POLIGENISMO. - Dal greco πολός = molto e γένος = origine, è l'ipotesi che fa derivare il genere umano attuale da più coppie iniziali, tanto se appartenenti ad un solo ceppo già umano (D. Rosa, G. Montandon, G. Colosi, P. Teilhard de Chardin) quanto a più ceppi già umani (H. Klaatsch, G. Sergi, G. L. Sera, J. Arldt). Nel primo caso avremmo il monofiletismo, nel secondo il polifiletismo.
Le coppie sarebbero apparse simultaneamente su tutta la terra (ologenesi) o sopra una zona circoscritta o «a nidiata» o «per stirpe» (Sergi) o «a cespuglio» (A. e J. Bouyssonie). Il p. si deve a Isacco de la Peyrère (1594-1676), marrano, calvinista e in ultimo cattolico, il quale, per conciliare i contrasti tra la cronologia biblica e le fonti letterarie dei Caldei, degli Egiziani ecc. e le esigenze dell'astronomia, astrologia ecc. e per spiegare le differenze delle razze umane, specialmente americane e australiane, elaborò con uno studio indefesso di 20 anni la teoria dei preadatti. Di recente è stato seguito, sebbene inconsapevolmente, da P. Lecomte du Noüy. Altri abbracciarono il p. per ragioni scientifiche: Desmoulins, Gerdy, Morton, Nott, Gliddon; tra i moderni, Klaatsch (1910), G. Sergi (1911), Sera (1918), gli ologenisti, Teilhard de Chardin; M. Calhoun per ragioni politiche. Altri, specialmente tra i cattolici, si sforzarono di conciliare il p. con i testi della S. Scrittura (J. Guitton, R. Boigelot, H. Rondet, Dubarle, A. e J. Bouyssonie, J. Bataini). Però lo maggioranza degli scienziati e degli scrittori cattolici è contraria al p.
Isacco de la Peyrère (Praeadamitae..., s. l. 1655; Systema theologicum ex Praeadamitarum hypothesi, parte I, s. l. 1655) fonda la sua teoria sulla S. Scrittura e riscontra nel Genesi
due creazioni dell'umanità. La prima, in Gen. 1, 26-31, dei preadmiti, eseguita insieme a quella delle piante e degli animali. I preadmiti sarebbero stati tratti dalla polvere « verbo Dei » simultaneamente, in tutta la terra, in innumerevoli coppie, onde non sarebbero tra loro fratelli e dalla S. Scrittura sarebbero detti « filii hominum ».
Dopo che i preadmiti avrebbero popolato la terra, Dio avrebbe creato Adamo « infans » e da Adamo avrebbe tratto Eva (seconda creazione: Gen. 2, 2-25). Eva, divenuta adulta, sarebbe stata condotta da Dio ad Adamo, il quale non avrebbe trovato tra le donne dei preadmiti l'ausiliare simile a sé.
La creazione di Adamo differirebbe da quella dei preadmiti perché fatta da ciò donde la terra stessa fu tratta e « manu (non verbo) Dei et lutum manibus subigendo ». I discendenti di Adamo sarebbero detti filii Dei e « figli di Adamo ».
Ad essi apparterrebbero Caino, Cam, Ismaele, Esaù, i Giudei. Sarebbero discendenti di Adamo allo stesso modo che Cristo è presentato come figlio di Adamo e di Dio (Lc. 3, 23-38). I discendenti dei preadmiti sarebbero i gentili, gli americani, gli australiani, i groenlandesi, i vernacoli di Abramo (Gen. 17, 22. 27). Ai preadmiti Dio avrebbe dato solo la legge naturale ma senza sanzione e relativa imputabilità; ad Adamo la legge positiva con la relativa sanzione. Egli sarebbe stato posto nel paradiso terrestre per rivestire la persona di tutti gli uomini. Onde il suo peccato sarebbe stato imputato a tutta l'umanità, compresi i preadmiti.
De la Peyrère desume l'argomento principale da Rom. 5, 12-14 interpretato in un modo del tutto arbitrario (vedine l'esposizione e la confutazione in B. Mariani, Il P. e s. Paolo: Rom. 5, 12-14, in Eustes docete, 4 [1951] pp. 126-45). Il sistema di de la Peyrère fu condannato dall'autorità ecclesiastica, abiurato dallo stesso autore ed osteggiato da tutti i suoi contemporanei. Anche P. Lecomte du Noüy nel Genesi distingue due creazioni. Secondo Gen. 1, 26-28 sarebbe stata creata una coppia dotata della sola forma umana e priva dell'anima e della coscienza. Infatti Dio le avrebbe dato un ordine « Crescete e moltiplicatevi » cui non poteva sottrarsi. Secondo Gen. 2, 7-25 (ottavo giorno, secondo Lecomte) Dio avrebbe foggiato Adamo, gli avrebbe insufflato l'anima dalle narici e gli avrebbe comunicato la coscienza. Infatti gli avrebbe dato un ordine che era libero di trasgredire, interdicendogli, pena la morte, di mangiare il frutto proibito dell'albero della scienza del bene e del male. La Bibbia si interesserebbe solo della discendenza di Adamo perché « egli solo in virtù della coscienza è capace, attraverso la sua lotta contro gli istinti animaleschi, di assicurare il progresso propriamente umano ».
