MONOGAMIA

MONOGAMIA. -

I. TEORIE E RICERCA DELLE ORIGINI

Il primo che impugnò la tesi tradizionale circa l'istituto matrimoniale monoganico fu lo svizzero Bachofen nel 1861. matriarcato (v.) presso alcuni popoli e avendolo giudicato come uno stadio, per cui dovevano essere passati tutti i popoli della terra ed antecedente al patriarcato, si pose la questione del come fosse avvenuto che, nonostante la naturale superiorità dell'uomo, la donna avesse potuto reggere la famiglia prima di lui. Per risolvere questa questione ricorse alla evenienza in cui per il casato, l'eredità, ecc. dei figli non si tiene conto che della madre, evenienza che si verifica ancora oggi, quando i figli sono nati fuori del matrimonio. Allora il figlio non conosce il padre e forse non lo conosce neppure la madre. Ora, il Bachofen credette di poter spiegare l'origine del matriarcato generalizzando il caso del figlio nato fuori del matrimonio, e traendone la conseguenza che prima del matriarcato fosse esistito una stato di agonia o di promiscuità dei sessi. Siccome questo stato di promiscuità generale dei sessi avrebbe dovuto ripugnare particolarmente.

mente, date le sue qualità psichiche, alla donna, perciò ella si sarebbe rifiutata a tutti gli altri uomini e si sarebbe concessa soltanto ad uno di essi. Apparterrebbe, dunque, alla donna e non all'uomo, secondo il Bachofen, la gloria di aver fondato la m. e la famiglia monogamica.

L'ipotesi del Bachofen fu molto discussa. Benché molti dati, dal punto di vista storico archeologico, non potessero essere negati, tuttavia si pervenne ad impugnare di pieno diritto, come già rilevò il Wundt, il postulato dell'università del matriarcato e più ancora la sua derivazione da uno stato di completa promiscuità. La teoria del giurista svizzero, fondata essenzialmente su argomenti filologici e archeologici, passò, così, poco a poco in secondo piano, finché verso il 1870 ricomparve in etnologia, dove fu convalidata da nuovi argomenti e basata su nuovi fondamenti. Il Morgan distinse sei stati nell'evoluzione dell'istituto matrimoniale, il Mc Lennan quattro, mettendo però ambedue la m. all'ultimo stadio, dovuto all'estremo sviluppo della civiltà, dopo la poligamia. Questa storia del matrimonio fu accettata da sociologi e da giuristi, particolarmente dal Marx, Engels, Simons, e volgarizzata dal Bebel (v. FAMIGLIA, II).

Uno dei primi studi di grande ampiezza, riguardante il matrimonio presso i popoli storici e primitivi, che con l'eloquenza dei fatti scosse le suddette teorie, fu La storia del matrimonio (Londra 1891) del Westermarck. Egli giunse con certezza ai seguenti risultati: la poligamia esiste presso molti popoli e la polandria presso alcuni, tuttavia la m. è largamente la forma ordinaria del matrimonio. Questa esisteva anche presso gli antichi popoli, di cui si ha conoscenza diretta. La m. inoltre, è la sola forma di matrimonio che viene generalmente riconosciuta come legale e lecita. La grande maggioranza dei popoli è di regola monogamica e le altre forme di matrimonio si sono ordinariamente modificate ed orientate nel senso monogamico. Molto più importante è la valutazione storico di questi dati di fatto, che egli diede come segue: «Riguardo alla storia del matrimonio umano si possono trarre con assoluta certezza due conseguenze rispetto alla m. e alla poligamia: la m., che è sempre la forma predominiante del matrimonio, ha avuto prevalenza più netta negli strati più bassi della civiltà anziché negli strati superiori; la poligamia poi in questi strati si orienta nuovamente verso la m. in modo significativo».

