PISTORIUS, JOHANN

PISTORIUS, JOHANN. — Polemista e storico, n. a Nidda il 14 febbr. 1546 (indì il nome di Niddanus), m. a Friburgo in Br. il 18 luglio 1608. Figlio dell'omonimo P. J. Niddanus senior, che da parroco aveva abbracciato il protestantesimo, s'era sposato e aveva avuto una parte notevole nei vari colloqui di religione.

Sudio teologia, diritto e medicina a Marburg e a Wittenberg, diventando poi medico di corte del margravi Carlo di Baden-Durlach, presso il quale esercitò anche l'ufficio di storiografo e di consigliere in questioni religiose. Dopo vari tentennamenti dal luteranesimo verso il calvinismo, ritornò nel 1588 al cattolicesimo, a cui con-

il suo magistero in Crotone, P. emigrò, in seguito all'opposizione politica di una parte della cittadinanza crotoniata, a Metaponto, dove morì (verso il 500 ?).

I pitagorici formavano un'associazione caratterizzata da una stretta disciplina etico-religiosa: osservavano la pratica di un prolungato silenzio (ἐγέμνθαι), l'astinenza almeno parziale dalla carne e, pare, dalle fave, e vari precetti in parte etici e in parte rituali (anche questi ultimi interpretati più tardi come simboli etici); e usavano fare ogni sera un esame di coscienza. Stando a testimonianze più tarde, la setta avrebbe compreso due classi di discepoli, gli esoterici e gli esoterici (i primi non addentrati nei segreti della dottrina, cioè semplici uditori, ἀκοσμίαντες); i secondi iniziati alla sapienza, μαθηματικός, mentre altri distingue tre categorie (ἀκοσμίαντες, μαθηματικός, φυσικός). Le vedute del maestro erano accettate come verità indiscutibili (secondo il celebre motto ἀνθός ἐφε). Estesasi da Crotone ad altri luoghi della Magna Grecia, la scuola acquisì grande potenza politica e tenne il governo di varie città. Ma si determinò presto contro i pitagorici aristocratici, una violenta ostilità dei partiti democratici: il primo moto scoppiò vivente ancora P. (onde la fuga di lui da Crotone); e altre sedizioni si ebbero successivamente, finché in un momento non precisabile (fra il 460 e il 400) avvenne una rivoluzione per cui l'ordine pitagorico fu addirittura distrutto, e i membri in grandissima parte uccisi. Dei superstiti, chi si trasferì a Tebe (Liside e Filolao), chi a Fliunte. Alcuni tornarono poi dall'esilio a Taranto e in questa città il pitagorismo ebbe nuovo fiore con Archita, finché non si estinse negli ultimi tempi del IV sec. a. C. Tra i principali pitagorici antichi figurano, oltre a Filolao (che per primo espone in uno scritto la dottrina), Simmia e Cebete (noti attraverso Platon), Ocello Lucano, Timeo di Locri, Liside e Archita (insigne matematico e fisico).

Quanto delle teorie pitagoriche risalga a P. stesso è difficile determinare; si può dir certo che reincarnazione (v.), trasmise ai discepoli il nucleo fondamentale della precettistica etico-religiosa destinata a costituire il patrimonio più caratteristico del pitagorismo, e diede inizio a quegli studi matematici da cui la scuola stessa ebbe poi massima gloria (può darsi che il teorema di P. risalga a lui personalmente). In ogni caso conviene parlare, piuttosto che di P., dei pitagorici in generale. La loro concezione metafisica fu strettamente legata ai predetti studi matematici. Osservando l'importanza che hanno nell'universo i rapporti numerici, poiché nulla è conoscibile senza il numero (πάντα γὰρ τὰ γιγνώσκοντα ἐπιθυμοῦν ἔχοντα). Filolao, fr. 4) essi affermarono che il principio delle cose è appunto il numero: il che sembra doversi intendere, secondo la testimonianza di Aristotele (cf. in particolare Met., I, 5, 985 b 23 sgg., 986 a 15), nel senso che il numero è la sostanza intima, l'ulno delle cose stesse: né contrasta con questa interpretazione il fatto che i pitagorici considerassero nello stesso tempo i numeri come modelli delle cose (ibid., 987 b). Del numero si hanno due categorie fondamentali, il dispari (περίσσον) e il pari (ἄρτιον) cui Filolao aggiunge l'ἄρτιον περίσσον, il pari-disparì, equivalente, sembra, all'Uno. Il dispari è limitato (περίσσον) e principio del limite (πέρας); il pari è illimitato (ἄρτιον) e principio dell'illimitata (ἀπερίσχη). L'Università è un'armonia di questi principi contrari, con i quali poi si collegano altre coppie antitetiche (cf. la tavola) pitagorica delle opposizioni presso Aristotele, Met., I, 5, 986: πέρας-ἄρτιον; περιττό-ἄρτιον; ἐν-πᾶθος; δεξιό-ἄρτιον; πᾶς-σκότος; ἀγαθόν-κακόν, ecc.). I dissidi si conciliano in un accordo che è accordo numerico: sicché risulta tutto il cielo essere armonia e numero (cf. Aristotele, Met., I, 5). I pitagorici, speculando sui singoli numeri, attribuivano ad essi virtù e significazioni particolari: e tenevano in speciali conto, oltre che l'Uno e il Due, principi rispettivamente del dispari e del pari, il Quattro e il Dieci, numeri perfetti. A questa aritmologia, per così dire, metafisica, si associava peraltro la matematica positiva (scoperta dell'incommensurabile, approssimazioni successive a V-1, metodo di applicazione delle aree, ecc.).

