POLIGINIA

POLIGINIA. - Dal gr. πολύς = molto e γυνή = moglie, è la convivenza matrimoniale simultanea di un uomo con più donne.

I. TEOLOGIA MORALE E DIRITTO CANONICO

La p. è anzitutto contraria al diritto divino-positivo, proclamato da Dio ai progenitori Adamo ed Eva (Gen. 2, 23) e poi richiamato e confermato da Gesù Cristo (Mt. 5, 31 sg. 19, 4-9; cf. anche s. Paolo: I Cor. 10, 11). Perciò il Concilio di Trento, raccogliendo anche le tradizioni dei ss. Padri e dei teologi, dichiarò anatema chi asserisse che la p. non è proibita da alcuna legge divina (sess. XXIV, Canones de sacramento Matrimonii, 2: Denz-U, n. 972); e il CIC annovera l'unità quale dote essenziale del matrimonio (can. 1013 § 2 e le fonti ivi citate).

Quanto al diritto naturale si deve dire che la p. non è contraria al fine primario del matrimonio (procreazione ed educazione della prole), come la poliandria, e quindi non attenta all'ordine stabilito, né lo perverte sostanzialmente; ma è contraria al fine secondario, tanto da rendere difficile lo stesso conseguimento del fine primario. Contraddice, infatti, all'uguaglianza tra marito e moglie (mentre la donna in questo caso si dà completamente ed esclusivamente ad un uomo solo per la comunanza coniugale, l'uomo si dà a più donne, donde l'impedimento del pieno dono di sé, almeno da parte del marito, con il conseguente indebolimento del mutuum adiutorium, che è dovere dei coniugi); si oppone alla dignità della moglie, che cessa facilmente di essere con-sorte per divenire schiava; rende inevitabili le preferenze del marito per l'una o per l'altra, donde gelosie, invidie e litigi; il che può avvenire anche tra i fratellastri, con ostacoli non lievi all'educazione di tutta la famiglia.

La p., per il fatto che non si oppone al fine primario del matrimonio, può esistere per esplicita dispensa divina come è avvenuto nel Vecchio Testamento (cf. Gen. 16, 2; 21, 12; Deut. 21, 15). Intorno al tempo, in cui questa dispensa ha avuto inizio, non si hanno nella Bibbia dati definiti e sicuri; l'opinione comune è che fino al diluvio ebbe vigore, almeno di diritto, la monogamia, e che la concessione sia stata fatta dopo il diluvio per un più rapido ripopolamento della terra. Così pure non si può dalla Bibbia stabilire se la concessione riguardasse il solo popolo ebraico o anche i gentili, che è l'opinione più probabile. Ad ogni modo la dispensa fu revocata da Gesù Cristo, che volle ricondurre l'istituto del matrimonio alla situazione primitiva (Mt. 19, 9; Mc. 10, 11; Lc. 16, 18) e dichiarò che la dispensa era stata concessa «proper duritiam cordis», mentre da principio non era così (Mt. 9, 8); la revoca vale anche per i pagani (cf. Collectanea S. Congr. de Prop. Fide, Roma 1907, n. 1354).

Per le pene comminate ai bigami, V. BIGAMIA.

BIBL.: V. POLIANDRIA.

Vincenzo Fagiolo

II. ETNOLOGIA

L'etnologia moderna ha dimostrato che la p. non esiste, se non come eccezione, presso i popoli etnologicamente più antichi detti raccoglitori (v. primitivi; MONOGAMIA), né è possibile presso i popoli prettamente matriarcali, giacché nell'incrocio di questi con quelli poliandria (v.), né è di regola presso i popoli pastori nomadi, che prendono una seconda moglie, quando la prima è sterile, oppure quando si tratta di levirato o di eredità. Presso altri popoli, anche se di cultura mista, risultante dall'incontro di due popoli, la p. esiste di fatto solo per i capi.

