MONOGENISMO. - Per m. s'intende l'unità del genere umano, in quanto esso trae origine da un primo uomo, Adamo.
I. TEOLOGIA
La S. Scrittura, presa nel suo senso letterale, e più ovvio, afferma dovunque l'unità d'origine del genere umano. Gen. 2, 5-7: «Non v'era alcun uomo per coltivare la terra... e l'uomo fu fatto anima vivente»; ibid. 2, 18: «E il Signore Dio disse: non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto simile a lui»; ibid. 2, 22: «Jahweh Dio formò una donna e la condusse ad Adamo»; ibid. 3, 20: «Adamo diede alla sua donna il nome di Eva, perché ella è stata madre di tutti i viventi»; Sap. 10, 10: «Fu la Sapienza a conservare il primo uomo formato da Dio per essere il padre del genere umano, l'unico creato; essa lo trasse dal suo peccato e gli diede il potere di governare tutte le creature». In Act. 17, 26-27 s. Paolo parlando all'areopago affermò: «Da un solo uomo Dio ha tratto tutto il genere umano per popolare la superficie di tutta la terra». I Cor. 15, 45: «Il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente». Dunque nella Bibbia Adamo è preso come un nome individuale e non collettivo.Ma soprattutto in Rom. 5, 12-19 s. Paolo espone ampiamente questa dottrina in relazione al peccato originale e all'opera salvifica di Gesù Cristo: «Come per un sol uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... E dunque, come per il peccato d'un solo la condanna è venuta su tutti gli uomini, così per la
giustizia di un solo a tutti gli uomini viene la giustificazione che dà la vita».
Ora, non vi può essere errore in ciò che è insegnato dalla S. Scrittura, di cui Dio è l'autore. Ove pertanto la S. Scrittura venga interpretata secondo le regole dell'esegesi cattolica, ogni conclusione a favore del poligenismo e contro il m. rimane priva di fondamento e va pertanto esclusa.
La stessa cosa deve dirsi dell'insegnamento della Chiesa, e particolarmente del Concilio di Trento, sul primo uomo, sul suo stato di giustizia originale, i suoi privilegi (particolare quello dell'immortalità) e sul peccato originale trasmesso a tutti gli uomini, in quanto essi discendono da Adamo (Denz-U, 101, 133, 174, 176, 789, 791). L'unità originaria del genere umano è inseparabile dalla dottrina rivelata del peccato originale. Nelle sedute preparatorie del Concilio Vaticano (1ª schema, 15; Collectio Lacensis, VII, col. 516) era stato infatti formulato, in vista di una definizione, il seguente canone: «Si quis universum genus humanum ab uno protoparente Adam ortum esse negaverit, anathema sit». Molti teologi considerano la proposizione come «certa et proxima fidei». Un decreto della Commissione biblica del 30 giugno 1909 (Denz-U, 2121-23) mette l'unità del genere umano tra i punti di dottrina che toccano «i fondamenti della religione cristiana». Pio XII, nell'encicl. Humani generis (12 ag. 1950: AAS, 42 [1950], pp. 561-78) ne dà esplicita conferma dichiarando inammissibile per un cattolico l'opinione poligenista, che non può accordarsi con le fonti della Rivelazione.
Per la teoria poligenista e la sua confutazione, V. POLIGENISMO.
II. IL M. SECONDO LA SCIENZA. - Gli studiosi che si occupano dell'origine dei viventi si dividono in monogenisti e poligenisti a seconda che ammettano che tutti gli organismi derivano da un unico ceppo originario oppure che già inizialmente la vita è comparsa con un certo numero di forme distinte, da cui sarebbero poi derivati tutti gli altri organismi estinti o tuttora viventi.
Per quanto riguarda in generale l'origine degli organismi, i pareri nel campo scientifico sono molto divisi. Effettivamente vi sono buoni argomenti in favore sia del m. (uniformità dei caratteri fondamentali biochimici e strutturali di tutte le cellule sia animali che vegetali), sia del poligenismo (mancanza di forme di transizione fra i maggiori tipi di organizzazione, ossia tra i tipi sistematici). In prevalenza i paleontologi limitano attualmente i loro studi a ricostruire i singoli phyla o linee di discendenza per i vari gruppi di organismi (evoluzione polifiletica) senza ricercare se questi phyla retrocedendo nel tempo convergano o no ad un unico ceppo comune; il che allo stato attuale della scienza è impossibile stabilire.
Per quanto riguarda in particolare l'origine dell'uomo, i pareri sono pure divisi. Si può dire che ormai la maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere dimostrata l'origine unitaria di tutte le razze umane attuali (homo sapiens), ma non altrettanto chiara è la questione in proposito delle razze estinte, i cui caratteri anatomici differiscono talora sensibilmente da quelli delle razze viventi, tanto da poter essere riferite a specie o addirittura a generi sistematici distinti (sinanthropus, pithecanthropus, africanthropus, javanthropus, palaeanthro-

Ora però anche nel campo della paleoantropologia si propende verso il monogenismo. Infatti la contemporaneità delle razze umane del Pleistocene antico è da ritenere più apparente che reale, se si tien conto che questo periodo comprende alcune centinaia di migliaia di anni e che è ben difficile sincronizzare depositi situati in regioni molto lontane tra loro e soggette a fenomeni climatici assai diversi. Ad es., è ben difficile dimostrare la perfetta contemporaneità dell'uomo di Mauer in Europa, del sinantropo in Cina e del pitecantropo in Indonesia. Inoltre, ciò che più conta, sono stati scoperti recentemente resti scheletrici umani, i quali presentano caratteri intermedi tra quelli dei neandertaliani (ossia di uno dei più importanti gruppi di uomini a caratteri pitecidi) e quelli delle razze umane di tipo attuale (homo sapiens). Si citano ad esempio l'uomo di Steinheim e il curioso gruppo di scheletri della Palestina (Tabun, Sukhul, ecc.) i cui caratteri misti dimostrano rapporti genealogici diretti o indiretti tra le due stirpi. Analoghe constatazioni si possono fare circa i rapporti tra l'arcaico gruppo sinantropo-pitecantropo e i neandertaliani.
Risulta da tutto ciò che mentre mancano argomenti veramente probanti in favore del poligenismo umano, le più recenti scoperte tornano decisamente a vantaggio del m., e conseguentemente quest'ultimo trova sempre maggior favore anche nell'ambiente scientifico.