NEOPITAGORISMO

NEOPITAGORISMO. - Corrente filosofico-mistica rimontante come origine a Pitagora e rimasta viva, dopo la distruzione violenta della comunità pitagorica nel 450 a. C., come orientamento della vita secondo quello che era stato l'ideale del filosofo, tutto

imbevuto di elementi orfici. Codesti ideali si concretavano nel rispetto alla Monade, all’Uno considerato come principio dell’universo; nella fede alla sopravvivenza dell’anima attraverso la ruota delle rinascite (metempsicosi); nell’osservanza di interdizioni rituali (divieto di mangiar carne e fave); nella tendenza alla vita associata; nel rispetto profondo per la persona e per l’insegnamento del fondatore (ipse dixit).

Questo ideale, mai spentosi nella Magna Grecia che fu il principale teatro del pitagorismo, penetrò, come tante altre correnti spirituali, in Roma dove già nel sec. II a. C. si ha notizia di una pia frode diretta ad accreditare l’insegnamento neopitagorico, col simulare il rinvenimento di due arche lapidee che racchiudevano l’una la salma di Numa, che la tradizione faceva discepolo di Pitagora, l’altra due rotoli di recente scrittura, uno latino contenente sette libri di diritto pontificale, l’altro greco contenente sette libri di materia filosofica; libri che furono, previo esame, fatti bruciare innanzi al popolo dal pretore Q. Petilio che vi riscontrò idee nuove atte a scalare la religione dello Stato (Livio, XL, 29). Ma codesto auto da fì non vale a impedire il diffondersi della corrente neopitagorica di cui un’eco altissima si trova nel «Sogno di Scipione», nel VI della Repubblica di Cicerone; nella defezenza dimostrata ad essa dal teologo Varone che volle essere seppellito secondo il rituale funerario dei pitagorici: arca di argilla con giaciglio di foglie di mirto, olivo e pioppo nero (Plinio, Nat. hist., XXXV, 50); nella propaganda del senatore Nigidio Figulo fondatore della prima cappella pitagorica in Roma, tacciato di mago e pitagorico; nei criteri che suggeriscono la decorazione della basilica neopitagorica di Porta Maggiore, della metà del sec. I d. C., e alla fine di questo stesso secolo, nella leggendaria figura di Apollonio di Tiana, di cui il filosofo Filostrato al principio del sec. III scrisse la vita, desunta dagli appunti presi da Demade, discepolo di Apollonio.

Il fiorire massimo del n. in Roma va dalla metà del sec. I a. C. alla metà del sec. I d. C. S’intende facilmente come, in un’epoca così travagliata, l’ideale neopitagorico fosse capace di offrire un rifugio e di far balenare una radiosa speranza agli occhi di tanti spiriti angosciati, cui non bastava, a riempire il vuoto dello spirito, né la religione ufficiale, sollecita solo della collettività e non degli individui, né il materialismo degli Epicurei, né la visione grandiosa ma fredda degli Stoici. Ma appunto perché ridotto a un movimento di conventicola comunicabile a pochi iniziati, il n. non si guadagnò la fiducia del popolo, non ebbe quella dello Stato che diffidava dei poteri mantici e taumaturgici vantati dagli adepti, mentre dagli spiriti spregiudicati era tacciato di cialatansimo (cf. lo Pseudomonarchi di Luciano contro Alessandro di Abonotico). L’ostilità, che poi divenne persecuzione, contro il n., si rilevò nel secondo quarto del sec. I d. C. durante il regno di Claudio, sotto il quale ebbe luogo il processo contro Statilio Tauro accusato di magica superstitione (Tacito, Ann., XII, 59). La gente Statilia, come ha dimostrato F. Fornari, primo illustratore del monumento, possedeva a 100 metri a est dell’attuale Porta Maggiore (sulla Via Prenestina) un terreno sotto il quale, a m. 13, 50, nel 1917 fu scoperta un’aula a pianta basilicale, a tre navate, divise da due pilastri con volta a botte e con abside in fondo, nella quale si scorgono tracce di una cattedra. Tutta la basilica è decorata a stucchi con soggetti tolti alla mitologia greca mentre mancano quelli di soggetto orientale (Mithra, Attis, Osiride); la conca dell’abside rappresenta Saffo che scende con la lira da uno scoglio verso il mare dove un tritone tiene steso un drappo ad accoglierla, mentre in alto, a sinistra, sta Apollo con l’arco. Gli stucchi della volta e delle pareti: palestra, scuola, significano la vita intesa come esercizio salutare in vista della salvezza; questa, che è il fine ultimo della disciplina pitagorica, è raffigurata da scene di rapimento: Dioscuri e Leucippidi, Ganimede e l’aquila; e poi Dioniso che fa il vino (ebbrezza celeste), Demetra che dà il pane (nutri