Il missionario C. Salerio lo rileva nel secolo scorso (1855) presso gli abitanti delle isole Woodlark (ad est della Nuova Guinea), di cultura mista (totemista-agricola-matriarcale), dicendo che la p. non vi era in voga; solo i capi e gli aspiranti capi avevano due mogli. Altrove però, aggiungeva egli, non vi è un limite; il capo di Trobriant, che fu pure a Muju (una delle isole Woodlark), ne aveva 17 a suo abituale servizio e un serraglio di ragazze a sua futura disposizione. A proposito degli stessi abitanti delle isole Trobriant, il Malinowski, un loro moderno esploratore, ha scritto che la p. (vilayana) è permessa dal costume a gente di alto rango, ai capi o a persone di grande

importanza, come, ad es., a maghi famosi, per avere maggiori ricchezze grazie al lavoro delle donne. Ma egli ha anche scritto, dei Trobriantesi, che la monogamia è tanto di regola presso di loro, da essere costretto a trattare degli usi e costumi matrimoniali come si trattasse di una sola moglie. Lo stesso si può dire di altri popoli primitivi di civiltà etnologicamente secondarie delle altre parti del mondo, specialmente in Africa, dovunque si pratica il matrimonio di compra, per cui la donna è ridotta a strumento di piacere, o bestia da lavoro redditizio.

La p. è molto praticata, in quanto lo permettono le ricchezze, presso i popoli di civiltà dette in etnologia terziarie: i Medi, i Persiani, gli Indiani, i Cinesi, i Giapponesi, i Coreani, gli Egiziani, gli antichi Messicani, ecc. Presso questi ultimi si faceva distinzione di moglie principale, secondaria e concubina. Le cerimonie nuziali erano compiute solo con la sposa principale, con la secondaria si compiva la sola cerimonia del legamento delle vesti degli sposi. Le concubine stavano in relazione di fatto con l'uomo, ma non vi era al riguardo uno statuto giuridico. I figli delle mogli secondarie erano giuridicamente in uno stato d'inferiorità. La moglie principale aveva una posizione speciale rispetto alle mogli secondarie ed alle concubine. Fra i Cinesi è proibita la p., ma è ammesso il concubinato senza alcuna limitazione, eccetto quella di dare alla concubina il posto di sposa legittima, perché proibito dalla legge sotto pena di bastonatura. La concubina è ritenuta un essere vile: vive con la moglie del suo padrone, la serve come domestica, o l'assiste nell'amministrazione della casa. I figli delle concubine sono considerati come figli della sposa. I figli chiamano mamma la sposa e zia la concubina. Questa è paragonata alla stella e la sposa alla luna.

Dallo studio etnologico la p. risulta come un fenomeno disturbatore della vera vita matrimoniale e distruttore dell'armonia famigliare. Il marito spesso manifesta le sue preferenze per l'una o per l'altra delle sue mogli, per cui nasce la gelosia tra le donne della casa. Nell'antica letteratura cinese si legge che all'Imperatrice si consigliava di non essere gelosa, dato che l'Imperatore aveva parecchi ordini di concubine. Il padre poligamo, anche per l'influsso della sua donna preferita, predilige certi figli rispetto agli altri. Ciò avviene specialmente quando si tratta di ereditare l'autorità del padre come capo del clan o della tribù, perché è facile in questo caso la preferenza del padre per il figlio della donna prediletta, mettendo così in pericolo anche il diritto del maggioranza del primogenito. Avvengono anche scandali in famiglia. Il suddetto Malinowski constatò, ad es., che delle numerose mogli, divise in tre classi, di un capo delle isole Trobriant, erano le più giovani quelle che mancavano di fedeltà al loro signore. Egli racconta, inoltre, che gli uomini che commettevano adulterio con le mogli del capo erano i suoi stessi figli. Non parliamo poi degli effetti deleteri che la p. ha sul carattere dell'uomo e l'avvilimento che ne consegue della donna. È chiaro poi che questi effetti acquistano un significato più ampio, perché coinvolgono la vita politica di tutto un popolo, nella p. dell'harem dei Sovrani e dei Principi, come appare, ad es., nelle storie dinastiche della Cina. Con l'harem è congiunto il costume degli eunuchi, gente infelice, che spesso hanno influenzato sinistramente le corti.

Una grande importanza è stata data in etnologia all'uso del pirraurà dei Dieri e degli Arabana (Urabunna) dell'Australia e di certi popoli dell'estremo nord-est dell'Asia, uso che è una specie di p. connessa con la poliandria. Il Wundt nella sua Psicologia dei popoli l'ha considerata come un effetto del matrimonio di ratto. Presso i detti Australiani la donna rapita sarebbe divenuta la donna regolare (tippa-malcu) del rapitore e la donna secondaria (pirraurà) dei compagni che aiutarono il rapitore. Questi, per il fatto che presta ai compagni lo stesso aiuto, avrebbe acquistato il diritto di avere come donne secondarie le donne regolari dei suoi compagni.

