BĀBAJ bar NĒSĪBNĀJĒ. - Monaco nestoriano del sec. VI, denominato anche il Piccolo, per distinguerlo da Bābaj il Grande, con il quale ebbe gravi divergenze. N. in Nisibi e all'età di 22 anni vestì l'abito monastico sotto la direzione di Abramo di Kaškar: alla morte di questo (588), B. andò a rinchiudersi in una grotta nella montagna di Adiabene (o Hazzah) e dopo molti anni fece ritorno sul monte Izlā ove

sulle rovine dell'antico monastero di Mār Samuele ne eresse uno nuovo che portò il suo nome. Sopravvisse 31 anni a questa fondazione e morì a 75 anni e mezzo non prima del 630.
Scrisse sermoni metrici (mēmēr) sulla penitenza, e laudi per le domeniche dopo l'Epifania, per il digiuno dei Niniviti e per quello quaresimale, che figurano in vari manoscritti a Mossul, a Cambridge, a Parigi e Berlino. Le laudi per le domeniche sono stampate in The Book of Governors di Bugde (II, Londra 1893, p. 300), nel Breviario caldeo in Kētabā daqdam wa dēbātar (Urmia 1901). In questi ultimi due sono stampati anche i testi quaresimali. Presso J. A. Maclean, East Syr. Office (Londra 1894) e in Theologische Quartalschrift, 48, p. 193 sg. vi è la traduzione di molte laudi. Altre opere tra quelle attribuite a B. da 'Abdīšō' (G. S. Assemani, Bibl. Orient., III, III, Roma 1725, p. 181) sono perdute.
Pietro Sfair
BABELE, TORRE di. « Costruzione eretta a Babilonia (Babel) a scopo politico-religioso, e rimasta incompiuta (Gen. 11, 1-9). Il frazionamento dell'umanità in popoli discordi deriva da un « peccato originale » collettivo (cf. Ps. 2, 4): è un castigo di Jahweh, perché l'unione degli uomini fomentava la superba rivolta a Dio. Gli abitanti di Sennaar (Babilonide) stabilirono di fabbricare, in mattoni e asfalto, una città dominata da una torre « la cui cima raggiunga il cielo; ci faremo così un monumento (šēm, come in II Sam. 8, 13) e rimarremo uniti ». Le tribù volevano costruire una torre di un tempio « altissima » (ciò significa « fino al cielo » in sumero e in accadico), per simboleggiare l'unità del loro regno pagano. Indignato da tale orgoglio titanico (cf. Is. 14, 13-15), Dio (Jahweh in tutto il passo, che a torto O. Happel, dopo H. Gunkel, vuol dividere in due documenti: J¹ e J²) confonde le lingue, cioè il comune accordo nel pensare, dei costruttori, che, abbandonata l'impresa ambiziosa, si disperdono per il mondo. Il nome Babel evoca « confusione », secondo l'etimologia popolare (bal-bēl dal verbo bālal; ma in realtà è Bāb-ili: « porta del dio », come conferma il nome sumero Ka-dingir-ra³⁴).
L'evento biblico deve collocarsi o nel periodo neolitico (A. Bea, in Verbum Domini, 18 [1938], p. 15), o, come suggerirebbe l'uso dei mattoni, nel calcolitico. Gli idiomi erano forse allora già differenziati (Gen. 10, 5. 20. 31); certo le lingue si sono ramificate con il lento formarsi dei popoli, come già notava s. Gregorio Nisseno (Adv. Eunom., XII: PG 45, 996 sg.). Secondo J. Chaine (p. 68), il racconto biblico sarebbe « una risposta del folklore ebraico alla questione dell'origine delle lingue ».
Non si è trovata allusione, finora, a questo o simile racconto nei documenti cuneiformi. Il testo di Alessandro Polistore (80-40 a. C.) in Eusebio (Chron., I, 4: PG 19, 123; Praep. Evang., IX, 14: PG 21, 701) dipende dalla Sibilla giudaica (III, 97 sgg.), cioè da una leggenda haggadica. Negli scarsi accenni conte-
nuti nelle tradizioni primitive dei popoli (India, Persia, Grecia), il tentativo di raggiungere il cielo con una costruzione e la confusione delle lingue non si presentano con un nesso di causalità; le leggende in merito dell'America Centrale e della Corea sono dovute a influssi cristiani (P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 201). Il mito greco della costruzione dei Titani ribelli al cielo (Virgilio, Georg., I, 281) è adattato alla t. di B. da Dante (Inf., XXXI, 77 sg.; De Vulg. Eloq., I, 7-8), che adduce come autore sempre Nemrod (« Nembrōt »: Purg., XII, 34-36; Par., XXVI, 124-26). « Torre di Nembrotto » la chiama P. Della Valle.
La t. di B. biblica adottava forse quella che poi sarà la solita forma della zig-qurrut o torre a piani babilonese, simile a piramide a piani rientranti collegati all'esterno da un piano inclinato o da scale, che simboleggiava la « montagna del mondo ». Le antichissime torri di Ur e di Uruk (Enoch) avevano tre piani; quelle del tempio di Nabū a Borsippa (oggi Birs-Nimrūd, « Torre di Nem-