Anche questa teoria non ha alcun fondamento biblico, perché nel Genesi non si tratta di due creazioni, ma solo di due relazioni della stessa creazione.
[Né si può riservare l'infusione dell'anima e della coscienza alla seconda umanità. Al contrario, solo della prima si dice che fu creata ad immagine e somiglianza di Dio. Mentre chi cadde nel peccato fu la seconda! (cf. B. Mariani, articolo cit., pp. 132-36).
Gli autori cattolici che pretendono conciliare i testi della S. Scrittura con il p. e con il dogma del peccato originale sostengono: a) che in Rom. 5, 12-21 si metterebbe in evidenza principalmente « la universale ed ereditaria colpabilità dell'umanità e la pienezza della redenzione », meno, invece, la comunità d'origine dell'umanità (A. e J. Bouyssonie). b) Nel Genesi non si tratterebbe di un peccato rigorosamente unico. Più che sull'unicità del peccato, si insisterebbe sul decadimento prodotto dal peccato (Dubarle; cf. Teilhard de Chardin, Guitton, Boigelot, Rondet, Chaine). c) Il peccato originale sarebbe stato commesso da tutta un'ipotetica umanità contemporanea di Adamo (A. e J. Bouyssonie, R. Seeberg). d) Il parallelismo Adamo-Cristo (Rom. 5) avrebbe un valore puramente illustrativo (Bataini). e) Altri tendono a minimizzare il valore storico dei primi capi del Genesi. Però tutti questi autori confessano che i loro tentativi si staccano dall'interpretazione ovvia e tradizionale dei testi in questione e che li muove il desiderio (quindi il precon-
cetto) di conciliare le fonti della Rivelazione con il presunto p. delle scienze.
Ma che l'umanità attuale discenda da un solo capostipite, da una sola coppia iniziale, dai biblici Adamo-Eva, si può dimostrare dalla S. Scrittura e dalla Tradizione. Esse insegnano decisamente il monogenismo e quindi escludono il p. (v. MONOGENISMO e B. Mariani, articolo cit., pp. 126-132, 136-45).
Il Genesi è poligenista per gli essere inferiori: Dio li creò nelle loro specie. L'uomo invece fu creato secondo una specie perfettissima, unica, cioè secondo l'immagine e la somiglianza di Dio. La coppia Adamo-Eva si connette con l'opera creatrice di Dio e con la successione storica dell'umanità attraverso Patriarchi (v.) ante e post-diluviani. All'infuori di Adamo - secondo il Genesi - Dio non ha creato nessun altro uomo, all'infuori di Eva non ha tratto altra donna da Adamo. Adamo è considerato « il προτόπλαστος, il πατέρα κόσμου, l'unico creato, l'uscito dalla terra, il seme da cui discende tutta l'umanità » (Sop. 10, 1; 7, 1; Tob. 8, 8). Da una sola donna ha inizio il peccato (Eccl. 25, 24). L'umanità è un conglomerato di « bènè 'Adhâm » (Deut. 32, 8; Eccl. 3, 21 ecc.). I testi del Nuovo Testamento: Rom. 5, 12, 19; I Cor. 15, 21. 22. 45-49; Act. 17, 26 dipendono dal Genesi e sono più esplicitamente contrari al p. (su ciò V. MARIANO,, art. cit., pp. 137-46, 1932; F. Ceuppens, Le p. et la Bible, in Angelicum, 24 [1947], pp. 20-32). Essi escludono l'origine collettiva dell'umanità e la riconnettono implicitamente ed esplicitamente ad un solo uomo, per ragione del peccato originale e sue conseguenze e del corpo « psichico » che si eredita per discendenza carnale da Adamo.