In seguito l'esplorazione sempre più ampia, precisa e approfondita dei popoli primitivi di tutto il mondo e lo sviluppo sorprendente dell'etnologia hanno condotto alla distinzione di gruppi di popoli secondo definiti tipi di civiltà in ordine genetico. Ciò è stato vantaggioso anche per la storia del matrimonio, confermando sempre più erronee, perché aprioristiche e affrettate, le ricostruzioni storico-evoluzionistiche e precisando le surriferite conclusioni del Westermarck. Oggi si può considerare come definitivamente provato che i popoli cosiddetti raccoglie- tori dell'Asia, dell'Africa, dell'America rappresentano lo stadio più antico della civiltà umana, o quello che più gli si avvicina. Dopo che lo Schmidt nel suo studio su La posizione dei popoli pigmei nella storia dello sviluppo dell'umanità (1910) dimostrò, per l'Africa e l'Asia, che questi popoli praticavano la m., il celebre cultore di psico-logia dei popoli, W. Wundt, ebbe a scrivere: «Non vi è altra scoperta nella storia dello sviluppo umano, che in modo tanto sorprendente e persuasivo abbia distrutto opinioni finora molto diffuse, come la constatazione della m. dell'uomo primitivo». E dopo aver riconosciuto allo Schmidt di aver messo in evidenza un fatto importante, il Wundt, che aveva visto la storia dello sviluppo della società umana, aggiungeva: «L'importanza sta nel fatto che non è la civiltà che ha prodotto la m., ma questa è stata una delle condizioni originarie della civiltà». E quindi nell'opera Elementi della psicologia dei popoli. Lineamenti di una storia psicologica dell'evoluzione dell'umanità (1912), rigettate tutte le ragioni addotte dagli etnologi evoluzionisti a sostegno delle loro teorie, e considerando la civiltà dei popoli etnologicamente più antichi, cioè dei popoli che, come egli si esprimeva, «si accostano per così dire ai limiti inferiori della civiltà umana, e costituiscono probabilmente lo stato primordiale delle istituzioni sociali e dei costumi», il Wundt si domandava: «Quali sono ora in questo stadio i rapporti fra matrimonio e famiglia? La risposta, se consideriamo le ipotesi diffuse sull'orda primitiva, è sorprendente, eppure non può essere rispettata, se riguardiamo queste ipotesi sotto una giusta luce. Dappertutto presso queste stirpi troviamo la m., non soltanto come l'unica forma di connubio, ma per così dire la naturale e cioè la m. nella forma del matrimonio individuale».

Così da paeschi decenni, ormai, è divenuta persuasione comune tra i competenti di etnologia che la vita umana è certamente incominciata non con la promiscuità o il matrimonio di gruppo, ma con normali condizioni famigliari fondate sulla m. Tra gli autori più recenti di particolare autorità al riguardo si cita K. Birket-Smith, il quale nella Storia della civiltà (Zurigo 1946) si è così espresso: «Si parte quindi dal matrimonio come istituzione del tutto umana e per giunta nelle sue più antiche forme non molto diversa da quella che noi stessi conosciamo». Alla m. riconduce lo studio dei riti matrimoniali presso i popoli totemisti, matriarcali, pastori nomadi, di civiltà miste e anche di quelle superiori, come la cinese. Presso gli antichi cinesi, infatti, lo sposo e la sposa dovevano bere, durante il pranzo rituale, dopo averne fatta libazione a Dio, in due metà di una zucca, un rito questo che aveva significato simbolico, ricongiungendo ogni matrimonio con quello della prima coppia umana dopo il diluvio. In Cina e presso altri popoli della stessa famiglia linguistica, il matrimonio è stato riconosciuto sempre monogamico, benché fosse ammesso il concubinaggio e il sororato. I figli delle concubine sono considerati figli della sposa, i quali chiamano questa loro mamma, e la concubina loro zia. Lo stesso appare dai riti nuziali nel matrimonio poliandrico, p. es., nel Tibet meridionale, paese classico della poliandria. Alla cerimonia nuziale i fratelli minori non partecipano affatto, la compie il solo fratello maggiore, che è il solo marito della donna, come ha scritto il Grenard, il solo possessore della terra e di tutto quanto appartiene alla famiglia, divenendo egli erede di tutto e capo della famiglia stessa; i fratelli minori passano sotto la sua autorità, vanno a suo carico, restano sotto la sua tutela, come lo erano sotto quella del loro padre. Come esempio di m. in una cultura mista si possono prendere i nativi delle Isole Trobriand e di altre isole vicine nella Malesia, nei quali il Malinowski, e prima di lui il p. Salerio (1855), hanno constatato che la m. è di regola.