mento di immortalità), Ercole che riceve i pomi delle Esperidi (riposo nella beatitudine). La liturgia che si svolgeva in questa basilica, del cui carattere neopitagorico, già intuito da F. Cumont, J. Carcopino (La basi-lique pythagoricienne de la Porte Majeur, Parigi 1927) ha dato la dimostrazione definitiva, è stata da lui desunta soprattutto dalla vita di Pitagora scritta dal neo-platonico Giamblico. Abuluzioni (anfore di cui restano le incassature nel suolo e le raffigurazioni sugli stucchi delle navatelle); il banchetto di pane, vino e focacce fatto attorno a piccole mense (di cui restano nella basilica quattro incassature tra le arcate); esercizi e pratiche di elevazione spirituale concluse da una esortazione detta in cattedra dal presidente dell’assemblea (resta l’incassatura del seggio alla base dell’abside). La conca dell’abside è la sintesi della vita pitagorica in quanto Saffo che scende nel mare non è la poetessa suicida per amore, ma una Saffo idealizzata, simbolo dell’anima che, inebriata dall’armonia delle sfere simboleggiate dalla lira, muove verso il suo divino Faone, Apollo, che per i pitagorici è la divinità suprema (Plutarco, De Iside, 10; 75), lasciando dietro di sé gli affanni della vita terrena per entrare nella vita divina. Questa spiritualizzazione di Saffo era già avvenuta in ambiente pitagorico: «et Phaonem Lesbium dilectum a Sappho: multa circa hoc, non magorum solum vanitate sed etiam Pythagoricorum» (Plinio, Nat. hist., XXII, 20).

Questo insigne monumento del n. che illumina e si illumina dalla tradizione che i neoplatonici hanno conservato intorno a Pitagora, non rivela tracce di decadenza o di lenta manomissione; esso pertanto sembra essere stato messo fuori uso improvvisamente, in seguito a una proibizione o confisca, che può rimontare alla condanna della gente Statilia ricordata a principio.

Da questo tempo in poi l’elemento mistico e devozionale del n. neoplatonismo (v.).

BIBL.: sul pitagorismo e n.: A. Swoboda, P. Nigidii Figuli operum reliquiae, Vienna 1889; A. Delatte, Etudes sur la littérature, Parigi 1915; Ed. Meyer, Apollonios von Tyana und die Biographie des Philostratos, in Hermes, 52 (1917), p. 371; S. A. Gianola, La fortuna di Pitagora presso i Romani dalle origini fino al tempo di Augusto, Catania 1921; A. Delatte, La vita de Pythagore de Diogène Laërce, Bruxelles 1922; F. Cumont, After life in roman paganism, Nuova Haven 1922; id., Alexandre d’Abontichos et le néopythagorisme, in Rev. de l’hist. des religions, 1922; G. Meautis, Recherches sur le pythagorisme, Neuchâtel 1922; A. Rostagni, Il verbo di Pitagora, Torino 1924; Sulla basilica di Porta Maggiore: E. Gatti - F. Fornari, Brevi notizie relative alla scoperta di un monumento sotterraneo presso Porta Maggiore, in Not. scavi, 1918, p. 30; S. S. F. Cumont, La basilique souterraine de la Porta Maggiore, in Rev. archéol., (1918), p. 52; S. G. Léopold, La basilique souterraine de la Porta Maggiore, in Mélanges d’archéol. et d’hist., 39 (1921), p. 165; S. G. G. Bendinelli, Il mausoleo sotterraneo altrimenti detto basilica di Porta Maggiore, in Bull. archeol. comunale, 1922, p. 85; S. G. E. Strong, The stuccos of the underground basilica near the Porta Maggiore, in Journal of hellenic studies, 44 (1924), p. 65; S. G. Nicola Turchi