Lo stesso uso è stato considerato dagli evoluzioni come un residuo o un esempio di matrimonio di gruppo, uno dei soliti stadi di evoluzione del matrimonio umano. Ora, dalle indagini del Thomas in Australia risulta chia-

ramente che l'uso del pirraurù non può essere considerato un matrimonio di gruppo. Perché 1) non è tutto un gruppo di uomini, che ha accesso a tutte le donne di un altro gruppo, ma soltanto di alcuni uomini e di alcune donne; 2) questo libero accesso è condizionato del consenso del marito e può essere esercitato soltanto in assenza di lui; 3) esiste la distinzione tra donne maritate e nubili, sicché una donna non può essere pirraurù, se prima non è unita in matrimonio con un uomo, cioè se non è già tippa-malcu. Per questa ultima ragione l'uso del pirraurù non può nemmeno essere considerato come un residuo del matrimonio di gruppo dei tempi passati. Questo uso è nato dall'incrocio di una cultura monogamica con una poligamica, che ha prevalso, imponendo l'uso strano di avere nel clan anche mogli secondarie con le suddette limitazioni.

L'ORIGINE DELLA P. - Secondo il Wundt, il primo motivo determinante è evidentemente l'istinto materiale dell'uomo svolto a soddisfarsi più appieno che non nella monogamia. Ma non è il solo e di regola intervengono altre circostanze sussidiarie. Il diritto di proprietà e il fattore dell'autorità costituiscono specialmente due momenti essenziali. La p. fiorisce in particolar modo là dove l'idea di proprietà e di autorità e, rispetto a quest'ultima, l'idea di autorità nella famiglia sono predominanti. Per l'azione complessiva di questi motivi la donna diventa assoluta proprietà dell'uomo e perciò nei popoli barbari, in cui domina la p., la donna può essere anche regalata o scambiata. Ne risulta che nei ceti più elevati l'uomo ricco e ragguardevole possiede più donne. Siccome la concubina ordinariamente si deve comprare e poi sostentare, perciò può averla solo il ricco. Così il concubinato diventa anche segno di prestigio. Sono sufficienti questi motivi per spiegare l'origine della p.? Storicamente bisogna distinguere tra popolo e popolo. Presso i popoli in cui si è sviluppato il culto dei morti, che non può essere reso dalla donna, ma solo dall'uomo, si sente la necessità di prendere una seconda moglie, quando la prima è sterile, o non ha figli maschi. Qui la p. proviene da ragioni d'indole religiosa. Presso i popoli pastori nomadi di grandi greggi si sente la necessità di avere molti figli, specialmente figli maschi, per pascolare ed incrementare il gregge. Perciò, se la moglie è sterile, se ne prende un'altra: la p. deriva qui da una ragione d'indole economica. Presso quei popoli, in cui si pratica il levitato e si ereditano le mogli del padre, la p. è generata dal dovere, imposto dal clan o dalla tribù, di aiutare e proteggere un parente e la sua famiglia, ovvero dal dovere di sostenere le mogli del padre di cui si eredita l'autorità. Ancora diversa è l'origine della p. proveniente dall'attribuzione delle donne dei vinti ai guerrieri vincitori. Una ragione molto più particolare, benché ora difficile a trovarsi, è all'origine della p. del sororato nel matrimonio di un principe o dell'imperatore in Cina, ai quali si dovevano dare rispettivamente 12, o 9 donne, di cui una doveva essere la sorella minore della sposa, un'altra la nipote, figlia del fratello della sposa, tutte le altre, del medesimo nome di famiglia: esse venivano automaticamente a far parte dell'harem dell'imperatore o del principe. Alle cause particolari della p. possono aggiungersi naturalmente le cause generali indicate dal Wundt, le quali si riducono al pensiero elementare di Bastian. Si rifletta però che queste cause generali potrebbero agire anche presso quei popoli che non ammettono la p. Sembra perciò che la causa ultima della p. debba ricercarsi più che altro in un abbassamento o attutimento del sentimento religioso e morale di un popolo.

BIBL.: N. W. Thomas, Kinship organizations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; J. Winter, Das Recht Almszios, in Zeitschrift f. vergl. Rechtswissenschaft, 45 (1930), pp. 389-398; L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1945, p. 48 sgg.; id., La donna nella luce dell'etnologia, in Problema sociale femminile, Milano 1945, pp. 32-58; V. BIBLICA. delle voci FAMIGLIA e MONOGAMIA. Luigi Vannicelli
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“POLIGINIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1006. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/poliginia.