PITAGORA. - La figura storica di P., filosofo e fondatore della scuola che ne porta il nome, fu talmente deformata da leggende posteriori che è difficile, nel cumulo delle tradizioni, sceverare il vero dal favoloso. Risulta sicuro che egli, n. a Samo da Mnesarco, nella prima metà del sec. VI a. C. (580 ca.), si trasferì in età matura (dopo aver forse soggiornato da giovane in Egitto) dalla sua isola nella città italica di Crotone, e qui costituì una comunità filosofico-religiosa che divenne poi anche un partito politico. P. insegnò solo oralmente: Empedocle lo celebra come ἀνὴρ περιώσια εἰδώς... πάντων δὲ μάλιστα σοφῶν ἐπιήφανος ἔργων (fr. 129), mentre Eraclito parla della πολυμαθίη (fr. 40, 129) di lui; Senofane di Colofone attesta (fr. 7) la credenza di P. nella reincarnazione, non senza schermo. Da Erodoto (IV, 95) egli è qualificato come eminente σοφιστής. Svolto
il suo magistero in Crotone, P. emigrò, in seguito all'opposizione politica di una parte della cittadinanza crotoniate, a Metaponto, dove morì (verso il 500?).
I pitagorici formavano un'associazione caratterizzata da una stretta disciplina etico-religiosa: osservavano la pratica di un prolungato silenzio (ἐρχιωθία), l'astinenza almeno parziale dalla carne e, pare, dalle fave, e vari precetti in parte etici e in parte rituali (anche questi ultimi interpretati più tardi come simboli etici); e usavano fare ogni sera un esame di coscienza. Stando a testimonianze più tarde, la setta avrebbe compreso due classi di discepoli, gli essoterici e gli esoterici (i primi non addentrati nei segreti della dottrina, cioè semplici uditori, ἀκουσματικοί; i secondi iniziati alla sapienza, μαθηματικοί), mentre altri distingue tre categorie (ἀκουστικοί, μαθηματικοί, φυσικοί). Le vedute del maestro erano accettate come verità indiscutibili (secondo il celebre motto αὐτὸς ἕρα). Estesasi da Crotone ad altri luoghi della Magna Grecia, la scuola acquistò grande potenza politica e tenne il governo di varie città. Ma si determinò presto contro i pitagorici aristocratizzanti, una violenta ostilità dei partiti democratici: il primo moto scoppiò vivente ancora P. (onde la fuga di lui da Crotone); e altre sedizioni si ebbero successivamente, finché in un momento non precisabile (fra il 460 e il 400) avvenne una rivoluzione per cui l'ordine pitagorico fu addirittura distrutto, e i membri in grandissima parte uccisi. Dei superstiti, chi si trasferì a Tebe (Liside e Filolao), chi a Filunte. Alcuni tornarono poi dall'esilio a Taranto e in questa città il pitagorismo ebbe nuovo fiore con Archita, finché non si estinse negli ultimi tempi del IV sec. a. C. Tra i principali pitagorici antichi figurano, oltre a Filolao (che per primo espose in uno scritto la dottrina), Simmia e Cebete (noti attraverso Platone), Ocello Lucano, Timeo di Locri, Liside e Archita (insigne matematico e fisico).