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(let. Soprintendenza Seave Ostia)

La teologia pitagorica era, a quanto pare, orientata in senso monoteistico: ammetteva cioè un Dio supremo al sopra degli dèi; ma è dubbio che questa dottrina sia stata sviluppata filosoficamente in connessione con l'aritmologia, e che Dio fosse per loro identico all'Uno inteso come principio originario (cf. Zeller-Mondolfo, I, 2 [V. BIBLICA.], pp. 457-74). La cosmologia della scuola, in principio affine alle concezioni dei primi ionici, si sviluppò poi in un sistema che considerava la terra come rotante al pari del sole e di una supposta «antiterra», intorno a un fuoco centrale. I ceta ammise la rotazione della terra intorno al proprio asse e spiegò così l'alternarsi del giorno e della notte (Cicerone, *Acad. prior.*, 2, 39, 123). Altra teoria pitagorica è quella dell'armonia delle sfere.

In psicologia, la scuola considerò l'anima umana come una sostanza eterna, di origine divina, congiuntasi a titolo di pena con un corpo e destinata a trasmigrare di corpo in corpo, e non solo in corpi di uomini, ma anche di bestie o piante (*παλαγγενείας*, non μεταμφύγωσις, è la parola verisimilemente usata dai pitagorici antichi). Nell'unione con il corpo, l'anima è chiusa come in una tomba (Filoloe, fr. 14 D; Platone, *Gorg.*, 493 A). Le incarnazioni dureranno fino a che l'anima stessa non si sia purificata e resa degna di tornare alla patria celeste. Come la concezione stessa (che fu poi ripresa da Platone) fosse connessa dai pitagorici con l'aritmologia, non è ben chiaro.

L'etica pitagorica, religiosamente ispirata, prescriveva all'uomo l'imitazione della Divinità, e inculcava la purezza della vita, la misura e l'armonia in tutte le attività, e inoltre il culto della sapienza come mezzo di salvezza.

Il pitagorismo ebbe grande influenza sul pensiero greco, platonismo (v.). La scuola, estinta nel sec. IV a. C., risorse poi, a partire dal sec. I, in una forma eclettica (v. NEOPITAGORISMO).

Bibl.: edd.: H. Diels, *Die Fragm. der Vorsokratiker*, I, 5a ed., Berlino 1937, pp. 96-113, 440-80; F. G. A. Mullach, *Fragm. philosophiae*, 1a ed., Parigi 1860, pp. 485-509; Su P. e il pitagorismo vanizutto E. Zeller-R. Mondolfo, *La filosofia dei Greci*, I, 11, 2a ed., Firenze 1950, V. indice; Überweg, I, pp. 61-73; G. Méautis, *Recherches sur le pythagorisme*, Neuchâtel 1922; E. Franck, *Plato und die sogenannten Pythagoräer*, Halle 1923; A. Rostagni, *Il verbo di P.*, Torino 1924; L. Brunschvicg, *Le rôle du pythagorisme dans l'évolution des idées*, Parigi 1937; K. Kerényi, *P. und Orpheus*, 2a ed., Amsterdam 1939; F. von Kurt, *Pythagorean politics in southern Italy*, Nuova York 1940; U. Morice, *L'esame di coscienza e la storia di un precetto pitagorico*, in *mondo classico*, 10 (1940), pp. 221-44; V. Capparelli, *La sapienza di P.*, I, Padova 1941. Altre indicazioni recenti in G. A. De Brie, *Bibl. philosophica 1934-45*, I, Bruxelles 1950, pp. 36-39.