La Pont. comm. bibl. ed il Concilio Vaticano sono contrari al p. Nella Humani generis si condanna solo quel p. secondo cui: 1) Adamo non sarebbe il capostipite per generazione di tutto il genere umano attuale; e che 2) considera Adamo non un solo individuo, ma una collettività di progenitori. E ciò perché non si può conciliare con il dogma dell'universalità del peccato originale. Se infatti l'umanità non discende per generazione da Adamo, non lo contrarrebbe. Non si occupa pertanto né di preadmiti estinti prima di Adamo, né di esseri non veri uomini, anche se immessi nell'umanità attuale, né di uomini contemporanei di Adamo, se non in quanto progenitori per generazione dell'umanità attuale. Lo scienziato perciò è libero di spaziare in quel settore avendo per guida la S. Scrittura e la dottrina della Chiesa.
Gli argomenti delle scienze in favore del p. sono desunti: 1) dalla grandiosità del genere umano: « La science laissée à elle-même ne songerait jamais (c'est le moins qu'on puisse dire) à attribuer une base aussi étroite que deux individus, à l'énorme édifice du genre humaine » (Teilhard de Chardin, Que faut il penser du transformisme?, in Revue des questions scientifiques, 97 [1930], p. 95). 2) Dall'anatomia comparata: a) somiglianze tra le specie animali e le razze umane più nette di quelle esistenti fra le razze umane; b) differenze tra le razze umane: a) morfologiche: forma della testa, naso, occhi, capelli, proporzione del tronco, degli arti, colore della pelle ecc. per cui si differenziano, ad es., i Pigmei dagli Scandinavi, gli Australiani dagli Eschimesi, i Mongoli dai Mediterranei ecc. b) fisiologiche: a) presenza di quattro gruppi d'individui distinti in base a variazioni di sostanze (agglutinine e agglutinogeni) permettenti od ostacolanti la reciproca trasfusione del sangue. b) Periodi puberali che s'iniziano non alla stessa età, ma oscillano da un'età minima di 9/10 anni a 20/21. γ) psichiche: prontezza e genere d'intelligenza, intensità, affettività, eroticità ecc. Una volta si derivava la razza bianca dallo scimpanzé, la gialla dall'orango, la nera dal gorilla. Il Klaatsch poneva alla base dell'albero genealogico un Propithecanthropus hypotheticus che si sarebbe ramificato così: 1') uomini australiani + razze vicine; 2') Pithecanthropus + gibbone; 3') Uomo di Neanderthal + gorilla + scimpanzé + negrilli. 4') Orango + Homo Aurignacensis (cf. H. V. Vallois, Les preuves anatomiques de l'origine monophylétique de l'homme, in L'Anthropol., 39 [1929], presso Marcozzi, Poligenesi ed evoluzione nelle origini dell'uomo, in Grego-
rianum, 29 [1948], p. 348; id., La vita e l'uomo, Milano 1946, p. 360). Differenze ancora maggiori si riscontrano nell'uomo fossile, tra il tipo dell'Homo Sapiens, il Pithecanthropus, il Sinanthropus e l'uomo di Neanderthal. 5') Dall'ologenesi. La biogeografia mostrerebbe che ad un dato momento la vita umana apparisce dappertutto, quindi non da una sola coppia.
Però non è difficile rispondere a questi argomenti. Infatti: 1) oggi è comunemente ammessa l'unità di origine per tutte le razze umane attualmente viventi. Secondo le leggi Mendeliane dell'eredità una nuova stirpe (phylum) può aver origine non soltanto da pochissimi, ma addirittura da un solo individuo per via dei cromosomi (P. Leonardi, in Palestra del Clero, 28 [1949], pp. 228-30. Cf. Cuenot, J. Rostand presso Renie). 2) Le somiglianze tra razze umane e specie animali sono molto limitate (configurazione dell'osso lacrimale e delle regioni vicine della faccia, particolari del femore e dell'omero). Non sono complete e si trovano contrastanti in uno stesso individuo (cf. H. V. Vallois, op. cit.; Guy Picard, La science expérimentale est-elle favorable au polygénisme?, in Sciences ecclésiastiques, 4 [1951], pp. 68-70; Mendès Correa, ivi cit.). Le differenze morfologiche, fisiologiche e psichiche sono quantitative e non qualitative e non inducono forme o caratteri specificamente diversi, ma mostrano tutte le possibili forme di transizione non solo nelle differenti razze, ma nei differenti individui di uno stesso gruppo. Ad es., quanto al colore della pelle, i Leucodermi vanno dal bianco-roseo dei norvegesi al bruno-scuro quasi nero degli etiopi. I Xantodermi dal giallo chiaro quasi bianco, dei cinesi settentrionali, al giallo-bruno quasi cioccolato dei cinesi meridionali. Altrettanto si dica del colore dei capelli, degli occhi, della forma della testa, del naso, delle macchie pigmentarie, della capacità cranica, struttura del cervello ecc. (cf. Marcozzi, Poligenesi ed evoluzione, pp. 10-15). La classificazione del ritmo della crescita, del periodo della pubertà, dei gruppi sanguigni si riscontra anche in tipi della stessa razza (cf. la classificazione dell'Ottemberg presso Marcozzi, op. cit., p. 16).