Il Fondamento della m. - Perché gli uomini seguono la m.? Per gli evoluzionisti la m. è dovuta al progresso della civiltà, che conduce all'affinamento dei sentimenti e dei costumi. Il Thurnwald attribuisce la m. ad una ragione biologica ed economica. «Questa forma di matrimonio - dice egli - è nella più larga misura la più diffusa, perché è quella che corrisponde maggiormente al numero della media biologica dei sessi. La predominanza di questa forma non vuol dire però la sua esclusività. Generalmente sono gli uomini più poveri, che si accontentano di una sola donna».

Lo Schmidt afferma che la m. è l'unica forma naturale del matrimonio e lo prova con la legge biologica. Secondo questa legge, in condizioni non anormali, nascono dovunque in linea generale un numero uguale di maschi e di femmine; un po' più di maschi, ma con una maggiore mortalità dei maschi nei primi anni, sicché non vi è che una donna per ogni uomo e un uomo per ogni donna. Questa legge biologica si vede chiaramente in atto presso molti popoli praticanti il matrimonio cosiddetto di scambio, che i Pigmei africani dell'Ituri chiamano, come riferisce p. Schebesta, «testa per testa», giacché un clan che riceve una donna in sposa, deve assicurarne una sua all'altro clan, come è di regola in questa relazione di scambio di donne.

La m. dipende, inoltre, da una legge morale e da una credenza religiosa. La legge morale si manifesta specialmente nel caso di adulterio, che è giudicato severamente e perseguito dalla legge penale, le cui sanzioni al riguardo, particolarmente presso i popoli etnologicamente più antichi, giungono fino alla pena di morte (v. INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO E DIVORZIO). Molti e specialmente i più antichi tra questi popoli (Fueghini, Andamanesi, Pigmei africani) affermano che Dio ha creato i primi uomini, cioè la prima coppia umana. Quindi, l'istituzione del matrimonio e della famiglia, come ha notato il p. Schmidt, è riferita esplicitamente o implicitamente all'Essere Sommo. E che trattasi di matrimonio monogamico risulta dal fatto che in nessuna delle leggende della creazione dell'uomo riferite da quei medesimi popoli si danno all'uomo due o più donne, o viceversa. Ciò vale anche per i Pigmei del Gabun, i quali credono alla creazione divina non di una coppia, ma di più coppie, che sono però sempre coppie monogamiche.

BIBL.: I. F. Mac Lennan, Primitive marriage, Edimburgo 1865; H. L. Morgan, Systems of affinity and consanguinity of the human family, Washington 1871; id., Ancient Society, Londra 1877; E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman isla. With report of researches into the language of the south Andaman island by A. F. Ellis, Londra 1883, ristampa 1931; p. 67; E. A. Westermarck, The history of human marriage, 1889-91 (trad. tedesca, Jena 1893 e 1902; francese, Parigi 1895; it., Pistoia 1904); 5a ed. in 3 voll., Londra 1925; W. Wundt, Elemente der Volkspsychologie, Lipsia 1912, p. 49 sgg.; trad. II. Elementi di psicologia dei popoli, Lineamenti di una storia psicologica dell'evoluzione dell'umanità, di E. Anghieri, Torino 1929, pp. 20, 41, 73, 93, 136, 140, 254; id., Volkspsychologie, VII, Lipsia 1917, p. 203 sgg.; W. Schmidt, W. Koppers, Völker und Kulturen, Gesellschaft und Wirtschaft der Völker, Ratisbona 1924, p. 161 e passim; id., Der Ursprung der Gottesidee, Eine historisch-kritische und positive Studie, VI; Endysnthese der Religionen der Urvölker Amerikas, Asiens, Australiens, Afrikas, Münster in V. 1935, pp. 408, 431; id., Das Menschenbild der Urkultur, in Wissenschaft und Weltbild, 1949, p. 8; K. Th. Preuss-R. Thurnwald, Lehrbuch der Völkerkunde, 2a ed., Stoccarda 1939, p. 248; K. Birket-Smith, Geschichte der Kultur, Zurigo 1946, p. 266; 2a ed. ivi 1949; W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild, Vienna 1949, p. 35; A. Koller, Essai sur l'esprit du Berbère marocain, 2a ed., Friburgo in Svizzera 1949, p. 119; V. BIBLICA. delle voci, FAMIGLIA: INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO: MATRIARCATO; MATRIMONIO.