Quanto delle teorie pitagoriche risalga a P. stesso è difficile determinare; si può dir certo che reincarnazione (v.), trasmise ai discepoli il nucleo fondamentale della precettistica etico-religiosa destinata a costituire il patrimonio più caratteristico del pitagorismo, e diede inizio a quegli studi matematici da cui la scuola stessa ebbe poi massima gloria (può darsi che il «teorema di P.» risalga a lui personalmente). In ogni caso conviene parlare, piuttosto che di P., dei pitagorici in generale. La loro concezione metafisica fu strettamente legata ai predetti studi matematici. Osservando l'importanza che hanno nell'universo i rapporti numerici, poiché nulla è conoscibile senza il numero (πάντα γε μάν τὰ γεγνωσκόμενα ἀριθμὸν ἔγονται: Filolao, fr. 4) essi affermarono che il principio delle cose è appunto il numero: il che sembra doversi intendere, secondo la testimonianza di Aristotele (cf. in particolare Met., I, 5, 985 b 23 sgg., 986 a 15), nel senso che il numero è la sostanza intima, l'ὕλη delle cose stesse: né contrasta con questa interpretazione il fatto che i pitagorici considerassero nello stesso tempo i numeri come modelli delle cose (ibid., 987 b). Del numero si hanno due categorie fondamentali, il dispari (περισσόν) e il pari (ἄρτιον) cui Filolao aggiunge l'ἄρτιον-περισσόν, il pari-dispari, equivalente, sembra, all'Uno. Il dispari è limitato (πεπερασμένον) e principio del limite (πέρας); il pari è illimitato (ἄπειρον) e principio dell'illimitatezza (ἄπειρία). L'Universo è un'armonia di questi principi contrari, con i quali poi si collegano altre coppie antitetiche (cf. la «tavola» pitagorica delle opposizioni presso Aristotele, Met., I, 5, 986: πέρας-ἄπειρον; περιτ-τόν-ἄρτιον; ἐν-πλῆθος; δεξιόν-ἀριστερόν;... φῶς-σκάτος; ἀγαθόν-κακόν, ecc.). I dissidi si conciliano in un accordo che è accordo numerico: sicché risulta «tutto il cielo essere armonia e numero» (cf. Aristotele, Met., I, 5). I pitagorici poi, speculando sui singoli numeri, attribuivano ad essi virtù e significazioni particolari: e tenevano in special conto, oltre che l'Uno e il Due, principi rispettivamente del dispari e del pari, il Quattro e il Dieci, numeri perfetti. A questa aritmologia, per così dire, metafisica, si associava peraltro la matematica positiva (scoperta dell'incommenstrabile, approssimazioni successive a V^{-3}, metodo di applicazione delle aree, ecc.).
La teologia pitagorica era, a quanto pare, orientata in senso monoteistico: ammetteva cioè un Dio supremo al di sopra degli dèi; ma è dubbio che questa dottrina sia stata sviluppata filosoficamente in connessione con l'aritmologia, e che Dio fosse per loro identico all'Uno inteso come principio originario (cf. Zeller-Mondolfo, I, 2 [V. BIBLICA.], pp. 457-74). La cosmologia della scuola, in principio affine alle concezioni dei primi ionici, si sviluppò poi in un sistema che considerava la terra come rotante al pari del sole e di una supposta «antiterra», intorno a un fuoco centrale. Iceta ammise la rotazione della terra intorno al proprio asse e spiegò così l'alternarsi del giorno e della notte (Cicerone, Acad. prior., 2, 39, 123). Altra teoria pitagorica è quella dell'armonia delle sfere.
In psicologia, la scuola considerò l'anima umana come una sostanza eterna, di origine divina, congiuntasi a titolo di pena con un corpo e destinata a trasmigrare di corpo in corpo, e non solo in corpi di uomini, ma anche di bestie o piante (πληγενεσία, non μεταφύγωσις, è la parola verisimilmente usata dai pitagorici antichi). Nell'unione con il corpo, l'anima è chiusa come in una tomba (Filolao, fr. 14 D; Platone, Gorg., 493 A). Le incarnazioni dureranno fino a che l'anima stessa non si sia purificata e resa degna di tornare alla patria celeste. Come la concezione stessa (che fu poi ripresa da Platone) fosse connessa dai pitagorici con l'aritmologia, non è ben chiaro.
L'etica pitagorica, religiosamente ispirata, prescriveva all'uomo l'imitazione della Divinità, e inculcava la purezza della vita, la misura e l'armonia in tutte le attività, e inoltre il culto della sapienza come mezzo di salvazione.
Il pitagorismo ebbe grande influenza sul pensiero greco, platonismo (v.). La scuola, estinta nel sec. IV a. C., risorse poi, a partire dal sec. I, in una forma eclettica (v. NEOPITAGORISMO).