Le differenze psichiche sono meno favorevoli al p. perché è dimostrato che tutte le razze hanno una psiche sostanzialmente uguale, cioè posseggono i medesimi principi di causalità, di identità, medesima tendenza al bello, al buono, lo stesso linguaggio istintivo, lo stesso istinto del pudore, la stessa facoltà della parola ecc. (in senso contrario: M. Canella, Principi di psicologia razziale, Firenze 1941; ma cf. Marcozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946, pp. 367-68). Quindi è in favore dell'unità di origine. Così anche la prova dell'interfecondabilità. Poiché tutte le unioni anche tra le razze più disparate hanno dato ibridi fecondi, ad es., i boeri, incrocio di Olandesi + Ottentotti; i Griqua, di Europei + Boscimani ecc. Inoltre presso tutte le razze si trovano tipi con tutti o quasi tutti i caratteri di altri gruppi razziali, ad es., facce negroidi o mongoliche in popolazioni europee, facce europee a Celebes ecc.
Più difficile è pronunciarsi sulle differenze delle razze estinte perché non si possiedono sufficienti dati di controllo. Però le razze dal paleolitico in poi (Grimaldi, Cro-Magnon, Chancelade, Combe Capelle ecc.) sono sostanzialmente uguali alle attuali morfologicamente e psichicamente (sepoltura, armi, riti religiosi). È vero che la razza del Neanderthal presenta caratteri molto primitivi, ma si trovano in grado più attenuato anche nelle razze attuali (cf. K. Z. Jazuta, presso Marcozzi, op. cit., p. 21). Le loro manifestazioni psichiche sono comuni alle altre razze. Per il Pithecanthropus non è certa la sua natura umana. Il Synanthropus ha una forma più scimmiesca, però presenta caratteri psichici umani. Inoltre le forme dell'Africanthropus (lago Niarasa), dell'uomo di Ngandong (Giava) possono considerarsi intermedi tra il Synanthropus ed il tipo di Neanderthal. Così anche forme intermedie tra il Neanderthal e le razze attuali sono i tipi di Steinheim, Uzbekistan, gli scheletri del Carmelo ed il cranio di Sacco Pastore (cf. H. Weinert, W. F. F. Oppenworth, F. Berckhemer, G. T. Debetz, Th. D. Mc Cown, A. Keith-Mc Cown presso Marcozzi, p. 23).
L'argomento dell'ologenesi suppone che i viventi, apparsi indipendenti e dispersi come gocce di rugiada, sarebbero stati di un'unica specie e che per evoluzione, contemporaneamente e dovunque si sarebbero trasformati, dando origine a nuove specie. Anche la famiglia umana sarebbe comparsa con molti rappresentanti un po' dovunque. I suoi resti sarebbero i fossili più antichi superstiti. Però dalla paleontologia risulta il contrario, cioè che l'origine della specie è circoscritta ad un luogo da cui emigra in tempo successivo (ad es., i Camelidi e i Dugongs). Molte specie non hanno mai avuto espansione notevole. Riguardo all'uomo non si può stabilire se il Synanthropus (Pechino), l'uomo di Kanam (Africa) e quello di Piltdown (Inghilterra) siano contemporanei nel Pleistocene inferiore.
Il Quaternario abbraccia periodi di molte migliaia di anni. Né si può stabilire se il Pleistocene inferiore dell'Africa corrisponda esattamente al Pleistocene inferiore dell'Inghilterra e di Pechino e viceversa.
Al contrario è comunemente ammesso che l'umanità abbia avuto una culla d'origine ed un centro di diffusione come le altre specie.
Concludendo, gli argomenti in favore del p. servono come ipotesi di studio per le scienze. Nel piano puramente umano non vi sono per ora mezzi per determinare se l'umanità ha avuto origine poligenista o monogenista. La scienza non può opporre nulla all'origine monogenistica. La quasi totalità degli scienziati è per il monogenismo. Anzi P. C. J. Carles (L'unité de l'espèce humaine, in Archives de philos., 18 [1948], 88 sgg.) arriva a stabilire una sola coppia. Però dove non arriva la scienza umana è intervenuta la guida della Rivelazione: la S. Scrittura ed il Magistero infallibile della Chiesa (cf. Guy Picard, op. cit., p. 88 sgg.; Marcozzi, op. cit., p. 25).