis (ivi 1780); De divinitate religionis christianae (ivi 1879); Origine e prerogative dei cardinali (2 voll., ivi 1790). Confutò le opere di M. Necker (sulla morale e religione), del Robaud (sull'indifferenza religiosa), dell'ab. Nicola Spedalieri (Lettere sull'opera dei diritti dell'uomo [saggi in G. Cimbaldi, L'anti-Spedalieri, Torino 1909, pp. 163-95]). Scrisse inoltre vari opuscoli sotto lo pseudonimo di Giuseppe Dottor Sigrandi. Coltivò anche le scienze fisiche e matematiche ed era laureato in medicina.

BIBL.: Sbaralea, III, p. 263; D. Sparacio, Frammenti bibl. di scritti. min. conv., Assisi 1931, pp. 186-88; N. Papini, Minoritae Convent. Lectores, in Miscell. Franc., 33 (1933), pp. 256-57.